Song Sung Blue – Una melodia d’amore

Song Sung Blue – Una melodia d’amore

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Ispirato all’omonimo e ottimo documentario del 2008 di Greg Kohs – che già a sua volta prendeva il titolo del celebre pezzo di Neil Diamond targato 1972 –, Song Sung Blue – Una melodia d’amore segna il ritorno in sala di Craig Brewer a quattro anni dal modesto Il principe cerca figlio (Coming 2 America, 2021), sequel del cult anni ’80 di John Landis Il principe cerca moglie (Coming to America, 1988). Nell’inconsueta operazione di imbastire un classico racconto biografico, di resilienza, musica e canzoni a partire dalla non-fiction, sino alla finzione assai più canonica e spettacolarizzata, l’ultimo lavoro del regista di Virginia Beach finisce per appiattire fin troppo le realtà sociali, relazionali e individuali che tanto sapevano vibrare nel documentario di Kohs, demandando troppa parte della forza semantica del film ai testi di Diamond, alla pur buona alchimia della coppia Hugh Jackman – Kate Hudson e all’oramai acclarata funzionalità emotiva di più che assodate costruzioni narrative. Il racconto della triste eppur vitale storia della tribute band di Neil Diamond composta dai coniugi Mike e Claire Sardina è, dunque, il risultato di una parabola di rinascita che assume il karaoke a metafora della reinterpretazione dal basso del successo, del glamour e di certi tenori di vita preclusi alle classi della “serie B” sociale statunitense; ma svilito dalla necessità/volontà di rientrare in quelle stesse logiche ed estetiche della A, sino a risultare poco più che un’ennesima variazione sulla patinata formula di un A Star is Born.

Etnografia spiccia del karaoke

Mike “Lightning” Sardina è un ex alcolista e musicista di provincia che alterna lavori precari a serate in locali di fortuna, portandosi dietro una passione che non ha mai trovato una forma stabile. La musica resta un gesto intimo, quasi difensivo, qualcosa che lo accompagna senza offrirgli una direzione. Durante una serata incontra Claire, cantante dilettante dalla voce limpida e da un entusiasmo che sembra resistere meglio del suo all’usura del tempo. Tra i due nasce un’intesa immediata, fatta di affinità silenziose e di un comune bisogno di dare un senso a ciò che sanno fare meglio. La relazione cresce insieme alla musica condivisa, finché Claire propone a Mike propone di concentrarsi su un repertorio preciso: le canzoni di Neil Diamond, amate, riconoscibili, capaci di trasformare l’imitazione in un’occasione concreta. La scelta non è un calcolo, ma una resa: assumere una voce già esistente per poter continuare a cantare. Nasce così la tribute band Lightning & Thunder, e con essa una nuova possibilità di vita. Le prime esibizioni, i piccoli spostamenti, l’attenzione inattesa del pubblico consolidano il progetto, mentre il rapporto tra Mike e Claire si trasforma in qualcosa di più stabile e definitivo. La musica diventa lavoro, il lavoro diventa quotidianità condivisa, e le canzoni di altri iniziano a raccontare la loro stessa storia. In questo equilibrio fragile tra amore, imitazione e sopravvivenza artistica, Mike e Claire trovano una forma di esistenza che non somiglia al successo, ma a una continuità possibile, seppur destinata a rivelare le sue fragilità a causa di un terribile incidente. [sinossi]

L’idea stessa di etnografia nasce come un problema di posizione. Col riconosciuto padre dell’antropologia etnografica Bronisław Malinowski (Argonauts of the Western Pacific, 1922), essa si fonda sull’osservazione partecipata: l’urgenza di stare dentro le forme di vita osservate, di condividere tempi, spazi, pratiche, nella convinzione che solo una prossimità prolungata possa restituire senso ai comportamenti culturali. È un modello che implica immersione, ma anche una fiducia residua nella possibilità di trasformare l’esperienza in conoscenza relativamente stabile, trasferibile, comunicabile. Quella fiducia viene messa in tensione, mezzo secolo dopo, dall’antropologia interpretativa di Clifford Geertz (The Interpretation of Cultures, 1973), che sposta l’asse dall’osservazione dei fatti all’interpretazione dei significati. La cultura non è più un sistema da descrivere, ma un testo da leggere, un intreccio di simboli che l’etnografo traduce attraverso una “descrizione densa”, inevitabilmente parziale, situata, mediata dal proprio sguardo. L’etnografia smette così di presentarsi come accesso diretto al reale e assume la forma di un atto interpretativo consapevole dei propri limiti. Negli anni Ottanta, con Writing Culture (James Clifford, George Marcus, 1986), questa consapevolezza diventa strutturale. L’attenzione si sposta sul testo etnografico stesso, sulle sue strategie narrative, sulle asimmetrie di potere che lo attraversano. L’etnografo non può più nascondersi dietro una presunta neutralità: è chiamato a dichiarare la propria posizione, la propria appartenenza culturale, le condizioni storiche che rendono possibile il suo discorso. L’etnografia si rivela allora come pratica riflessiva, costruzione situata, sapere che esiste solo nella tensione tra esperienza e scrittura. È in questa linea – più interpretativa che descrittiva, più consapevole che mimetica – che il documentario Song Sung Blue di Greg Kohs trovava il proprio terreno. Non tanto come racconto di un mondo “altro”, quanto come messa in scena di una forma di vita che esiste già come traduzione, come imitazione, come gesto mediato: quello della tribute band, luogo in cui l’identità passa attraverso la poetica di un altro, e in cui l’esperienza personale può emergere solo assumendo una maschera riconoscibile. Come nell’etnografia contemporanea, anche qui ciò che conta non è l’illusione di un accesso diretto all’autenticità, ma la consapevolezza delle condizioni – culturali, affettive, performative – che rendono possibile ogni racconto.

Era così che il lavoro di Kohs emozionava: analizzava, entrava e stava in disparte, e osservava il karaoke e la tribute performance come un gesto di sopravvivenza e redenzione, il riscatto sociale ed il successo “altro” di un Mike Sardina cardiopatico, divorziato con una figlia, ex alcolista e reduce dagli orrori della guerra, che accettava di non poter essere se stesso (Lightning) se non “interpretandosi” nella re-interpretazione e reenactment della poetica rock ma anche melanconica di Neil Diamond, e al fianco della nuova moglie Claire (che ha preso poi il nome di Thunder), anch’essa divorziata, con due figli, e interprete della ben più celebre Patsy Cline. Seppur sia innegabile che certi aspetti sopravvivano, in un modo o nell’altro, nel Sing Sung Blue di Craig Brewer, altrettanto evidente è la loro semplificazione, figlia ovviamente della minor “immediatezza” che il film di fiction sconta nei confronti dell’approccio documentario, quanto e soprattutto della necessità di legare a doppio filo narrazione ed emersione semantica ed emotiva alle interpretazioni delle due star principali: Hugh Jackman nei panni di Mike “Lightning” Sardina, e Kate Hudson in quelli di Claire “Thunder” Stengl, coniugata Sardina. Il regista non perde certo di vista quella consapevolezza di personali dati culturali e punti di partenza stilistici tornando alla musica, alla comunità e alle asimmetrie della provincia col centro – come s’era già visto nei suoi precedenti Hustle & Flow – Il cuore della musica (Hustle & Flow, 2005) o Black Snake Moan (2007) –, e pure a quel funzionale e ben bilanciato dialogo tra commozione e lieve comicità situazionale – com’era nell’ottimo Dolemite Is My Name del 2019 per Netflix; commettendo però “l’errore” di volersi troppo “dentro” alle dinamiche umane della coppia, per un’osservazione che si fa forse fin troppo partecipata e dimentica del racconto e dell’analisi del contesto, in favore dell’ideazione di canoniche, attendibili e sin troppo riconoscibili strutture di suspense e pathos, a svilire un’emersione di senso sull’abbandono, la perdita, la fama e la morte che finiscono per passare solo dalle performance sui testi di Diamond, dagli scampoli di ricreati reportage televisivi sulla coppia e da strutture tensive e drammatiche che – tanto nella giustapposizione tra interazioni semplici e performance, quanto in quella più classica dei puri eventi non musical – sembrano voler richiamare quasi in toto ciò già s’è visto anni fa nel pur non brillante A Star Is Born di Bradley Cooper.

Eppure, rispetto a quest’ultimo, il film non perde del tutto l’occasione di tematizzare il riscatto sociale della musica come possibilità tangibile – tanto che i due arrivano addirittura ad aprire un concerto dei Pearl Jam, o ad essere invitati per un gelato dallo stesso Diamond alla fine di un suo concerto, parallelo al loro ed entrambi sold out – , consapevole di certi evidenti limiti – buona parte degli spettatori di Mike e Claire è formata da chi non è riuscito ad/non può permettersi di acquistare un biglietto per il vero Neil Diamond – eppure forte di un concetto di interpretazione del successo che, seppur tra le increspature e le banalità del racconto, s’intravede comunque quale performance di resistenza dal basso, identitaria e rappresentativa di palcoscenici minori che lottano e cantano e ballano per continuare a riconoscersi degni di quella gioia. Fallito (e quasi tradito) il confronto col riferimento documentario di partenza, il Song Sung Blue di Craig Brewer resta comunque generalmente fedele al testo da cui prende il titolo, rivelandosi come una melodia passata che è proprio una “funny thing, but you can sing it with a cry in your voice” e viceversa, “and before you know, it started feeling good”.

Info
Un trailer di Song Sung Blue.

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