Alto, biondo e… con una scarpa nera

Alto, biondo e… con una scarpa nera

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Nato come parodia del cinema di spionaggio anni Sessanta, tenendo a modello in primis l’universo narrativo di James Bond e alcune tendenze hitchcockiane, Alto, biondo e… con una scarpa nera di Yves Robert si srotola lungo una classica catena di equivoci visivi e sonori affidati a un linguaggio moderno, astratto e stilizzato, e a una comicità raffreddata che esalta mimica e fisicità attoriale con richiami al cinema delle origini. Scritto da Francis Veber insieme al regista. Pierre Richard come protagonista.

Identificazione di un uomo (imbranato)

A seguito di un conflitto personale scoppiato all’interno dei servizi segreti francesi fra una figura di spicco e il suo assistente che vuole fargli le scarpe, un violinista bonario e stralunato, François Perrin, è sbalzato a sua insaputa in una guerra fra spie in cui viene coinvolto come puro capro espiatorio. È l’inizio di una catena di incessanti equivoci che continuano a roteare intorno a François nella sua più totale inconsapevolezza. [sinossi]

Il cretino, l’imbranato, l’inadeguato. Lo sceneggiatore e regista francese Francis Veber ha costruito buona parte della sua carriera creativa intorno alla riproposizione di un personaggio più o meno fisso, la figura stilizzata di un uomo ordinario e un po’ maldestro, dalle non spiccate doti manuali, pronto a trasformare il contesto circostante in un territorio minato di imprevisti, capitomboli e vari disastri. È la retorica del cretino, piuttosto popolare nella tradizione comica francese (fino all’emblematico La cena dei cretini, Francis Veber, 1998),che magari non sempre è un cretino in senso stretto ma che comunque non eccelle in gestione della realtà. A questo personaggio Veber ha assegnato due nomi ricorrenti, François Perrin e François Pignon, e a interpretarlo ha chiamato più volte Pierre Richard, ricciolo biondo ed espressione colma di stupore di fronte all’improvvisa ostilità del mondo animato o inanimato che gli si dispiega intorno. Con Alto, biondo e… con una scarpa nera (Yves Robert, 1972), tributato di un Orso d’Argento al Festival di Berlino del 1973, si apre pure un mini-ciclo dedicato al cosiddetto Grande Biondo, una versione di François Perrin in veste di violinista alle prese con inaspettate vicende spionistiche rilette in chiave parodica. Ideato dal regista Yves Robert in sinergia con Francis Veber, il film avrà anche diversi anni dopo un remake americano con un giovane Tom Hanks come protagonista, L’uomo con la scarpa rossa (Stan Dragoti, 1985), che sposterà il registro comico verso una cifra più superficialmente demenziale, in linea con i gusti della coeva comicità statunitense anni Ottanta. Del resto, i saccheggi a stelle e strisce sulla commedia francese sono una costante, specie lungo il decennio reaganiano, tanto da indurre lo stesso Francis Veber a tentare l’avventura di regista in terra americana con alterne fortune.

Alto, biondo e… con una scarpa nera nasce innanzitutto sull’intento di parodiare il coevo universo cinematografico delle spy stories, in particolare gli intrecci contorti e avventurosi di James Bond. In prima battuta pure il commento musicale, a opera di Vladimir Cosma, doveva avere richiami più diretti alle sonorità bondiane, salvo poi optare per un tappeto di note più affini alle tradizioni rumene dell’autore e pure con qualche reminiscenza degli score composti per il western italiano. La vicenda vede al centro una classica guerra fra due contrapposti gruppi di spie, sia pure interni alla medesima struttura di servizi segreti, comandati rispettivamente da un capo e dal suo assistente che vuole fargli le scarpe. Per spaventare la fazione rivale il capo ordina ai suoi uomini di scegliere un uomo qualsiasi all’aeroporto di Orly e fare in modo che gli avversari vedano in lui un temibile agente segreto venuto da lontano. La scelta cade sull’ignaro François Perrin, stralunato violinista che all’atterraggio dopo un concerto all’estero si presenta con due scarpe spaiate. Perrin è in effetti un uomo mite, bonario e un po’ svanito. Parla poco, si muove molto, e spesso i suoi movimenti provocano catastrofi a catena. Non è propriamente un cretino, ma un imbranato bello e buono magari sì. Se l’idea è quella di scimmiottare il cinema di 007 per farsene beffe, in realtà la struttura del racconto ricorda molto anche la tradizione hitchcockiana, secondo la quale spesso un uomo qualunque e discretamente anonimo, privo di una forte personalità, finisce per trovarsi invischiato in faccende assai più grandi di lui. Viene da pensare a Intrigo internazionale (Alfred Hitchcock, 1959), dove il mite Roger Thornhill/Cary Grant viene scambiato per un agente segreto in realtà inesistente. La brillantezza di Alto, biondo e… con una scarpa nera sta esattamente nel costruire un intero intreccio, fitto di equivoci visivi e sonori, intorno a un caso del tutto illusorio. L’identità di François Perrin è una messinscena voluta da altri, che tuttavia provoca un groviglio di incidenti a cascata figli di una continua incomprensione della realtà. A sorreggere i gangli narrativi del film vi è di fatto un Nulla stordente, che rasenta assai più del remake americano gli abissi dell’Assurdo. Cogliendo la natura più intima del racconto spy, Robert e Veber evocano infatti un universo in cui la realtà è letteralmente esplosa, soggetta a un’incessante impossibilità di lettura. Un’infinita catena di equivoci visivi e sonori non fanno altro che differire la realtà, e offrirla per di più a interpretazioni mai efficaci, mai risolutive, sempre sbagliate.

L’equivoco, spesso, sta nel pregiudizio di chi vede. Per lunghi tratti la figura di François Perrin non è altro che oggetto passivo delle interpretazioni altrui. Sono numerosi i filtri alla realtà che intervengono nel racconto. Si mettono in funzione registrazioni artefatte per fingere conversazioni a favore di altre spie in ascolto. Si spiano i comportamenti di François sottoponendoli a una continua sovrainterpretazione. Perfino un messaggio romantico trovato nell’armadio di casa dev’essere sottoposto a decifrazione, come se si trattasse di una comunicazione criptata. Dev’esserci una ragione precisa pure per lo sciacquone tirato da François. A coronare tale selva di duplicazioni di realtà e di letture fallaci interviene poi la sequenza della seduzione a casa della bella Christine. Altre spie seguono il corteggiamento su uno schermo televisivo, seduti come in platea, mentre una premurosa signora offre bevande. Di fatto, le spie vedono un film la cui sceneggiatura è in qualche modo scritta e preordinata dalla bionda affascinante. L’approdo è una totale scomposizione del reale che si traduce in bomba a orologeria di esilaranti equivoci. Segue lo stesso principio di scomposizione pure la veste estetica del film, per lo più fatto di rapide, brevi e brevissime inquadrature spesso dedicate a dettagli di oggetti. Benché molto divertente, Alto, biondo e… con una scarpa neraraffredda in tal senso la propria carica comica e parodica tramite processi di astrazione e stilizzazione. Per lunghi tratti i dialoghi sono estremamente ridotti, e a tale laconicità corrisponde invece un’enfasi insistente sui rumori degli oggetti, spesso meccanici e automatici. Lo stesso accade ai personaggi, con i casi-limite di Maurice, ridotto a un tappeto di risate, onomatopee e gesti fisici, e di sua moglie Paulette, altrettanto caricaturale nei suoi eccessi passionali. In qualche modo l’estetica di Robert sembra dunque debitrice del cinema di Jacques Tati, sia pure secondo una rilettura più aperta alla fruizione immediata del grande pubblico e in un contesto di dichiarata parodia ai danni di un genere di consumo. Del resto, fin dai titoli di testa srotolati su un mazzo di carte sono chiamati in causa il Caso e la Probabilità. In un universo dal significato esploso non restano che le varianti combinatorie dell’alea, come in una qualsiasi partita a un tavolo da gioco. Si possono azzardare previsioni e interpretazioni, sempre votate all’errore e allo scacco.

Se in tale universo di duplicazioni si finisce per costeggiare pure più di un riflesso metafilmico, d’altra parte la comicità stilizzata asciuga le proprie modalità d’espressione fino alle estreme conseguenze. Non è ignota al film, infatti, anche una vena comica in diretta filiazione dal cinema muto, tutta affidata alla fisicità e alla mimica dell’attore. Basti pensare alla sequenza del concerto di musica classica, in cui Robert demanda totalmente ai volti e ai corpi attoriali la riuscita del meccanismo comico, sempre condotto su un filo sottile fra risata e suspense. È lo stesso Pierre Richard, del resto, ad affidare ampiamente la propria portata comica al corpo. Sguardo stralunato, riccioli vaporosi, e una fisicità che pare quella di un acrobata, fatto di gomma come nei cartoon. In un certo senso Alto, biondo e… con una scarpa nera sembra collocarsi dunque a un interessante crocevia fra modernità e cinema delle origini. Degli esiti del cinema europeo anni Sessanta sembra cogliere la riflessione sul linguaggio, la consapevolezza di esso, la crisi del soggetto e delle sue capacità interpretative, l’assunzione di una realtà non più univoca e leggibile, ma frammentata in mille pezzi di impossibile ricomposizione. E per dare forma a tale presa di coscienza non resta dunque che arretrare verso forme più minimali di espressione comica, rivalorizzando il mimo, il circense, lo slapstick, il rumore, l’equivoco, il capitombolo, sulle orme di un reale che si riduce a puro meccanismo privo di significato (o troppo carico di significati preconcetti e predigeriti), fatto di figure rigide e istupidite dalla rigidità. Antonioni, Tati, Hitchcock, la Nouvelle Vague e la comica muta: alle prese con un racconto che già allora avverte l’invasività dello sguardo altrui (con quel che ne consegue in termini di perdita d’identità) come esito ultimo della contemporaneità, ben quarant’anni prima delle derive social anni Duemila – il cartello finale che parla addirittura di violazione della privacy, sia pure piazzato come scherzo finale, non è poi così occasionale.

Info
Alto, biondo e… con una scarpa nera, un trailer.

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