I ragazzi del coro
di Robert Aldrich
Tratto con approccio dichiaratamente divergente dall’omonimo romanzo di Joseph Wambaugh, I ragazzi del coro di Robert Aldrich è una commedia satirica sulla polizia americana, caratterizzata da una cinica e aggressiva carica dissacratoria che sfida continuamente i confini del rappresentabile. Greve, grevissimo, qua e là ai limiti del demenziale, nichilista e anarcoide, sorretto a una profonda riflessione sul declino di una nazione e dei suoi fondamenti socio-antropologici. Grande cast di (allora) giovani promesse, capitanate da un formidabile Charles Durning.
Una risata è per sempre
Los Angeles. In un distretto di polizia un gruppo di agenti (tutti uomini) si dedica di frequente a momenti di bisboccia e goliardia per scaricare la tensione accumulata durante le lunghe ore di servizio in strada. Alcuni di loro sono reduci della guerra in Vietnam, e ne conservano traumi e tare comportamentali. Altri cercano di arrivare quietamente alla pensione ormai vicina. Mossa da violenza, razzismo e omofobia,la loro azione collettiva non sembra incidere più di tanto sulla realtà circostante, costeggiando un diffuso e cinico sentimento di inutilità, declino e fallimento. [sinossi]
«I don’t find the fact that cops can’t ‘cope’ particularly rewarding; I can’t relate to it. I don’t know how to feel sorry for a cop. It’s a volunteer force. You’re not drafted to become a cop. So you’ve got to take some of the heat if you don’t like what people think about you. After all, that’s an extraordinary pension you get in twenty years; nobody else gets it. In fact, I disagree with Wambaugh to such an extent that I don’t think people really like cops». Nel 1977 così commentava Robert Aldrich riguardo al romanzo di Joseph Wambaugh di cui si apprestava a portare nelle sale la relativa trasposizione cinematografica. Intorno alla realizzazione di I ragazzi del coro (Robert Aldrich, 1977) si aprì anzi un’ampia diatriba fra l’autore del romanzo, che aveva lavorato pure alla sceneggiatura, e la produzione del film, giungendo a una causa legale promossa da Wambaugh per ottenere di rimuovere il proprio nome dai titoli della pellicola. Già dalle parole di Aldrich non si percepisce grande empatia fra regista e romanziere, ex-poliziotto ed ex-militare votatosi alla letteratura. Aldrich muove anzi da posizioni diametralmente opposte a Wambaugh nei confronti della materia narrata, dichiarando platealmente che non si sente coinvolto dalla preoccupazione per le condizioni di vita in polizia sulla quale s’impernia invece il romanzo originario. Che I ragazzi del coro di Aldrich prenda le distanze da tutto ciò è ben evidente fin dalle prime battute, anzi fin dai titoli di testa. Una vetrata istoriata e dedicata alla polizia è sfondata dal pugno guantato di un agente dell’ordine. Non è decisamente l’opening di un film dedicato alla celebrazione di una gloriosa organizzazione incaricata della protezione dei cittadini. È un gesto ribaldo e sarcastico, enfatizzato dagli ironici cori a commento. Successivamente, per tre quarti della sua durata I ragazzi del coro propone una satira scatenata e grevissima della polizia e delle sue dinamiche interne, psicologiche e interpersonali, seguendo una linea narrativa divagante e scapigliata, frammentata in una serie di episodi slegati da una stretta direzionalità vettoriale. Per la coralità del racconto, per la libertà di struttura narrativa, per il senso generale di goliardia maschile e per la vena dissacratoria applicata a forze militari o simili, viene in mente pure M*A*S*H (Robert Altman, 1970), benché Aldrich aderisca a un’idea di regia e messinscena più composta e ordinata. Per ampi tratti i toni del film ricordano la nascente e coeva commedia demenziale americana. Sul versante sessuale le gag, fortemente maschiliste e misogine, puntano al futuro Porky’s – Questi pazzi pazzi porcelloni! (Bob Clark, 1981), mentre più in generale si respira un’atmosfera anarcoide fra Animal House (John Landis, 1978) e la saga di Scuola di polizia (Hugh Wilson, 1984 – e seguenti), a fronte di una profondità d’approccio sul tema della virilità che solca una sensibile distanza dalla pura e semplice commedia.
In gergo Choir Practice si riferisce alla consuetudine di dedicarsi a momenti bacchici fra agenti di polizia che, per alleggerirsi della tensione accumulata durante le lunghe ore del servizio in strada, si lasciano andare a donne, consumo di alcool (talvolta anche di altro), bisbocce e goliardie maschili di vario genere. Non sono certo occasioni che portano grande lustro all’onorabilità del corpo di polizia, ma per gli agenti fungono da canale di decompressione, nel quale si conserva in ogni caso la carica aggressiva del proprio lavoro, riconvertita in ferocia dei comportamenti e degli scherzi. La Choir Practice, in qualche modo, è una sorta di regno della virilità più convenzionale e deplorevole. Se in altre occasioni e in altri generi Aldrich ha caratterizzato la propria opera all’insegna dell’eccesso grottesco e della crudeltà, spingendo forte sui confini del rappresentabile in ambito di produzione cinematografica di prima fascia, in I ragazzi del coro tale spinta oltre i limiti del visibile è applicata alla commedia. In tal senso il film trabocca di sfide, a partire dalla persistente esposizione del corpo maschile anche nei suoi plateali inestetismi. L’idea di virilità evocata è ribalda e prepotente, ma anche costantemente sottoposta alle minacce di vari fattori esogeni (l’omosessualità, innanzitutto). La donna è trattata come variante errata del maschio – una collega è ribattezzata No Balls, a evidenziare che la femmina è nient’altro che un uomo privo di attributi – ed è spesso vittima di scherzi a sfondo erotico (uno fra tutti, il bacio da sotto il tavolo di vetro). Qualche gay fa capolino qua e là, vissuto come inconcepibile insidia all’integrità di una convenzionale e maschia eterosessualità. Aldrich non arretra davanti a nulla nell’ordine della comicità più sgradevole. Il gay attempato con cagnolino viola (!), che attenta alle virtù dell’agente Roscoe, è una spudorata macchietta, mentre tratti di maggiore e credibile umanità sono riservati al giovane e sofferto omosessuale che ritornerà più volte lungo il racconto. Pure una burla fra colleghi, che finisce a calci e pugni, è improntata sul tema delle tentazioni gay. Altrettanto Aldrich riserva alla descrizione delle varie etnie che popolano il melting pot americano, seguendo una generale accentuazione dei tratti in ottica di distorsione sfacciatamente grottesca. Ma in realtà I ragazzi del coro mette tutto questo fra parentesi. È un grottesco di costante secondo livello, messo in scena con piena coscienza teorica. È anzi un grottesco in tutto funzionale alla principale distorsione operata sull’immagine del maschio. Gli agenti di polizia di Aldrich mimano di fatto una virilità tradizionale colta sulla via di sgretolarsi. I tratti si fanno sempre più rigidi, ma proprio perché il gruppo di poliziotti si confronta costantemente con la propria inadeguatezza ad atavici modelli e soprattutto a un mondo che sta cambiando. Con alle spalle il trauma della guerra in Vietnam (in alcuni di loro ha lasciato vere e proprie tare comportamentali), I ragazzi del coro tratteggiano l’affresco collettivo di un enorme fallimento nazionale. È il fallimento dell’America anni Settanta, la fine di un’idea di Paese la cui illusoria felicità è garantita da ordine e disciplina e dal dominio del maschio sul mondo circostante. Fra le gag più audaci e sbrindellate, una papera rischia di evirare uno degli agenti. È un’evirazione dalle risonanze simboliche. Basti vedere l’insistenza con cui Lyles si sistema per la notte, esibendo con tratti ridicoli la tronfiaggine maschile per il proprio corpo e la preparazione a un auspicabile rapporto sessuale con la moglie, che di tutta risposta se la dorme – il collutorio, il profumo dato sul petto, cercare di fare rumore per destare la dolce metà. E quando a letto si tenta un approccio, la risposta della donna è fantastica. Riuscirà a restare sveglia «only if you stick it in my eye». Terribile, grevissimo. Altrove, si rimirano le unghie smaltate mentre si fa sesso, con atteggiamento annoiato e distratto. La virilità, pure quella più intima e oggetto di un orgoglio quasi sacralizzato, si confronta con il proprio squallido declino. È ridotta a macchietta di se stessa, incapace di incidere sulla realtà, strappata via all’illusione coltivata per secoli di poter agire da incondizionato regolatore sociale.
Ancor peggio va a chi è fanaticamente convinto della spartizione fra un Bene e un Male assoluti. Basta un attimo, basta cedere a una personale inclinazione di piacere, perseguita in piena e totale ipocrisia, per veder crollare tutto – e Aldrich è ancor più visivamente scatenato nel racconto dell’universo sadomaso, ricorrendo a un uso subliminale di montaggio e colori psichedelici. La rigidità di un ruolo sociale porta con sé, insomma, la propria inevitabile distruzione. D’altra parte, più inquadrature intervengono a sottolineare la prigionia mentale alla quale i protagonisti sono sottoposti – più volte Aldrich piazza la macchina da presa al di qua di un filtro a griglia, spesso da dietro finestre ingabbiate. E gli avversari della polizia? Secondo un nichilismo tutto negativo, sgradevole o gustosissimo a seconda delle personali sensibilità di chi vede, Aldrich non risparmia letteralmente nessuno, riducendo a pura macchietta scalcagnata afro e messicani, prostitute di colore e mistress dai seni nudi e stellinati. Anzi, la costante inefficacia della squadra di poliziotti misura la propria inadeguatezza al contesto anche nello scontro con un mondo che sa fare un uso scaltro del pensiero comune, evocando di nuovo risonanze nell’idea generale di un’ampia decadenza maschile – per due prostitute in procinto di essere arrestate, è sufficiente mettersi a gridare allo stupro per darsi agilmente alla fuga. Aldrich non disdegna eccessi distorsivi ai limiti del cartoon (l’evidenza plastica delle frustate sulla schiena di Baxter) e neppure il ribaltamento grottesco di veri e propri atti di sadismo (quei baffi strappati dalle labbra a mani nude), frequenti nel suo cinema, sia in senso fisico sia esistenziale (Che fine ha fatto Baby Jane?, 1962; Quando muore una stella, 1968; L’assassinio di Sister George, 1968), così come evoca accenti di inusitato cinismo intorno al tema del suicidio – il terribile Roscoe, pensando di fare un uso intelligente della psicologia inversa, ottiene invece che una ragazza si tolga realmente la vita. È una comicità cattiva, aggressiva e di grande intelligenza, quella esibita da Aldrich in I ragazzi del coro, che contiene al suo interno acute riflessioni sul destino di una nazione, colta in un suo preciso momento storico, sociale e culturale. In prefinale il film piazza una svolta narrativa che sembra dirigersi verso una vera e inaspettata dimensione drammatica. Ma i poliziotti di Aldrich non possono sostenere il dramma, non lo contemplano. Anzi, pure il dramma di un suicidio e di un’uccisione ambiguamente accidentale si riconverte in occasione per cercare di ingannare il sistema, per uscire indenni dal conflitto con un Potere corrotto e protervo che cerca propri anticorpi interni per mantenersi integro anche di fronte al rischio di uno scandalo. Il potere è corrotto e patrigno, diretta emanazione del Potere nazionale. I poliziotti di Aldrich, reduci dal Vietnam e demoliti pezzo per pezzo lungo il racconto, non sono di certo soggetti migliori. Galleggiano, vivacchiano, affidandosi alla goliardia e a un’idea deplorevole di sopraffazione. I poliziotti di Aldrich ridono, non hanno molto altro da fare. Ridono lungo tutto il film e lungo gli interi titoli di coda. Una risata insistita e sgradevole, sui titoli finali, che soltanto nella sua distesa durata rivela quanto sia fuori luogo. A cinismo risponde cinismo. E poi risponde di nuovo cinismo. E ancora cinismo. Fino al Nulla. Fino a un nichilismo schiacciante e senza alcuna via di uscita. Se non quella di ridere, un’attività totalmente gratuita e inutile che a lungo andare, fisicamente, fa pure male.
Info
I ragazzi del coro, un trailer.
- Genere: commedia, poliziesco
- Titolo originale: The Choirboys
- Paese/Anno: USA | 1977
- Regia: Robert Aldrich
- Sceneggiatura: Christopher Knopf
- Fotografia: Joseph Biroc
- Montaggio: Irving Rosenblum, Maury Winetrobe, William Martin
- Interpreti: Barbara Rhoades, Burt Young, Charles Durning, Charles Haid, Cheryl Smith, Chuck Sacci, Clyde Kusatsu, Don Stroud, George DiCenzo, James Woods, Jeannie Bell, Jim Davis, Louis Gossett Jr., Perry King, Phyllis Davis, Randy Quaid, Robert Webber, Stephen Macht, Susan Batson, Tim McIntire, Vic Tayback
- Colonna sonora: Frank De Vol
- Produzione: Lorimar Productions
- Durata: 119'





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