Passaggio per il Paradiso

Passaggio per il Paradiso

di

In Passaggio per il Paradiso il fantastico non è un ornamento, ma un dispositivo morale: l’aldilà come stazione d’attesa, la “burocrazia” celeste come ironia che maschera un’idea severa di responsabilità. La frizione più interessante del film è tra due adolescenze: il mito ribelle dei primi anni Sessanta, con il suo machismo da giubbotto di pelle, e l’adolescenza anni Ottanta, già catturata dalla cultura pop e trasformata in cliché. Bobby, eterno ragazzo, diventa così un reperto vivente: ciò che in origine sembrava trasgressione, nel presente è archeologia, e l’educazione alla coolness mostra i suoi limiti proprio mentre produce comicità. La svolta melodrammatica (la rivelazione del legame padre-figlio) dà al film la sua posta in gioco più alta: la crescita non coincide con il fascino, coincide con la capacità di riconoscere il valore opaco della cura quotidiana, persino quando a praticarla è un rivale mediocre e imperfetto. È qui che l’opera, pur con ingenuità e stereotipi evidenti del suo tempo, riesce a toccare un punto vero: il mito adolescenziale si consuma, ciò che resta è la fedeltà agli altri.

La staffetta dei vivi e dei morti

All’inizio degli anni Sessanta Bobby Fontana (Lewis Smith), giovane ribelle che vive di sfide e di velocità, muore in un incidente durante una gara di accelerazione e si risveglia in un limbo che assomiglia a una stazione ferroviaria. Una guida ironica e pragmatica, Rafferty (Richard Mulligan), gli spiega che il Paradiso non è ancora per lui: dovrà guadagnarselo tornando sulla Terra come una sorta di angelo custode. Vent’anni dopo Bobby riceve l’incarico di aiutare Lenny Barnes (Jason Gedrick), adolescente intelligente ma impacciato, privo di fiducia e troppo timido per avvicinare la ragazza che desidera. Bobby lo prende sotto la sua ala e lo “addestra” ai codici della sicurezza e dell’attrazione, trasformando la missione in un’amicizia crescente che mette in dialogo due epoche e due modi di essere giovani. Ma, mentre Lenny cambia, Bobby è costretto a fare i conti con ciò che la morte gli ha sottratto e con un segreto che lega la sua storia a quella del ragazzo, trasformando l’aiuto in una resa dei conti affettiva e morale. [sinossi]

Nell’estate del 1985, quando le sale cinematografiche sembravano inghiottite da una sovrabbondanza di titoli destinati ai giovani e al consumo veloce, apparve quasi in sordina un film che il tempo avrebbe relegato tra i dimenticati, e che tuttavia, proprio per questa sua marginalità, merita di essere ricordato come frammento di un’epoca: Passaggio per il Paradiso (The Heavenly Kid). Era presentato come una commedia adolescenziale con venature sentimentali, ma nascondeva un’ossatura fantastica e soprannaturale che ne faceva un curioso ibrido, sospeso tra la leggerezza della cultura pop anni Ottanta e la malinconia di una parabola morale. Non un capolavoro, certo, ma un film che restituisce il clima culturale di quegli anni e che porta con sé il riflesso di una stagione del cinema in cui la dimensione favolistica poteva ancora essere veicolo di riflessione, seppure tra le pieghe di una trama convenzionale. Il racconto si apre nei primi anni Sessanta, in un’America che porta ancora addosso i miti di James Dean e dell’adolescenza ribelle: Bobby Fontana, giubbotto di pelle e sguardo sprezzante, interpretato da Lewis Smith, sfida il destino in una corsa d’auto su una scogliera, rito iniziatico di machismo e di onore malinteso. La morte improvvisa, la caduta nel vuoto, non sono che la porta d’ingresso a un aldilà immaginato come una stazione ferroviaria: qui Bobby scopre che il suo viaggio non è finito, che un treno lo attende, che il Paradiso non è ancora per lui. Una burocrazia celeste impersonata da un ironico Richard Mulligan gli assegna una missione: dovrà restare sospeso tra i mondi fino a quando non avrà guadagnato la possibilità della “salita”. Questo incipit, che evoca atmosfere alla Prossima fermata: Paradiso e anticipa certe invenzioni visive di Beetlejuice, inscrive il film in un registro di satira fantastica che coniuga ironia e malinconia, leggerezza e destino.

Solo vent’anni più tardi, nel 1985, Bobby riceve il suo compito: aiutare un ragazzo impacciato, Lenny Barnes (Jason Gedrick, poco prima de L’aquila d’acciaio), emblema del nerd cinematografico, goffo e senza fiducia in se stesso. All’inizio la missione sembra quasi ridicola, tanto il ragazzo appare incapace di sopravvivere a se stesso: Bobby lo salva letteralmente da una caduta, ma ciò che deve fare va oltre il gesto eroico, e riguarda piuttosto la trasformazione interiore. Lenny è un adolescente che vive nell’ombra di un bullo arrogante, proiezione di tanti antagonisti dei teen-movie americani, e che s’illude di amare la ragazza sbagliata, la bionda popolare che lo disprezza, senza accorgersi di Melissa (Nancy Valen), la compagna silenziosa che lavora con lui e che soltanto alla fine riceverà un riconoscimento tardivo. Il cuore del film sta tutto nella relazione tra il fantasma degli anni Sessanta e il ragazzo smarrito degli anni Ottanta. Tra loro si crea un rapporto ambiguo, in parte pedagogico, in parte comico, fondato su un’idea di fascino sfrontato che appare subito datata: Bobby insegna a Lenny come vestirsi, come atteggiarsi, come conquistare il rispetto attraverso simboli esteriori, dal giubbotto alle automobili. L’ironia del film è che questo linguaggio, che nel 1962 poteva sembrare sovversivo e virile, nel 1985 è già un reperto archeologico. Lo spettatore coglie l’anacronismo: la giovinezza ribelle è stata inglobata dalla cultura pop, ridotta a cliché, mentre l’adolescente contemporaneo non ha più la forza di incarnare il mito della trasgressione. È un’America che sembra guardarsi allo specchio, tra ciò che era e ciò che è diventata, tra beat generation e fast food, tra sfide all’ultimo respiro e notti consumate nel riflesso di un jukebox. In questo sguardo retrospettivo, Passaggio per il Paradiso si colloca accanto ad altri film che negli stessi anni hanno esplorato il rapporto con il tempo e con l’adolescenza perduta: Ritorno al futuro (uscito proprio nel 1985) faceva della macchina del tempo una parabola comica e malinconica sulla possibilità di riscrivere la propria giovinezza, Peggy Sue si è sposata (1986) di Francis Ford Coppola guardava con ironia e nostalgia al ritorno di una donna adulta negli anni del liceo, e più tardi Ghost – Fantasma (1990) avrebbe trasformato il legame tra amore e aldilà in un melodramma romantico di enorme successo. In confronto a questi titoli, il film di Cary Medoway appare minore, meno raffinato e meno incisivo; ma proprio questa sua natura “di margine” lo rende interessante come eco secondaria, come variazione popolare di un discorso che il cinema stava affrontando da più prospettive: il tempo che passa, la memoria che si riaffaccia, la necessità di riconciliare i vivi e i morti, i padri e i figli.

Non mancano momenti che oggi possono apparire stereotipati, come la sequenza ambientata in un bar gay trattata con lo schema dell’equivoco. Se a uno sguardo contemporaneo ciò può sembrare una caduta di gusto, bisogna ricordare che il cinema commerciale degli anni Ottanta, soprattutto quello destinato agli adolescenti, non era ancora filtrato dal linguaggio che conosciamo oggi: simili gag appartenevano a un codice condiviso, che non puntava tanto a ridicolizzare quanto a generare un sorriso rapido, inscrivendosi in una tradizione di comicità popolare allora ritenuta innocua. In filigrana, tuttavia, s’intuisce un discorso più serio: il confronto con la morte, la possibilità di un riscatto, la figura paterna come nodo irrisolto. Perché, e qui si annida la svolta narrativa più significativa, Lenny scoprirà che Bobby non è soltanto la sua guida celeste, ma il padre biologico che non ha mai conosciuto, morto ancor prima della sua nascita. Il film costruisce così un intreccio che fonde commedia e melodramma: Bobby, rimasto eternamente giovane, deve confrontarsi con l’idea che la donna amata, Emily (Jane Kaczmarek), abbia poi sposato il suo rivale, e che quel rivale, seppur imperfetto e banale, abbia avuto la forza di crescere il figlio che lui non ha potuto vedere nascere. È qui che Passaggio per il Paradiso raggiunge la sua parte migliore: nella consapevolezza di Bobby che la paternità non è un mito romantico, ma una responsabilità quotidiana, fatta di sacrifici e d’imperfezioni. Joe, il rivale, non è diventato un eroe, anzi, appare spesso come un uomo mediocre, appesantito dall’alcol e dalla routine; ma la sua presenza, il suo aver custodito Emily e Lenny, assume per Bobby un valore etico che lo costringe a crescere anche oltre la morte. In questo scarto narrativo, il film trova una sua verità: non la retorica del “bad boy” o del “nerd redento”, ma la consapevolezza che il tempo trasforma i miti in responsabilità, e che la vita si misura non con la gloria istantanea, ma con la fedeltà silenziosa agli altri.

Anche sul piano formale, il film porta i segni evidenti del suo tempo: la fotografia, priva di raffinatezze autoriali, è costruita su una tavolozza calda e leggermente patinata, che restituisce tanto la nostalgia dei primi anni Sessanta quanto l’estetica pop degli Ottanta, in una continua oscillazione tra passato e presente. La colonna sonora, con brani rock e melodie sintetiche tipiche del decennio, cerca di dare ritmo alle sequenze di trasformazione di Lenny e ai momenti di comicità slapstick, diventando essa stessa documento di una stagione musicale che dialogava strettamente con il cinema giovanile. Non è un commento sonoro memorabile ma oggi assume un valore di testimonianza: l’eco delle canzoni, dei riff di chitarra e delle tastiere elettroniche restituisce il battito di un’epoca, e finisce per amplificare la malinconia del film, sospeso tra il mito adolescenziale e la sua inevitabile consunzione. Resta, certo, l’impressione di un film fragile, segnato da ingenuità di sceneggiatura e da una messa in scena non memorabile. Ma proprio per questo, oggi, esso si guarda con una dolcezza nuova, come un documento di quegli anni in cui il cinema popolare sapeva ancora mescolare il fantastico al quotidiano, la favola alla commedia romantica. La storia di Bobby e Lenny non è solo un gioco di specchi tra generazioni: è la metafora di un passaggio, di una trasmissione invisibile, di una staffetta che unisce padri e figli, vivi e morti, passato e presente. E se il film è stato presto dimenticato, rimane però come un piccolo testimone di un cinema capace di custodire, anche nelle sue imperfezioni, un riflesso di eternità.

Info
Passaggio per il Paradiso, un trailer.

Articoli correlati

Array
  • Speciali

    Buone feste! 2025

    Tornano i consigli dei film da rivedere durante le festività natalizie: un modo per ricordare e condividere il cinema più o meno recente con amici, parenti, conoscenti, o anche perfetti sconosciuti. Buone feste! 2025 è l'augurio della redazione di Quinlan ai nostri lettori.