Toy Story – Il mondo dei giocattoli
di John Lasseter
Oramai assurto a classico del cinema d’animazione, Toy Story – Il mondo dei giocattoli (1995) di John Lasseter non è solo il primo passo cinematografico della Pixar e il primo capitolo di un fortunatissimo franchise, ma è un vero e proprio spartiacque, almeno in parte paragonabile – con tutte le proporzioni del caso – all’inarrivabile Biancaneve disneyano. È il successo di Toy Story a scoperchiare il vaso di Pandora dell’animazione in computer grafica, a determinare scelte economiche e artistiche della Casa del Topo, a plasmare l’immaginario di più di una generazione. Nel bene e nel male, il film di Lasseter stravolge gli equilibri e le prospettive dell’industria mondiale del cinema d’animazione.
C’era una volta…
Un gruppo di giocattoli, che sembrano inanimati quando ci sono persone presenti, vivono nella casa del loro bambino di nome Andy. Quando Andy riceve una nuova action figure, Buzz Lightyear, la dinamica tra i giocattoli cambia: Woody, il loro leader, teme di essere sostituito. Insieme, Woody e Buzz si trovano costretti a superare le loro rivalità iniziali per tornare al loro proprietario e mantenere la loro posizione nella casa di Andy, affrontando avventure e pericoli lungo il percorso… [sinossi]
Sono arrivati!
Ospiti con regali a ore 3!
Oh, santa mortadella,
sono ancora impacchettati!
– Hamm
Ne è passata di acqua sotto i ponti. Trent’anni dall’uscita nelle sale di Toy Story – Il mondo dei giocattoli (1995) di John Lasseter. Un po’ di più dalla fondazione della Pixar: prima come LucasFilm Computer Graphics Project nel 1979 (siamo, per intenderci, tra Guerre stellari e L’Impero colpisce ancora, ovvero in una fase roboante degli effetti speciali ma comunque pre-CGI), poi come Pixar Animation Studios nel 1986. Due anni prima, nel 1984, i bellimbusti della futura Pixar avevano realizzato il loro primo cortometraggio, Le avventure di André & Wally B., due minuti diretti da Alvy Ray Smith con character design e animazioni di Lasseter. L’anno seguente, ovvero dieci anni esatti prima di Toy Story, i nostri eroi avevano invece creato il cavaliere di vetro di Piramide di paura (1985) di Barry Levinson, un trionfo per la computer grafica.
Insomma, l’approdo a Toy Story e più in generale ai lungometraggi d’animazione non è ovviamente immediato e inizialmente l’azienda di Lasseter e soci guardava più allo sviluppo di software e hardware. Anche perché, tornando a Le avventure di André & Wally B. e ai successivi cortometraggi (Luxo Junior, 1986; Il sogno di Red, 1987; Tin Toy, 1988; Knick Knack, 1989), il divario tra l’animazione tradizionale e l’animazione in computer grafica era – ancora – ampio. In tal senso, anche per valutarne l’evoluzione, non bisogna dimenticare i primi esperimenti della Boeing Company o tutti quei corti dimostrativi degli anni Settanta, lontanissimi dall’estetica che gli artisti della Pixar stavano via via plasmando e perfezionando. Estetica che, finalmente, era intrecciata alla narrazione.
Nonostante i limiti dell’amabile Knick Knack e dei precedenti cortometraggi, esperimenti come quelli di Ed Emshwiller sembrano oramai preistoria. I tempi erano maturi. La Pixar si getta anima e corpo sul suo primo lungometraggio, interrompendo per quasi un decennio il lavoro sui pur fondamentali film brevi – riprenderà nel 1997 con Il gioco di Geri di Jan Pinkava, per intensificare il ritmo realizzativo dal 2000 in poi, arrivando a produrre anche tre (2005, 2009, 2011, 2018 e 2020), quattro (2021) o cinque titoli (2019) all’anno.
Evoluzione in grande stile di Tin Toy, la pietra miliare Toy Story – Il mondo dei giocattoli contiene al suo interno e (almeno in parte) supera i limiti congeniti dell’animazione in computer grafica. La scelta dei giocattoli, come saranno poi gli insetti di A Bug’s Life – Megaminimondo (1998), i paciosi mostri di Monsters & Co. (2001), i pesci e affini di Alla ricerca di Nemo (2003) e via discorrendo, compresi i supereroi dalle proporzioni cartoonesche de Gli Incredibili (2004) o la principessa Merida di Ribelle – The Brave (2012), è di svicolare quando la sfida al fotorealismo e la perfezione dei pixel devono fare i conti con gli essere umani. Non a caso, dal punto di vista puramente grafico, il tozzo Buzz Lightyear funziona più del dinoccolato Woody, ma soprattutto i personaggi umani sono in scena il meno possibile – ed è qui che il passare del tempo si mostra inclemente.
A differenza della Disney dei bei tempi andati di zio Walt, che dalla precisione un po’ straniante del rotoscopio per i personaggi umani (si veda, ovviamente, l’immortale Biancaneve e i sette nani) era passato a soluzioni più stilizzate e funzionali dal punto di vista dinamico (un altro capolavoro, La bella addormentata nel bosco), riuscendo a far coesistere senza strappi estetici esseri umani e creature di ogni tipo, alla Pixar si portano dietro gli stessi limiti emersi coi primi esperimenti del pioniere della computer grafica William Fetter. La magia della Pixar, come il successo di Toy Story, però non si limita alle migliorabili mirabilie della nuova frontiera dell’animazione: fortunatamente Lasseter e soci non pescano a piene mani solo dalle innovazioni e intuizioni tecnico-artistiche degli animatori nordamericani, proseguendo su una linea estetica tracciata fin dai albori da Winsor McCay, ma guardano alle più stratificate forme di narrazione, prendendo più di uno spunto anche dall’industria degli anime e dalla filmografia ghibliana.
Infatti, più della resa grafica, ancora apprezzabile ma evidentemente scalfita dal tempo, a dare spessore a Toy Story è la caratterizzazione dei personaggi, la dinamica dei loro rapporti, l’arco narrativo, il senso del racconto. E la cura, dai dettagli a tutto il comparto sonoro, fino alla scelta felicissima delle voci (non solo quelle originali). Il segreto della ricetta pixariana è la centralità della storia, il valore delle idee. E il tempo per realizzarle.
Si diceva dell’acqua sotto i ponti. Della cura e del tempo.
Tra il 1995 e il 2010 la Pixar produce undici lungometraggi.
Toy Story – Il mondo dei giocattoli, A Bug’s Life – Megaminimondo, Toy Story 2 – Woody e Buzz alla riscossa e Cars – Motori ruggenti di John Lasseter; Monsters & Co. e Up di Pete Docter; Alla ricerca di Nemo e WALL•E di Andrew Stanton; Gli Incredibili e Ratatouille di Brad Bird. Infine, Toy Story 3 – La grande fuga di Lee Unkrich.
Nei successivi quindici anni, ovvero fino a oggi, Pixar\Disney produce venti lungometraggi. La metà sono sequel o giù di lì. Al di là della defenestrazione di Lasseter e del cambio generazionale un po’ affrettato (Stanton tonerà a breve proprio col quinto capitolo di Toy Story), il ritmo produttivo è diventato castrante per le idee, per la cura. Paradossale, tra l’altro, la decisione della Disney di mandare a remengo a suo tempo l’animazione tradizionale, la propria storia. Che follia.
Anche in questo senso, senza contare la produzione spesso più che deludente delle varie concorrenti, dalla DreamWorks alla Illumination, passando per la defunta Blue Sky, Toy Story – Il mondo dei giocattoli è uno spartiacque. Ed è il vessillo di una concezione alta e altra dell’animazione, al di là del mezzo espressivo scelto, al di là dei pixel, della ricchezza dei dettagli, della fluidità dei movimenti, del ventaglio cromatico. Se sulla resa grafica alquanto discutibile di Andy, Molly e Sid si può serenamente sorvolare, come su altri inevitabili difetti (soprattutto se visti con gli occhi di oggi), a riempire il cuore sono proprio i giocattoli e le loro interazioni, dai due protagonisti agli amici di sempre Mr. Potato, Rex, Slinky Dog, Hamm e Bo Peep. In fin dei conti, prima del pirotecnico finale, a rendere l’idea basta il primo incontro tra Buzz e Woody sul letto di Andy. L’astronauta e il cowboy. La nostra infanzia, qui condita di ironia, gag, avventura e profondissimi sentimenti. Toy Story è una commedia brillante, è un buddy movie ispirato, è un film sentimentale. E poi la pubblicità dei modellini di Buzz, quel volo illusorio, verso l’infinito e oltre…
Info
Il trailer di Toy Story.
- Genere: animazione, avventura, commedia
- Titolo originale: Toy Story
- Paese/Anno: USA | 1995
- Regia: John Lasseter
- Sceneggiatura: Alec Sokolow, Andrew Stanton, Joel Cohen, Joss Whedon
- Montaggio: Lee Unkrich, Robert Gordon
- Interpreti: Annie Potts, Cody Dorkin, Debi Derryberry, Don Rickles, Erik von Detten, Greg Berg, Jack Angel, Jim Varney, John Morris, John Ratzenberger, Kendall Cunningham, Laurie Metcalf, Lisa Bradley, Penn Jillette, R. Lee Ermey, Sarah Freeman, Spencer Aste, Tim Allen, Tom Hanks, Wallace Shawn
- Colonna sonora: Randy Newman
- Produzione: Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures
- Durata: 81'







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