Un topolino sotto l’albero
di Henrik Martin Dahlsbakken
Una commedia natalizia che sceglie un punto di vista umile e sapiente: abbassa lo sguardo fino al battiscopa e scopre che la convivenza, prima di essere sentimento, è una geometria di spazi contesi. Un topolino sotto l’albero usa la casa come labirinto a doppia scala – umana e murina – e trasforma la guerra domestica in slapstick, con una fantasia di trappole e contro-trappole che diverte senza diventare puro fuoco d’artificio. Il film funziona soprattutto quando la macchina comica si lascia attraversare da una malinconia lieve: l’idea che “casa” non sia proprietà ma riparo, e che il Natale non coincida con l’ornamento, bensì con la disciplina dell’ascolto. Se in qualche passaggio l’accumulo rischia di sfiorare la reiterazione, la regia ha comunque il merito di ricondurre il gioco a una tenerezza credibile, senza prediche: la pacificazione non arriva per vittoria, ma per riconoscimento. Un intrattenimento preciso, artigianale, capace di far ridere e, a sorpresa, di commuovere.
Il Natale visto dal battiscopa
In una grande dimora di campagna rimasta vuota vive da tempo una famiglia di topi, che ha trasformato una casa delle bambole già addobbata nel proprio paradiso in miniatura. L’equilibrio si spezza quando una famiglia umana arriva per trascorrere le feste nella dimora appena ereditata: ciò che per gli uni è ritorno alla tradizione, per gli altri è invasione e minaccia. Mentre gli adulti reagiscono con diffidenza e spirito di difesa, i bambini sono i primi a intuire la possibilità di un contatto diverso: la giovane Lea, curiosa e ostinata, e Mikkel, il figlio umano, creano un’amicizia improbabile che mette in crisi la logica del conflitto. Tra scherzi, trappole e piccole vendette – una guerriglia comica fatta di oggetti quotidiani che cambiano significato a seconda della scala – la casa diventa teatro di un confronto sempre più acceso, fino all’arrivo di un disinfestatore che porta la caccia a un livello estremo. Solo attraversando il caos e imparando a vedere l’altro non come nemico ma come vicino di destino, le due “famiglie” riescono a immaginare una nuova forma di coabitazione, restituendo alla festa il suo senso più semplice e più difficile: vivere insieme. [sinossi]
C’è un modo infantile e sapientissimo di guardare il mondo: abbassare l’altezza dello sguardo, spostare l’epica sotto i mobili, misurare il destino con la distanza che separa una briciola da un rifugio, una porta socchiusa da una catastrofe. In Un topolino sotto l’albero Henrik Martin Dahlsbakken compie esattamente questo gesto: trasforma una casa di campagna – eredità improvvisa, promessa di festa e insieme territorio conteso – in un campo di battaglia domestico dove il Natale, prima ancora che rito, diventa prova di coabitazione. Il film è una fiaba turbolenta e affettuosa che, sotto la confezione luminosa, mette in scena una guerra di nervi e di spazi: chi ha diritto di abitare? Chi “arriva” per primo? Chi decide che cosa è casa? E soprattutto: quanto rumore serve per scoprire che l’altro, dietro la parete, non è un nemico ma un vicino di destino? Il titolo norvegese, tradotto letteralmente, suona come una consegna e un presagio: «Se nessuno cade nella trappola». È la frase-madre da cui il film prende la propria energia comica, ma anche la propria lieve filosofia della paura: vivere significa procedere, significa rischiare, soprattutto quando si è piccoli e il mondo è pieno di dispositivi. Non a caso, l’apertura gioca subito con la cinefilia e con l’idea di “missione”: una cartella di testo avverte che tutte le acrobazie sono state eseguite da professionisti umani e murini e che, pertanto, non vanno imitate a casa. È una strizzata d’occhio che ricorda il patto spettacolare dei grandi franchise e, con un sorriso laterale, ammicca persino alla disciplina ostentata di Mission: Impossible. La premessa è di quelle che hanno la chiarezza delle storie natalizie e la crudeltà lieve delle commedie: una famiglia di topi vive da tempo in una grande casa rimasta vuota, e nel cuore dell’abitazione ha trovato il proprio paradiso in miniatura, una casa delle bambole già addobbata, un presepe domestico dove ogni tazzina, ogni sedia, ogni nastro diventa oggetto sacro. La giovane Lea, curiosa e ostinata, ha ereditato dai racconti del padre Rasmus l’idea che gli esseri umani siano calamità: veleni, trappole, sterminio travestito da igiene. Ma quando una famiglia umana arriva per trascorrere le feste nella casa appena ricevuta in eredità, la coesistenza si spezza prima ancora di cominciare: i genitori – umani e murini – non sanno ascoltare; i bambini, invece, intuiscono. E l’amicizia che nasce tra Lea e Mikkel, il figlio umano, è il vero cortocircuito del film: una tregua impossibile che si forma proprio dove gli adulti vedono soltanto invasione.
La sorgente segreta, però, non è Hollywood ma la tradizione: il film nasce nell’eco di una canzone natalizia che in Norvegia conoscono praticamente tutti i bambini e che, ogni Avvento, torna a risuonare alla radio. È Musevisa (“La Canzone del topo”) di Alf Prøysen, e dentro quei versi c’è già l’intero universo del racconto: le notti che si allungano, il freddo che entra nelle fessure, la madre che ammonisce i piccoli – state attenti alla trappola – e, insieme, promette che la festa tornerà, se nessuno cadrà nell’inganno. Dahlsbakken costruisce il racconto come un meccanismo comico a escalation, una macchina d’invenzioni che prende in prestito la grammatica degli “home invasion” rovesciati e la trasforma in slapstick da festa. La memoria cinefila è dichiarata ma non invadente: l’eco di Mamma, ho perso l’aereo si avverte soprattutto nella fantasia tattica degli scherzi e nella loro perfidia da cartone animato; la struttura da missione, con acrobazie e infiltrazioni, fa pensare a un immaginario anni Novanta consumato in VHS, ma il film ha il buon senso di non vivere di citazioni: le usa come ritmo, come energia. L’ironia più felice, infatti, nasce quando la casa diventa un labirinto a doppia scala – quella umana e quella murina – e lo stesso oggetto quotidiano cambia identità a seconda dell’altezza: un tostapane può essere elettrodomestico o mortaio, una spazzola può essere utensile o arma, una goccia di colla può diventare destino. Il punto decisivo è che la comicità non è mai un semplice fuoco d’artificio: è una forma di guerra, una diplomazia fallita che sostituisce la parola con lo scherzo. Quando il conflitto esplode, gli attacchi reciproci hanno la precisione dei film di trappole e la cattiveria controllata delle commedie che amano graffiare: peperoncino nel caffè, colla nello shampoo, marchingegni improvvisati, piccole vendette che trasformano la festa in una guerriglia. Eppure, proprio dentro questo caos, il film conserva una dolcezza fondamentale: non ride mai “contro” i personaggi, ride del loro modo impacciato di difendere un territorio che credono di possedere, senza capire che la proprietà – in una storia di Natale – è sempre una finzione fragile, una carta intestata che non regge davanti al bisogno di un riparo. Quando entra in scena il disinfestatore, la fantasia si colora di un’ombra più “classica”: riaffiora inevitabilmente il ricordo di Un topolino sotto sfratto (1997), con quella stessa idea di caccia domestica e di tecnologia trasformata in farsa. Solo che qui la prospettiva è capovolta: non si tratta di ridere del topo come intruso, ma di stupirsi – quasi con tenerezza – davanti a creature minuscole braccate da trappole e marchingegni elettrici, come se la casa, all’improvviso, non fosse più rifugio ma terreno minato. La messa in scena, per un’opera europea ricca di effetti digitali, sorprende per pulizia e continuità: la famiglia di topi è animata con una cura che non cerca l’iperrealismo hollywoodiano, ma una credibilità emotiva. Più che il pelo, qui conta lo sguardo: il film lavora sulla tenerezza degli oggetti minuscoli, sul gesto di Lea che maneggia le tazzine della casa delle bambole come se fossero reliquie. È un dettaglio, ma contiene il senso: la festa è la misura con cui una comunità si riconosce; e quando chi la abita è minuscolo e invisibile, la cura diventa la sua teologia. Anche l’ambiente sonoro, fatto di fruscii, passi, scricchiolii, enfatizza la differenza di scala e rende la casa un organismo vivente, un corpo pieno di cavità e segreti.
Se c’è un punto in cui il film si scopre più vulnerabile, è quello comune a molte commedie ad alta invenzione: l’accumulo può sfiorare la reiterazione, e l’ultima parte sente il bisogno di ricondurre la macchina degli scherzi a un binario più rassicurante, come se l’energia spesa nel gioco dovesse essere restituita in forma di calore. Ma Dahlsbakken non predica: accompagna. E ciò che conta, alla fine, è che l’intrattenimento non si sgonfia – continua a divertire – e che, senza clamore, trova anche la sua commozione. La pacificazione non avviene perché qualcuno “vince”, ma perché qualcuno, finalmente, ascolta. Che tutto questo resti così scorrevole, così “professionale” nella sua leggerezza, dice molto del suo autore. Henrik Martin Dahlsbakken, autodidatta, ha un’idea del cinema come lavoro di precisione e di ritmo: costruire un set come si costruisce una casa, far funzionare gli spazi, calibrare l’escalation, far sì che l’invenzione non diventi rumore. È un metodo che si avverte anche qui, nella gestione delle scale – umana e murina – e nella chiarezza con cui ogni oggetto cambia statuto a seconda dell’altezza dello sguardo. Già con il debutto Å vende tilbake (Returning Home, 2015), finito nella shortlist del comitato norvegese per la candidatura agli Oscar, Dahlsbakken mostrava questa attenzione alla macchina narrativa; in questa fiaba natalizia la stessa disciplina si mette al servizio della commedia, conservando una precisione da film d’azione in miniatura. È qui che Un topolino sotto l’albero diventa più di una fiaba movimentata: dentro la leggerezza, suggerisce che i conflitti spesso nascono da una sordità del potere, da un’ostinazione adulta che scambia il controllo per sicurezza. In un mondo dove ogni fruscio dietro il muro viene interpretato come minaccia, la vera rivoluzione è riconoscere che dall’altra parte può esserci una vita che chiede posto, non un nemico da schiacciare. Così la casa, alla fine, torna a essere ciò che dovrebbe: non una proprietà, ma un luogo condiviso; non un trofeo, ma un respiro. E il Natale, visto dal battiscopa, riacquista il suo senso più semplice e più difficile: imparare a vivere insieme senza cadere nella trappola dell’ego, della paura, dell’orgoglio, perché la festa – come la pace – comincia sempre da un gesto piccolo, quasi invisibile ma decisivo.
Info
Un topolino sotto l’albero, un trailer.
- Genere: commedia, fantasy
- Titolo originale: Hvis ingen går i fella
- Paese/Anno: Norvegia | 2025
- Regia: Henrik Martin Dahlsbakken
- Sceneggiatura: Susanne Skogstad
- Fotografia: Jon Gaute Espevold
- Montaggio: Kalle Doniselli Gulbrandsen, Karen Gravås
- Interpreti: Charlotte Frogner, Flo Fagerli, Jakob Oftebro, Jon Øigarden, Jonis Josef, Pål Sverre Valheim Hagen, Sara Khorami, Vegard Strand Eide, Vivild Falk Berg
- Produzione: Fantefilm
- Distribuzione: Eagle Pictures
- Durata: 80'
- Data di uscita: 18/12/2025



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