Intervista a Mai Saad
Filmmaker e produttrice, nonché scrittrice, l’egiziana Mai Saad ha iniziato la sua carriera nel cinema lavorando come assistente alla regia in una serie di lungometraggi e cortometraggi di fiction, collaborando con diversi registi del cinema egiziano prima di spostarsi verso produzioni indipendenti e documentaristiche. One More Show segna la sua prima esperienza in un documentario. Realizzato insieme ad Ahmed Al Danaf e presentato in concorso alla 46ª edizione del Cairo International Film Festival, il film racconta la storia della compagnia circense Free Gaza Circus, un gruppo di artisti che, nel bel mezzo della devastazione di Gaza, usano il loro spettacolo come atto di resistenza, resilienza e speranza, portando momenti di felicità ai bambini nei rifugi e nelle strade.
Abbiamo incontrato Mai Saad al Cairo durante il festival.
Quando hai incontrato per la prima volta la compagnia Free Gaza Circus e perché hai deciso di fare un documentario su di loro?
Mai Saad: Vorrei solo premettere che avrei voluto fare l’intervista con il co-regista Ahmed Al Danaf che è ancora a Gaza, ma il problema è che al momento lì non c’è internet, perché ieri ha piovuto molto e si è verificato un problema con i cavi. Come milioni di persone in tutto il mondo, assistevo al genocidio in TV. Mi sentivo completamente impotente, non sapevo cosa fare. La Palestina è qualcosa che non si dimentica, non si può ignorare, non si va avanti con la propria vita se si pensa che questo non stia accadendo. Mia madre mi ha cresciuta con questo sentimento palestinese. È qualcosa che devi fare, qualcosa di normale. C’è una canzone egiziana, che dice: “Oh, palestinesi, voglio parlarvi”. Con questa canzone mia mamma mi metteva a nanna. Pensavo che tutti i bambini dormissero qui e volessero andare in Palestina. Ma ho capito che non è così. Sono stata a Gaza nel 2012 per un festival letterario. Ci sono poi tornata, lo stesso anno, con un gruppo numeroso organizzato, durante il conflitto Israele-Striscia di Gaza, solo per una notte, solo di notte. Siamo entrati di notte e siamo partiti all’alba. Abbiamo passato tutta la notte allo Al-Shifa Hospital. Ho realizzato poi, nonostante i miei due viaggi a Gaza, di non sapere nulla sulla vita di tutti i giorni, sulla quotidianità degli abitanti la Striscia. Si vedevano solo notizie sui bombardamenti al telegiornale e non si sapeva come mangiavano, cosa facevano, come trascorrevano il tempo. Inizialmente volevo realizzare un progetto audio di interviste alle persone documentando la loro vita quotidiana. Poi ho incontrato Mohamed Salem. Lui è un fotografo di Gaza che mi ha detto che avremmo potuto fare anche un video. Gli ho risposto che avrei avuto bisogno di molto tempo per un video e lui mi ha chiesto se non avessi altre idee da realizzare come video. Seguo su Instagram il Free Gaza Circus chiedendomi sempre come potessero fare quel lavoro in quelle condizioni e volevo saperlo. Così ho proposto di lavorare su di loro. Dovevamo cercare dei collaboratori, degli operatori. Lui mi ha mandato l’account di Ahmed Al Danaf che si è rivelato molto bravo. Ho avuto il contatto del Free Gaza Circus da un giornalista, un mio amico. Li ho contattati e loro sono rimasti positivamente colpiti dal fatto che nella mia foto su whatsapp ho un naso rosso da clown. «Perché hai questo naso?», mi hanno chiesto. Ho risposto: «Perché amo fare il clown, ho seguito dei workshop e voglio diventare un clown», «Allora sei una di noi». Così hanno accettato. Ho chiarito subito che si trattava di un documentario non di un servizio giornalistico. Che ci sarebbero voluti più di cinque minuti. Avremmo dovuto vivere con loro per un po’. Lui ha detto che andava bene. Sono andata alla Red Star, la casa di produzione, perché non potevo aspettare il ciclo di finanziamento. È troppo lungo, ci vuole troppo tempo. Ho parlato con i produttori Baho Bakhsh e Safei Eldin Mahmoud, loro non hanno neanche aspettato che finissi di illustrare loro l’idea. Hanno voluto subito farlo.
Come è possibile portare dei numeri di intrattenimento in quei posti dove regna il terrore?
Mai Saad: I ragazzi del Free Gaza Circus credono sinceramente che il loro lavoro possa cambiare la comunità che li circonda. Credono che la loro arte possa guarire i bambini. Credono di poter cambiare il modo di pensare delle persone. Danno valore a ciò che fanno. Ecco perché ogni loro azione è per me impressionante. Lavorano con quasi niente, perché durante il genocidio la scuola di circo è stata completamente distrutta. È sparita, come tutto il resto. Ecco perché non mi interessa se il film sia bello o no. Il punto è che voglio che le persone guardino, seguano questi ragazzi, e dicano loro: «Vi vediamo. Sappiamo che siete lì, sappiamo che state facendo qualcosa, che volete vivere, che state cercando di aiutare la comunità che vi circonda». Questo è il mio obiettivo. Voglio che molte, molte, molte persone vedano e sostengano i ragazzi. In un attimo quel territorio è stato completamente distrutto e tutti si sentono feriti.
Pensi che il cinema abbia fatto abbastanza dall’inizio della guerra?
Mai Saad: Dopo il genocidio sono usciti molti film, il che è molto bello. Penso che potremmo fare di più, ovviamente. Voglio dire, per le persone dentro, credo che abbiano bisogno di tempo per elaborare, se mai ci riusciranno. Ho visto From Ground Zero, alcuni di quei corti sono davvero impressionanti. Ahmed Al Danaf ha fatto parte del progetto con un suo corto, A School Day, che qui al CIFF ha vinto lo Youssef Chahine Award l’anno scorso.
Quali difficoltà avete incontrato a girare nelle strade della Striscia?
Mai Saad: Ahmed era in condizioni molto difficili durante le riprese, perché era molto difficile muoversi. Aveva difficoltà ad andare da loro e poi tornare dove si trovava. In quel momento alloggiava in una tenda. Quindi doveva tornare alla tenda dell’ospedale, e poi vicino all’ospedale, e poi tornare da loro. Io avevo sempre paura, perché non sapevo cosa stesse succedendo quando lui non rispondeva o quando loro non rispondevano. È stato molto stressante ma i ragazzi della compagnia hanno una grande energia. Come ha detto Youssef alla fine del film, conti: uno, due, tre, quattro, e poi succede, e poi torni a casa tua. Perché altrimenti, come fai a vivere? E loro vogliono vivere, non vogliono morire. Devo dire che ho avuto la fortuna di lavorare con degli ottimi professionisti. I direttori della fotografia, Ahmed al Danaf, Mahmoud Mashharawi, Yousef Mashharawi, sono stati davvero impressionanti, molto talentuosi. Lo dico avendo lavorato con molti direttori della fotografia. Ahmed, per esempio, una volta mi ha detto: «Non riesco a stare fermo. Devo continuare a lavorare». Quindi, giravamo ogni giorno, quasi ogni giorno. A un certo punto, dopo aver finito, mentre eravamo in fase di montaggio, gli ho mandato la copia e abbiamo discusso del montaggio. Lui in quel momento era bloccato in una zona, non poteva muoversi. Quindi non era sé stesso, visto il suo abituale attivismo. Così gli ho suggerito di filmarsi.
Verso l’inizio del film, un lungo piano sequenza mostra improvvisamente un panorama di macerie e distruzione. Perché mostrarla solo a quel punto, e da quel punto in poi, e non subito?
Mai Saad: Abbiamo deciso per una progressione, si impara a conoscere i personaggi e si impara a conoscere la città. Molti ci hanno detto che sarebbe stato meglio mostrare la distruzione fin dall’inizio. Ma tutto il mondo ha già visto quella distruzione nei telegiornali. Quindi abbiamo deciso di aprire la visuale gradualmente mentre impariamo a conoscere i personaggi.
Com’è stato lavorare con il sound design?
Mai Saad: Avevamo un solo microfono per tutti. Una volta finite le riprese, il sound designer, Moustafa Shaaban, mi ha chiesto di chiedere ad Ahmed di procurarsi alcune voci della città. Fortunatamente, Ahmed aveva già del materiale proveniente dalle riprese stesse che ci ha poi inviato. Nela fase di post-produzione, io e Ahmed abbiamo detto a tutti, al montatore, al sound designer e al colorista, che non dovevamo emergere noi, come tecnici, né come artisti. Non si tratta di noi. Non si doveva dimostrare di saper essere un bravo sound designer o un bravo montatore. Il film riguarda le persone, quindi dovevamo essere onesti con loro. Nessun effetto. Si doveva mantenere il realismo il più possibile. In una scena un personaggio dice di aver paura di morire per strada. Si sente il verso di un grillo. L’ho scoperto quando sono andata nella sezione audio. Ho chiesto al tecnico perché avesse aggiunto un grillo, e lui mi ha risposto che era già lì. Aveva solo pulito il suono.
Quale pensi che dovrebbe essere il ruolo di un clown in una società come quella palestinese? Il ruolo del clown, l’importanza del clown.
Mai Saad: Esattamente quello che sta facendo il Free Gaza Circus. Stanno aiutando i bambini a vedere altri aspetti della vita. Li stanno aiutando a lasciarsi andare per un paio di minuti. Li aiutano a immaginare che ci siano altri suoni, oltre a quelli degli aerei o dei droni. Creano immaginazione. E senti i bambini che stanno ridendo. Certo, puoi vedere altri bambini come se fossero congelati. Ma continuano a guardare.

One More Show
Cairo International Film Festival 2025 – Presentazione