Primavera

Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto guarda al mercato estero e si concretizza in una regia partecipe ma asciutta, coinvolgente e sensibile senza mai cedere a patemi né a manierismi. La sua Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però il focus sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che invece di annacquarsi nella solita storia d’amore, parla di riscatto, di trovare il proprio posto nel mondo.

La ragazza con il violino di abete (rosso)

Primi del Settecento. L’Ospedale della Pietà è il più grande orfanotrofio di Venezia, ma è anche un’istituzione che avvia le orfane più brillanti allo studio della musica. La sua orchestra è una delle più apprezzate al mondo. Cecilia ha vent’anni, vive da sempre alla Pietà ed è una straordinaria violinista. L’arte ha dischiuso la sua mente ma non le porte dell’orfanotrofio; può esibirsi solo lì dentro, dietro una grata, per ricchi mecenati. Questo fino a che un vento di primavera scuote improvvisamente la sua vita. Tutto cambia con l’arrivo del nuovo insegnante di violino. Il suo nome è Antonio Vivaldi. [sinossi]

Proprio all’inizio di Primavera avviene un episodio sconcertante: una decana, scoperto il parto di una gatta nel cortile dell’orfanotrofio femminile, afferra la prole neonata, la schiaffa in un sacco, apre la porta e lo getta nel canale. Siamo nell’Ospedale della Pietà di Venezia, prima metà del Settecento. La giovane Cecilia e le altre orfane rimangono sconvolte, forse perché per loro si profila un destino simile. Un destino già scritto e immodificabile, per il quale usciranno da quel luogo, dove vivono da sempre, solo da spose (ovviamente senza poter scegliere il partito) o da morte. La musica è ciò che eleva e dà speranza a queste creature abbandonate. Appositamente istruite per anni e anni, alcune di loro raggiungono una tale maestria con gli strumenti da arrecare gaudio agli ascoltatori più esigenti, che ciò avvenga in chiesa o in residenze private: nel primo caso, suonano nel coro, in alto, al riparo di una balaustra; nel secondo, indossano delle maschere (un obbligo che solo il potere e l’audacia di qualche reggente potrà aggirare). In entrambi i casi, esse non possono essere viste in volto. Le orfane, marchiate a fuoco su un calcagno sin dal loro arrivo all’Ospedale, sono di fatto invisibili, non possono essere viste né ri-conosciute. Poi arriva (anzi torna, poiché vi era già stato impiegato prima) Antonio Vivaldi (Michele Riondino): misconosciuto, cagionevole di salute, ma nel quale brucia il fuoco sacro della settima arte. La grazia di Euterpe scorre potente in lui ed è capace di trasmetterne il frutto alle sue allieve. Nella fattispecie a Cecilia (Tecla Insolia), di cui individua, da subito, l’eccezionale talento con il violino. Di primo acchito, quella di Vivaldi può sembrare la classica figura dell’artista romantico, tutta tormento ed estasi, una figura dunque fuori tono con il suo secolo d’appartenenza. Eppure, andando a ricercare i fatti della vita dell’uomo – emersi, storicamente, molto tempo dopo la sua dipartita – si scopre in verità che ebbe, in effetti, ben poca fortuna e ben poca gloria, in vita, nonostante il suo innegabile genio, che sarà infatti riconosciuto soltanto duecento anni dopo. Ecco perché, dunque, una certa aura proto-romantica (non si intende musicalmente) non stona affatto con la rievocazione del personaggio.

Come avveniva con il Vermeer de La ragazza con l’orecchino di perla (Girl with a Pearl Earring, 2003, Peter Webber), Vivaldi qui è però il deuteragonista della storia; protagonista è invece la giovane Cecilia, la ragazza con il violino d’abete (rosso), figura centrale anche nel romanzo epistolare che ispira il film, ovvero Stabat mater, di Tiziano Scarpa, premio Strega 2009. Cecilia, il cui spirito è soffocato dal buco nero lasciatole dall’abbandono della madre, alla quale continua a rivolgersi, notte dopo notte, nelle lettere che non potrà inviarle mai, non conoscendo né il suo nome né l’indirizzo. L’originalità di Stabat mater, nonché di Primavera, però sta nel fatto che, una volta tanto, fra allieva e maestro si instaura, sì, un rapporto esclusivo e speciale, ma senza che finisca poi annacquato nella prassi della storia d’amore fatale/sfortunata/proibita/impossibile. Antonio e Cecilia sono accomunati esclusivamente dall’amore esclusivo per la musica, ognuno – in modo diverso – in cerca di un riscatto esistenziale, del proprio compimento come individuo. Cecilia, soprattutto, anela alla propria libertà, a trovare il proprio posto nel mondo. Ma sarà proprio il destino di Cecilia a somigliare sempre più a quello dei micini annegati dell’inizio: strappata a una madre che neanche conosce e che continua ostinatamente a immaginare e inseguire, successivamente, a causa della ridicola quanto sadica vendetta di un uomo, verrà privata anche dell’unica cosa che era riuscita a “partorire”: la musica. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto, che guarda al mercato estero – tra i coproduttori c’è la Warner Bros., anche in qualità di distributore – punta a una direzione partecipe ma asciutta, coinvolgente e sensibile ma senza patemi né manierismi. L’esperienza sui palcoscenici di Michieletto si vede in primo luogo sul lavoro con gli attori, lasciati liberi di “respirare” nel loro personaggio, mai messi alle strette nei loro “assoli”, nei loro incontri/scontri (prova ne sia anche la composta e convincente prova di Stefano Accorsi nei panni di un reduce di guerra). Il regista riserva loro la stessa cura esperta che impiega nel comparto musicale, affidato a Fabio Massimo Capogrosso – già collaboratore, fra gli altri, di Marco Bellocchio – che fa un ottimo lavoro modulando le sue partiture con quelle del compositore veneziano, che logicamente hanno la parte del leone, soprattutto in termini di musica diegetica. Lo spettatore ha modo di veder nascere le note dello splendido oratorio sacro Juditha Triumphans, mentreil regista evita di sfruttare la fama dell’opera più nota al grande pubblico, ovvero il ciclo di quattro concerti per violino e orchestra, come il titolo del film lascerebbe presupporre: di essi, soltanto la Primavera accompagna i titoli di chiusura.

L’aspetto più “teatrale” del film (sia detto tutt’altro che in senso negativo) sono i costumi di Maria Rita Barbera, nella fattispecie le magnifiche vesti rosse – presumibilmente una creazione originale – che le orfane sfoggiano durante i loro concerti per la clientela privata. Costumi che staccano nettamente con il bianco e nero dell’orfanotrofio, con il grigiore della loro quotidianità di prigioniere a tutti gli effetti. Infine, se di Michele Riondino possiamo lodare l’interpretazione compresa e misurata, la giovane siciliana Tecla Insolia conferma il suo talento nel tenere in pugno la macchina da presa, con il suo sguardo di argento vivo, inquieto e magnetico.

Info
Primavera, un trailer.

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