Figlio di Giano
di Luigi Grispello
Figlio di Giano, il nuovo lavoro documentario di Luigi Grispello, racconta il passaggio di consegne tra Maurizio Palmulli alias Mister Ok e Marco Fois, nuovo “tuffatore” nel Tevere a Capodanno. Tra le proiezioni speciali alla Festa del Cinema di Roma.
Notte del tuffatore
Dal 1946, il Capodanno, a Roma ha una tradizione particolare. Quella di Mr. Ok, che, allo scoppiare del cannone del Gianicolo, si lancia nelle gelide e basse acque del Tevere biondo cenere, per augurare buon anno a tutti i Romani. Una tradizione che va avanti da più di settant’anni, iniziata proprio da un settantenne. Il fotografo italo-belga Rick De Sonay. Un simpatico vecchietto in slippino e tuba nera, che dopo il tuffo alzava il pollice per rassicurare il pubblico. Da lì, il soprannome: Mr. Ok. Dopo di lui ce ne sono stati diversi che hanno ereditato questo titolo. L’ultimo è Maurizio Palmulli, un bagnino di Ostia con lunghi capelli bianchi, gli orecchini e un tribale sulla schiena. Ma i Capodanni passano e Maurizio deve trovare un erede. Il prescelto non può che essere lui, il suo vice, Marco Fois. Paninaro a Porta Maggiore, di notte. Di giorno, si allena per far parte di quella storia romana che tanto lo affascina. Inizia un lungo anno per Marco. Un anno di riflessioni e interrogativi. Un conto alla rovescia che termina quando scoppia il cannone a Capodanno. [sinossi]
Principia da una prospettiva quasi mitica Figlio di Giano, il documentario diretto da Luigi Grispello che si è fatto largo lo scorso ottobre alla Festa del Cinema di Roma, selezionato all’interno delle “Proiezioni speciali”: il film inizia infatti in bianco e nero, su uno stuolo sonoro ottundente, quasi a voler cristallizzare il tempo, a chiedere a Maurizio Palmulli alias Mister Ok di rimanere icona. Dopotutto il titolo del film non lascia spazio a interpretazioni: Giano all’interno del pantheon dell’antica Roma era il dio che raffigura in sé proprio il concetto di tempo, quel bifronte che teneva insieme ciò che era stato e ciò che sarebbe accaduto, in un unico istante, nel medesimo viso. La tradizione latina vuole che da Giano e dalla ninfa Camese venisse alla luce il dio del Tevere, il fiume sacro: è Tiberino dunque il figlio di Giano, ma lo è anche Maurizio, così come lo è/sarà Marco Fois, che da Palmulli eredita il ruolo di Mister Ok, così come Maurizio l’aveva ricevuto – come altri prima di lui – da Rick De Sonay, l’uomo che nel 1946 diede il la alla tradizione dei tuffi nel Tevere a Capodanno lanciandosi in acqua dalle balaustre di Ponte Cavour. C’è una tradizione millenaria, dunque, e una più recente, perfino contemporanea, ma entrambe non possono fare a meno del rapporto con il fiume, con l’acqua come elemento rigenerante, portatore naturale del concetto di panta rei. È il Tevere dunque, “il padre di Roma” come suggerisce la voce narrante di Giorgio Tirabassi, il vero protagonista che Grispello ha voluto raccontare nel suo nuovo film, e che trova il grimaldello per scardinare l’idea vetusta eppur dura a morire della Città Eterna nel succitato passaggio di consegne tra Palmulli e Fois, che diventa anche la rappresentazione di un conflitto insanabile, quello tra grandeur della rappresentazione – di nuovo, l’incipit “monumentale” – e verità. I due concetti attorno ai quali ruota la visione di Roma, e che Grispello non ha alcun timore a maneggiare e che già si intravvedevano in filigrana nel suo precedente lavoro, quel Molise: Tropico felice che si aggirava tra quattro realtà paesano-cittadine (Lucito, Portocannone, Roccamandolfi e Civitacampomarano) per puntellare le contraddizioni di una regione meravigliosa e ancora ignota ai più, sospesa tra un passato finanche principesco – i molisani sono pur sempre tutti figli di Skanderberg – ma rurale, e un presente di modernità ma periferico all’interno dello scacchiere nazionale.
Anche Figlio di Giano, da un certo punto di vista, riduce la versione più magniloquente di Roma a un enorme paesone, uno spazio sempre identico a sé nel corse di tre millenni o giù di lì. Quella magniloquenza che si attribuisce a chi il primo giorno dell’anno inaugura il nuovo ciclo solare osando sfidare il fiume, lanciandovisi dentro da altezze vertiginose per rinascere, e che in realtà magari la notte la trascorre a lavorare in un chiosco che vende panini, sfamando una popolazione notturna esausta, esaltata, già dimentica delle persone in cui si imbatte. Il bianco e nero si traduce in colore nel momento in cui nel film irrompe in maniera definitiva Palmulli, eletto a primo protagonista dalla voce di Tirabassi – l’ispirato passaggio cromatico fa rinvenire alla mente la celeberrima inquadratura sul madonnaro in piazza Caprera in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola –, e destinato appunto a trasmettere il suo ruolo mitico e sociale a Fois, figura schiva, silente, ben distante dall’idea che si può avere di un eroe popolare. Nella ricerca dell’intimità di Marco Figlio di Giano si trasforma in racconto osservazionale, senza però scalfire mai la corazza di questo individuo, e semmai cercando di narrarlo attraverso l’oratoria di Giano/Tevere/Tirabassi, come se la scrittura dovesse sopperire ai silenzi naturali. Non sempre tale scelta si dimostra felice, ma lo sguardo di Grispello, ben coadiuvato dalla fotografia di Bernardo Massaccesi e dal montaggio di Luca Armocida, cerca comunque traiettorie meno ovvie, sopperendo a una documentazione che pare a un certo punto più di superficie. In una certa qual misura Marco non può che esistere davvero solo come novello Mister Ok, e quindi come immagine bidimensionale, quasi sovrapponibile al tuffatore di Paestum (cui dedicarono un bel lavoro breve un decennio or sono Federico Francioni e Yan Cheng): nel finale, infatti, Figlio di Giano ritrova la sua potenza espressiva, riavvicinandosi al fiume, al rito, alla dualità di una divinità ma anche di una città che resta misterica, diurna o notturna che sia la sua rappresentazione.
Info
Figlio di Giano, un trailer.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Figlio di Giano
- Paese/Anno: Italia | 2025
- Regia: Luigi Grispello
- Sceneggiatura: Luigi Grispello
- Fotografia: Bernardo Massaccesi
- Montaggio: Luca Armocida
- Interpreti: Giorgio Tirabassi, Marco Fois, Maurizio Palmulli
- Colonna sonora: Leonardo Coppetti, Silvia Di Furia
- Produzione: Our Films, Rai Cinema
- Durata: 64'


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