Lui portava i tacchi a spillo

Lui portava i tacchi a spillo

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Anarcoide e provocatorio, elegante e grevissimo, Lui portava i tacchi a spillo di Bertrand Blier riflette su sessualità, crisi identitarie e declino del maschio, seguendo un passo da farsa e pochade divertita ed estetizzante. Grande prova a tre per Gérard Depardieu, Michel Blanc e Miou-Miou.

Altezza mezza bellezza

Coppia mal assortita e in povertà, alloggiata in una roulotte, Antoine e Monique incontrano l’istrionico e corpulento Bob, ladro di appartamenti che vive alla giornata all’insegna di un poetico cinismo. Il ladro coinvolge la coppia nei suoi furti in case eleganti sulle note di una spregiudicata anarchia. Sulle prime Bob seduce Monique, poi sviluppa una passione sfrenata per Antoine, che da convinto eterosessuale cerca di resistergli in ogni modo. Incoraggiato dalla stessa Monique, che vuol fare contento Bob per non perderlo, alla fine Antoine cede, ricavando un inaspettato piacere dalla nuova esperienza. [sinossi]

Provocatore iconoclasta, Bertrand Blier presenta più volte trii di protagonisti (due uomini e una donna; due donne e un uomo) fuori dalle righe, perditempo, scavezzacollo anarcoidi. Non fa eccezione Lui portava i tacchi a spillo (1986), dove i consueti Gérard Depardieu e Miou-Miou sono stavolta affiancati da Michel Blanc – il compianto Patrick Dewaere si era tolto la vita quattro anni prima. In questa occasione, però, Blier compie anche una sterzata nell’atto di provocazione, coinvolgendo temi come omosessualità, fluttuazioni del desiderio e sfumate identità di genere. In quegli anni l’omosessualità in chiave paradossale aveva già conquistato ampie fette di cinema (e di mercato) nella produzione francese – e viene da pensare che il bislacco titolo italiano, la cui responsabilità non è certo da ascrivere a Blier, cercasse di scimmiottare il grande successo dei vari capitoli di Il vizietto (Édouard Molinaro, 1978). A diverse gradazioni lo spirito anarcoide anima anche Bob, Antoine e Monique, i tre protagonisti del film, ma è evidente che la vera forza dirompente, quella squisitamente attinente al cinema di Blier, sia incarnata dall’irruzione nel racconto del Bob di Gérard Depardieu. È un’irruzione compiuta alle primissime battute, visto che nella prima sequenza Bob giunge a placare una lite fra Antoine e Monique piazzando uno sganassone alla donna. Certo, pure Antoine e Monique non se la passano benissimo. Vivono alle soglie della miseria, confinati in una roulotte, alle prese con privazioni primarie come la fame e la scarsa igiene. Tuttavia sono ancora abbastanza lontani dal rifiuto risoluto della società e della correttezza di comportamenti. Bob invece è un ladro con un passato di carcere, è dedito ai furti con nonchalance e istrionica spregiudicatezza. È anche assolutamente libero dal punto di vista del desiderio sessuale. Nulla di meglio per una coppia indigente e soprattutto piena di sovrastrutture conformistiche. Trionfo del conformismo, anzi, è l’Antoine di Michel Blanc, figura attoriale benissimo scelta per la sua contrapposizione fisica a Depardieu. Se Depardieu è già mastodontico nell’aspetto, Blanc è piccolo e magro, pelato, baffetto meticoloso, tutto scatti nervosi e insicuri. Non esattamente un adone, e Blier gioca molto sul paradosso di un uomo bruttino e pieno di pregiudizi che scatena i folli desideri di un omone come Depardieu – lo stesso paradosso, del resto, sarà riproposto da Blier in chiave eterosessuale con Troppo bella per te! (1989), dove di nuovo il prode Depardieu, sposato alla bellissima Carole Bouquet, perde la testa per Josiane Balasko, decisamente meno avvenente dell’avversaria.

Lui portava i tacchi a spillo sposa dunque una franchezza narrativa dalla forte carica dissacratoria. Impazza il turpiloquio, la sodomia è una continua minaccia, e Blier aderisce a una comicità di basso ventre, spudoratamente greve, schiettamente antiborghese, appena depotenziata da toni narrativi improntati alla freddezza e alla distanza, questa alimentata pure da precise scelte estetiche di messinscena – i ritmi dilatati del racconto, gli interni eleganti e gli abbigliamenti con frequenti sconfinamenti verso il kitsch (le mutande tigrate di Depardieu, fra gli altri). Se la figura di Monique è rapidamente compiacente nei confronti dei desideri di Bob, Antoine fa molte più resistenze, ancorato a un modello di maschio di cui, più o meno consciamente, incarna una versione assai poco credibile. È un lieve gioco al massacro, quello condotto da Blier, adagiato su toni gustosi e divertiti. In qualche modo Lui portava i tacchi a spillo narra la progressiva decostruzione di un maschio. All’amore del suo uomo Monique risponde con un disprezzo viscerale. È lei la prima, con le parole crudissime dell’incipit nella sala da ballo, ad avviare la demolizione di Antoine, ed è sempre lei a offrire il suo compagno a Bob per cercare di non perdere l’affascinante ladro incontrato sulla loro strada. Del resto, per Antoine la sua donna è sacra, pure quando lo tratta male, da perfetto maschio tradizionale portato alle più estreme conseguenze del paradosso. Dal canto suo, le incursioni di Bob per conquistare Antoine sono incessanti e alla fine seducenti. Anche perché il corpulento ladro rivela pure un animo sensibile (ogni tanto parla addirittura in rima), realmente innamorato dell’ometto malcapitato. Conservando i tratti più deleteri del maschio stereotipato (la forza fisica, il dominio violento della donna), Bob si delinea come una sorta di esaltazione schizoide e paradossale dell’eterosessualità più misogina. E quando la seduzione è compiuta, i due uomini si chiudono in una dimensione solipsistica che esclude totalmente Monique. La decostruzione del maschio giunge infine, alle ultime battute, a un universo fatto di sole donne. Il finale propone una sorta di nuova famiglia, composta da tre figure femminili (una effettiva; gli altri due en travesti), un tris di mamme che si prendono cura di un figlio. Il declino del maschio fino alla sua più completa dissolvenza è un tema piuttosto frequente fra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta. Basti pensare alle numerose opere di Marco Ferreri dedicate a tale materia – L’ultima donna (1976), Storia di Piera (1983), Il futuro è donna (1984), ma è un filone tematico che in realtà informa molta parte della produzione ferreriana fin da Una storia moderna – L’ape regina (1963). Insieme al maschio sono in via di sparire intere sovrastrutture culturali, l’impalcatura di un’intera società occidentale intesa nei suoi tratti più tradizionali. È un passaggio antropologico di caratura epocale. Blier la butta un po’ in ridere, percorrendo strade di surreale paradosso. E in qualche modo Lui portava i tacchi a spillo sembra preludere al cinema e alla società che verrà, in cui i confini di ruoli, generi e identità sono andati incontro a linee sempre più sfumate.

Il dialogo fitto e serrato, i toni brillanti, la ripetizione delle azioni, l’uso intelligente della gag visiva – intorno al tavolo di un elegante appartamento da derubare Blanc scende più volte da uno sgabello restando comunque decisamente più basso di Depardieu da seduto – appartengono a una raffinata tradizione francese, fra farsa, pochade e théâtre boulevardier, qui riaggiornata a inedite provocazioni.È anche una comicità, e un modo di narrare l’omosessualità, che mostra qualche debito e retaggio rispetto a facili risate di lungo corso. Gran parte del gusto paradossale che anima il film proviene infatti da schemi ben collaudati (e un po’ superati dal tempo) – l’omone uscito pazzo per amore di un pavido ometto sembra conservare tratti di una sproporzione comica tradizionale che tributa ancora le figure maschili di precise coordinate comportamentali. Così come, se Lui portava i tacchi a spillo constata e prende atto dello sfrangiarsi di netti confini erotici e identitari, al contempo il film può essere letto pure come un buffo grido d’allarme sulla virilità in via di sparizione.

D’altra parte, Bob e Antoine intrecciano una relazione amorosa che sembra non riuscire a liberarsi più di tanto dei consueti schemi uomo/donna – per passi successivi, Bob ha bisogno di trasformare Antoine nella sua donna. Via i baffetti, disegnato un bel rossetto sulle labbra, indossata una parrucca bionda e un bel vestito da signora: la tenue de soirée – l’abito da sera: titolo originale ben più efficace del pallido omologo italiano – è pronta. Antoine è pronto a uscire per allacciarsi in romantici balli con il suo omone Bob. È pronto a uscire, anche, per andare a prostituirsi. È un abito da sera destinato a incollarsi per sempre al corpo di Antoine, lasciandone tramontare definitivamente l’identità maschile. E, puntualissime, emergono pure da parte di Antoine le convenzionali lamentele femminili sul sentirsi trascurati dal proprio uomo. La dimensione borghese della coppia, in sostanza, è dura a morire, si riproduce anche nei contesti più inconsueti. Soprattutto, il rapporto fra Bob e Antoine è spesso all’insegna della dinamica fra dominatore e dominato, e in tal senso ripropone implicitamente gli schiaffoni riservati a Monique nella prima sequenza. Benché siano due uomini, uno soverchia l’altro come nel peggiore rapporto maschilista fra uomo e donna. Del resto, ci ha già pensato Monique fin dalle prime battute a delineare la figura del suo compagno come un predestinato sottomesso, neanche l’ombra di un uomo sicuro di sé e autodeterminato – umiliazione dopo umiliazione, si giunge pure alle ciniche risate di Bob e Monique all’idea che Antoine possa sparire dalla vita della sua compagna. Di più: nel progressivo annientamento dell’individualità maschile di Antoine (e della sua individualità tout court) si giunge alla coercizione massima della sua volontà con l’obbligo a prostituirsi con uomini. È lo spossessamento di un uomo per tappe successive; Bob seduce la donna di Antoine, poi seduce lui, poi lo costringe a prostituirsi, infine lo trasforma in una donna.

Negli anni, del cinema di Blier si è detto tutto e il contrario di tutto: regressivo, maschilista, anarcoide, iconoclasta, liberissimo. Certo, è presente una sfacciata spregiudicatezza (anche un po’ rabbrividente) nel trattamento riservato ai personaggi femminili. Ma Lui portava i tacchi a spillo, in fin dei conti, testimonia un tangibile spirito libero che si fa beffe di qualsiasi precisa coordinata pure ideologica. È provocazione libera e scarruffata, priva di particolari sovrastrutture. Blier imita anzi un consueto cinema francese di buona confezione del quale però, per impercettibili spostamenti, mina le fondamenta. Cast prestigioso di ascendenza teatrale nel Café de la Gare e nel gruppo Splendid, e accorta precisione di messinscena.Tutto sembra consueto, ma visto più da vicino niente è consueto. Non è certo consueta, a tale altezza cronologica, la spregiudicatezza nell’affrontare a viso aperto l’universo dell’eros – ce n’è letteralmente per tutti i gusti, dal fetish (i pantaloni di pelle nera lungamente indossati da Depardieu) al bacio lesbico,al marito derubato che a letto seduce Monique con la moglie dormiente al suo fianco, all’annoiata coppia alto-borghese che cerca nuove emozioni in incontri allargati a più persone, al maturo signore che vuol comprare il piacere da Antoine. Tributato del premio al miglior attore (per Michel Blanc) al Festival di Cannes 1986, commentato dalle musiche di Serge Gainsbourg, il film fu un grande successo di pubblico in Francia, e questo la dice lunga sull’erudizione del coevo medio pubblico transalpino. Probabilmente giocò a favore del film l’aria di scandalo che accompagnò la sua distribuzione nelle sale – fra le altre cose, il manifesto gridava un enorme Putain de film! Ma è anche un film divertente, che non perde un grammo di intelligenza nella sua naturale vena di commedia. Forse oggi non sorprende più nessuno il massiccio Depardieu che si strugge di desiderio per lo smilzo Blanc. Anche per questo, per l’evoluzione ricettiva del film in diacronia, oggi emerge con maggiore forza la natura estetizzante dell’operazione, il suo approccio freddo e distanziato a una materia narrativa scatenatamente greve. Greve, grevissima. Gustosissima.

Info
Lui portava i tacchi a spillo, il trailer francese.

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