Amici miei
di Mario Monicelli
1975-2025. Nel cinquantennale della sua uscita nelle sale, Amici miei di Mario Monicelli si riconferma un inossidabile caposaldo del nostro cinema, di inarrivabile potenza nel raccontare la patetica meschinità fuori tempo massimo di una precisa idea di maschio italiano. Divertente, sì, ma anche cupo e crepuscolare, percorso in lungo e in largo da tetri accenti funerei.
Come se fosse antani
Firenze. Quattro amici di lunga data – il Perozzi, il Mascetti, il Melandri e il Necchi – veleggiano intorno ai cinquant’anni, ma ciononostante continuano a divertirsi come bambini giocando burle e scherzi a qualsiasi vittima di turno che capiti loro a tiro. Dopo essere rimasti coinvolti in un incidente, i quattro finiscono in una clinica, e il Melandri, il più sognante e romantico del gruppo, s’innamora di una misteriosa signora elegante in cura dallo psichiatra. In realtà la donna è sposata con il primario della clinica, il professor Sassaroli, che per un giro imprevisto del destino finisce per essere il quinto componente della brigata. Apparentemente spensierati e bambinoni, in realtà i cinque uomini si dibattono in mezzo a vari fallimenti, totalmente inadeguati a una vera esistenza adulta e costantemente in fuga da qualsiasi reale responsabilità. [sinossi]
Cinquant’anni di Amici miei. Film entrato nel mito, continuamente citato e penetrato nel linguaggio quotidiano con le sue battute e le sue trovate comiche. Gli schiaffi alla stazione, la supercazzola, la zingarata, la zampata aggressiva ai danni del ghiozzo di turno. La toscanità, anche. Il dialetto, l’umorismo greve, la battuta salace, il maschilismo da caserma militare, la burla crudele, la particolare ferocia nel prendersi gioco degli altri. Dalla novellistica trecentesca in giù (Boccaccio e gli altri), la tradizione toscana è fatta anche di questo. Per i tempi attuali, fatti di cinema marchiato con bollini che ben segnalano qualsiasi attacco, o presunto tale, alle più svariate sensibilità, Amici miei (1975) rischia di far venire i brividi a molti.Com’è risaputo, il film nasce come progetto di Pietro Germi, che intendeva ambientare il film a Bologna. Con la morte di Germi il progetto passò nelle mani di Mario Monicelli, il quale spostò i luoghi della vicenda a Firenze e dintorni, adottando i toni sferzanti dell’arguzia toscana. Del cinema monicelliano Amici miei finisce poi per assumere tratti ben visibili, a cominciare dal gusto per il racconto episodico e picaresco. Come per L’armata Brancaleone (1966) i cinque borghesi protagonisti di Amici miei inanellano avventure sparse e libere lungo una linea narrativa frammentaria e ondivaga. Sono piccole novelle, in fondo, quelle che raccontano le gesta del quintetto Perozzi-Mascetti-Melandri-Necchi-Sassaroli. Sono distribuite, oltretutto, lungo continui salti in avanti e indietro nel tempo per mezzo di flashback secondo una struttura rapsodica piuttosto originale. A fare da collante alle varie vicende interviene il malinconico commento della voce narrante del Perozzi, incarnato da Philippe Noiret e doppiato da Renzo Montagnani, che interverrà poi anche come attore nei capitoli successivi della saga prendendosi il ruolo del Necchi (Amici miei atto II, Mario Monicelli, 1982; Amici miei atto III, Nanni Loy, 1985). È una voce che tiene le fila del racconto, che tratteggia i profili degli amici restituendone luci e ombre, e che soprattutto assume toni cupissimi alle ultime battute. È un film dei più crepuscolari, Amici miei, convocato alla metà degli anni Settanta a intonare uno dei tanti canti funebri sulla tradizione della commedia all’italiana. Come spesso avrà a dire lo stesso Monicelli, per un genere come la commedia classica di casa nostra, abituata a tradursi in specchio semovente sulla coeva società, gli anni Settanta rappresentarono una sfida dagli esiti tetri. Difficile ridere di terrorismo, strategia della tensione, oscuri misteri di stato e sequestri di persona. Con ulteriore giro di vite sul cinismo che sempre l’ha contraddistinta, la nostra commedia cercò di adattarsi tuttavia al mutato clima sociale, giungendo verso confini estetici di perturbante identità – basti pensare al successivo Un borghese piccolo piccolo (Mario Monicelli, 1977) che innesta una vicenda delle più tragiche nella preesistente cornice grottesca tipica della nostra commedia.
Della cronaca anni Settanta tout court Amici miei in realtà non racconta nulla. Ne porta i segni nell’umore generale, in quella specie di mal du siècle che sembra affliggere i pur ridanciani cinque protagonisti, allineati a un sentimento d’epoca ben restituito dalla grigia fotografia di Luigi Kuveiller su una Firenze costantemente invernale.Benché campione d’incassi della stagione italiana 1975-76 e ricordato come ghiotta occasione per farsi due grasse risate, in realtà Amici miei disegna un solco nettissimo rispetto alla commedia nazionale del decennio precedente. Non è più tempo di sfrecciare, belli come il sole, lungo la costa tirrenica in sella alla Lancia Aurelia B24 (Il sorpasso, Dino Risi, 1962). Gli entusiasmi anni Sessanta si sono dissolti. Il futuro è già alle spalle. Si ride e si scherza, sì, ma sostanzialmente per aggredire una vita che è stata capace di dispensare soltanto delusioni e fallimenti. Lo scherno, anzi, si accanisce ferocemente a turno anche all’interno del gruppo di amici. L’umiliazione, la più gustosa, quella più crudelmente prelibata, è ricavata dallo schiacciare il componente del gruppo in difficoltà, rovesciando in un attimo amicizia e solidarietà nella più cinica occasione di piacere per lo sfottò. Così, al Melandri innamorato che chiede sostegno a cena si risponde alleandosi con il Sassaroli nell’umiliazione del sognante architetto. Così, per il nobile spiantato Mascetti si fa la conta per pagargli il pranzo, salvo poi lasciarlo da solo in auto, chiuso nel suo orgoglio, mentre si elencano spiedini e pappardelle sulla via del ristorante. È un modo, anche, per difendere l’integrità del gruppo dalle ingerenze esterne, per riportare al nido del gruppo chi sembra voler prendere una strada troppo individuale. Chi si allontana, lascia anche l’altro di fronte alla propria solitudine. Sono cinquantenni, ma le dinamiche interne al quintetto hanno tutto della psicologia infantile. Come fra bambini, il successo del singolo rischia di far luce sui fallimenti dell’altro. Meglio essere tutti dei falliti. Consola, ci fa sentire migliori. E con allegria mesta e un po’ scema si può continuare ad andare alla stazione a menare schiaffi ai passeggeri dei treni in partenza.
Nel far questo, Monicelli e i suoi sceneggiatori si mostrano anche sopraffini analisti di psicologie maschili. Lo sguardo di Monicelli sui suoi cinquantenni, che pure tradisce un discreto margine di empatia, sembra però a conti fatti piegare più verso una disamina impietosa. Fra le punte più acri della commedia italiana è sicuramente da annoverare la vicenda della famiglia del Mascetti. Le villeggianti, moglie e figlia abbandonate in montagna, con la neve, abbigliamento estivo e scarpe leggere. Mentre il Mascetti se la spassa in città con la minorenne Titti, dannandosi l’anima, pazzo di gelosia, come può esserlo un cinquantenne ben consapevole che una ragazzina può mollarlo quando vuole. Ne emerge il ritratto di una miseria materiale, umana e morale di rarissima pregnanza. Fra una burla e l’altra, adottando pure registri comici piuttosto mutevoli (la parentesi in ospedale, in apertura, sfiora quasi accenti demenziali, mentre si costeggia la parodia del coevo poliziottesco con le finte sparatorie della burla al Righi), Amici miei racconta in realtà un modo di intendere la maschilità che si avvia a prendere coscienza della propria incipiente sparizione. Inizia a dissolversi, in sostanza, quel modello maschiocentrico sul quale lungo interi decenni si è incardinata una precisa idea di società. Il cameratismo misogino e goliardico dei cinque amici talvolta è tenero e crepuscolare (il Perozzi, il più bambinone), ma sostanzialmente dà anche la misura di una datata idea di virilità – le mogli sono da sposare e deludere, mentre il sesso con amanti occasionali o prostitute è all’ordine del giorno. E intanto, con piccola e acuta nota di costume, la giovane Titti è bisessuale, enigma indecifrabile per chi crede che l’uomo etero sia ancora il centro dell’universo. Il risultato è una radiografia piuttosto spietata del maschio italiano tradizionale, che neanche qualche accento patetico riesce a salvare dalla sua irresolutezza. Alle certezze degli anni Sessanta si sostituiscono i dubbi dei Settanta, un diffuso sentimento di evanescenza, di vecchiaia che incombe, di morte imminente, non soltanto fisica ma anche esistenziale. Un’evanescenza da scongiurare giorno dopo giorno con il sesso, la zingarata, la burla ai danni dell’altro. Finché la morte fisica, improvvisa, sopraggiunge davvero, accolta con il più sincero degli stupori – «Ma che è morto sul serio?». Ma che davvero si deve anche morire? È l’esclamazione di un bambino ancora ignaro del concetto di finitezza, abituato com’è soltanto a giocare. Amici miei giunge a registrare, in realtà, più morti fisiche e simboliche. Muore l’Italia delle aspettative e delle speranze, che splendeva dai sorrisi del decennio precedente. Muore un’idea di virilità intesa come dominio sul mondo tramite forme, attenuate o meno, di sopraffazione.
Continua a morire, soprattutto, la commedia all’italiana. Non ve ne sono più i presupposti sociali. Si può ancora ridere, ma sempre con la smorfia della malinconia dipinta sul volto di chi sa di non essere mai stato adeguato alle responsabilità della vita adulta. E se la serietà può avere tratti insopportabili (il terribile figlio del Perozzi), d’altra parte l’irresponsabilità può essere sinonimo di anarchica leggerezza ma anche di vero disastro – di nuovo la vicenda del Mascetti. In uno dei finali più iconici del nostro cinema, si ride pure al funerale. Si strozza la risata nel ghigno e nel pianto, mentre la morte è lì che incombe dentro a un carro funebre. Fra i cinque protagonisti, si staglia com’è prevedibile il ritratto ribaldo, meschino e dolente restituito da Ugo Tognazzi, alle prese come sovente gli accade con il personaggio dell’uomo attempato che corre dietro alle ragazzine per rifiutare l’idea del tempo che passa, un profilo psicologico al quale l’attore ritornerà più volte lungo gli anni Settanta. Ma nell’ordine del cinismo, certo chi dà più soddisfazioni è il professor Sassaroli di Adolfo Celi, figura di rara perfidia tutta trattenuta in un inscalfibile aplomb di comportamenti. Fitto di scherzi, burle e situazioni ridanciane, Amici miei è tuttavia l’esatto opposto di un gioioso inno alla vita. È permeato di un riso incattivito, mai veramente liberatorio. Il riso toscano, anche, che per sua tradizione nasce spesso da una rabbiosa constatazione dell’amarezza del vivere. Amara come il fiele.
Info
Una clip di Amici miei.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Amici miei
- Paese/Anno: Italia | 1975
- Regia: Mario Monicelli
- Sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Pietro Germi, Tullio Pinelli
- Fotografia: Luigi Kuveiller
- Montaggio: Ruggero Mastroianni
- Interpreti: Adolfo Celi, Angela Goodwin, Bernard Blier, Duilio Del Prete, Franca Tamantini, Gastone Moschin, Mario Scarpetta, Marisa Traversi, Maurizio Scattorin, Mauro Vestri, Milena Vukotic, Olga Karlatos, Philippe Noiret, Silvia Dionisio, Ugo Tognazzi
- Colonna sonora: Carlo Rustichelli
- Produzione: R.P.A. Cinematografica, Rizzoli Film
- Durata: 114'



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