San Damiano

Quando un film entra nel tempo lento e discontinuo della circolazione indipendente e si sottrae alle semplificazioni del mercato, il suo profilo non può essere disgiunto dal percorso di chi lo ha concepito. San Damiano nasce come gesto di prossimità e insieme di resistenza: un’opera che si costruisce fuori dai circuiti consueti e che, nelle sue molteplici fasi, ha conquistato spazio e occhi con una tenacia che ricorda quella dei soggetti che racconta. I giovanissimi cineasti Gregorio Sassoli (a cinque anni dal suo ultimo lavoro, Il dente del giudizio, del 2019) e Alejandro Cifuentes firmano la regia e la produzione del film, seguendone direttamente anche il complesso percorso distributivo attraverso sale e circuiti indipendenti, e definiscono un approccio immersivo che combina osservazione, partecipazione e la fragilità della responsabilità etica, restituendo un cinema che esiste prima di tutto nel contatto o, addirittura, nel contrasto con chi guarda. San Damiano – che ci si riferisca al film o al suo protagonista ha poca importanza – si presenta e configura non come semplice evento d’invito alla carità e all’accoglienza cristiana, ma come testimonianza viva e incarnata di un calore e di una compassione umana che è inscindibile dall’accettazione del demoniaco e dal reprobo che l’uomo porta dentro ma nasconde, e di un cinema che lo svela e lo accetta senza che il giudizio surclassi la comprensione – e viceversa –, crescendo nella relazione ambigua e dolorosa con il reale.

Se fossi Diavolo. Se fossi Dio.

Damian, trentacinquenne polacco fuggito da un ospedale psichiatrico di Breslavia, arriva a Roma con pochi soldi e il desiderio di ricominciare. Giunto alla Stazione Termini, sceglie di non dormire tra i senzatetto sulle strade; invece si arrampica e si stabilisce su una torre delle antiche Mura Aureliane che sovrastano la stazione, trasformandola nella sua casa quotidiana. Sognando di diventare cantante e spinto da un profondo bisogno di amore e affetto, Damian intreccia un legame intenso e turbolento con Sofia, una donna che vive anch’essa ai margini e con cui condivide giorni di passione, conflitti e fragilità. Mentre cerca un equilibrio tra slanci vitali e i limiti della sua esistenza precaria, Damian vive dentro la comunità degli emarginati di Via Marsala, di Sant’Egidio, tra piccoli gesti di solidarietà, contrasti personali e il flusso incessante della vita alla stazione romana centrale di Termini. [sinossi]

C’è un collegamento curioso, e per certi versi inquietante, tra le vicende che San Damiano attraversa e quelle che hanno coinvolto Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes, giovani autori che del film firmano la regia e la produzione (la loro Red Sparrow), seguendone direttamente anche il complesso e discontinuo percorso distributivo. Un legame che non va cercato in un facile parallelismo tra condizioni evidentemente incomparabili, ma piuttosto in una comune esposizione all’attrito: quello che si genera ogni volta che una forma di esistenza – una vita o un’opera – eccede i margini del gestibile, del presentabile, del commerciabile. Per quanto il paragone possa apparire forzato o persino improprio, tra la lotta quotidiana per la sopravvivenza sulla strada e contro una sanità mentale che si incrina giorno dopo giorno, e quella di due autori alle prese con un film più volte giudicato “incommerciabile”, il verdetto simbolico resta suggestivo. Aprendosi per un istante alla metafora, ciò che emerge è una stessa logica di resistenza: un punto di vista altro, una forma di vita eccedente, che nel cinema italiano come nello spazio urbano attorno a Via Marsala e ai sottopassi laterali di Termini riesce a sopravvivere solo se parzialmente sottratta allo sguardo comune. La resistenza è spietata, e se per i senza fissa dimora l’unico appiglio resta spesso il sostegno di realtà come la Comunità di Sant’Egidio, il cinema dal basso sembra poter contare solo su lavoro ostinato, sull’autoproduzione e sugli scarti di un sistema pensato altrove. Circa due anni prima dell’uscita del film, Sassoli e Cifuentes frequentano quotidianamente il circondario della Stazione Termini durante un periodo di volontariato. Sono lì mentre lavorano a tutt’altro progetto, una finzione distante da ciò che questo SanDamiano diventerà. L’incontro con Damian è una deviazione improvvisa, una folgorazione prima umana che artistica, da cui prende forma un film che, dopo un percorso di autoproduzione, entra ed esce a più riprese dalla programmazione in sala, nonostante un’accoglienza critica fin da subito attenta e partecipe.

Damian – o Damiano, come viene ribattezzato – è un uomo polacco poco più che trentenne, arrivato a Roma dopo la fuga da un ospedale psichiatrico di Breslavia. Alto quasi due metri, calvo, fisico asciutto, viso aperto e apparentemente amichevole, si muove secondo un registro emotivo instabile, capace di scivolare con naturalezza dalla chiacchiera ironica allo scatto d’ira, dalla confessione improvvisa alla voglia irrefrenabile di cantare a squarciagola e danzare davanti a tutti (e con una certa, seppur scomposta, leggiadria) senza alcun motivo. Canta le canzoni che ama, canta ciò che lo circonda, canta la propria vita e un passato che il film non ricostruisce mai del tutto, lasciandolo affiorare per frammenti. A Roma sceglie di vivere ai margini della Stazione Termini, ma rifiuta la strada così come la vivono gli altri. Non dorme sui cartoni, non frequenta i dormitori: si arrampica invece su una torre delle Mura Aureliane, sopra il quartiere San Lorenzo, trasformandola in casa. Vive lì perché quella posizione lo fa sentire diverso, al di sopra, separato. Non si riconosce nella categoria dei vagabondi, pur amando circondarsene e radunarli attorno a sé. Con uno sguardo costantemente attento ai rapporti tra alto e basso, tra il visibile delle architetture monumentali e l’invisibile umano che sotto e dentro di esse si annida, i registi alternano campi lunghi in cui il tempo sembra immobile e primi piani ravvicinati, insistiti, dove ogni volto chiarisce qualcosa del tempo della sopravvivenza. L’osservazione della strada convive con momenti che fanno supporre la performance ad hoc, in un equilibrio instabile ma potente – fino allo struggente – tra il dubbio della finzione e la ferale brutalità del fattuale. Attorno a Damian si muove una comunità precaria. Conosciamo Sofia, donna d’elemosina e di forti pulsioni erotiche, che racconta un passato di violenze oscillando tra ironia e spietatezza, talvolta rifugiandosi in un inglese di cui non è mai chiaro il reale dominio. Christopher diventa in breve tempo un amico fraterno, ascolta le canzoni di Damian, ne condivide paure e slanci, ma subisce anche i suoi pestaggi, così come Sofia, quando la speranza cala e l’alcool prende il sopravvento. Poi Alessandro, Simone, Musa, Vincent, e altri ancora: volti che entrano ed escono dal campo, si giurano amore e fratellanza, si picchiano, si abbracciano davanti a un obiettivo deciso a non risparmiare nulla allo spettatore che, come posto su di una giostra imprevedibile di salite e cadute, si ritrova nella problematica situazione di osservare il gigantesco, calvo, sornione e instabile senzatetto accoltellato, tradito dalla stessa Sofia che poche scene prima lo definiva il suo uomo e la sua protezione. Poco dopo lo vediamo riprendere col telefono il proprio braccio mentre pesta un vagabondo accusato di stupro di gruppo. Lo vediamo urinare su una moto parcheggiata alla stazione, essere minacciato dal parente di un altro senza fissa dimora, avere rapporti sessuali con una ragazza appena conosciuta a Termini, senza ellissi né attenuazioni.

Molto si potrebbe dire di San Damiano sul piano dell’etica e del pudore della rappresentazione, ma nel flusso della visione ogni elemento tende gradualmente a trovare il proprio posto. A patto di una certa disponibilità dello spettatore, nell’inorridimento s’insinua la comprensione, l’eccesso si trasforma in segno, e alla distanza giudicante si passa lentamente ad accostare una forma di empatia, un’attenzione che rende il film una vicenda al tempo stesso bizzarra, tragica e, a tratti, persino divertente. Damian, sospeso tra la Via Marsala dei reietti e il San Lorenzo della movida, si pone come un anello mancante tra due mondi che molti attraversano solo di passaggio. La sua speranza, fragile e insistente, è cantare. Sassoli e Cifuentes lo portano in uno studio di registrazione a incidere ciò che annota ossessivamente sui suoi quaderni. Scelta esposta, discutibile in quanto ovviamente senza possibili futuri da starall’orizzonte, ma rivelatrice: nella sintassi stonata e urlata delle sue canzoni emergono un trauma mai nominato, una rabbia infantile e in lotta col materno che convive con improvvisi slanci di dolcezza, il bisogno di essere ascoltato come unica possibilità di esistere. San Damiano trae forza da contrasti netti: tra distacco e iper-avvicinamento, tra realismo asciutto ed eccesso, tra violenza e cura, tra il “nostro” mondo e il “loro”, separati da poche rovine e da un muro che appare più simbolico che reale. E non si vuole illudere nessuno rispetto la facile sovrapposizione, rispetto la “tranquillità” del dialogo tra realtà e umanità che la storia ha reso oramai tanto distanti, concedendo comunque qualche piglio elegiaco di troppo e un certo dubbio riguardo le “giuste” norme di intervento del documentarista sulla realtà e sugli attori sociali che – volenti o nolenti, lucidi o meno – si sta mettendo in scena, spesso restando in bilico su quella sottile linea che divide un Damian o una Sofia dal risultare come i vitali e necessari casi antropologici che sono, in tutta la loro ricchezza, e la versione che di essi traspare dalle logiche necessità della drammatizzazione scenica che, a più livelli o gradi di relativa “scorrettezza”, non può che tradirli. Ma il documentario – o cinema del reale, se ha ancora senso distinguere – è anche e soprattutto quest’idiosincrasia di volontà, pratiche e fini, e in questo spazio ridotto all’osso, lo scambio non è più materiale ma umano, e l’umano, nella sua forma più esposta, si consuma e si rinnova con lo stesso ritmo dei treni che arrivano e/o ripartono da Roma Termini, aprendo e chiudendo le porte su vite che restano, per lo più, fuori campo. Come le rotaie della stazione, come i suoi spazi e le sue banchine, San Damiano è un’opera sgangherata come l’ontologia delle prassi filmiche che ne sostanziano l’essenza, eppure, e proprio per questo, risulta forte del sano contrappasso che rende tanto affascinante l’esperienza umana, biologicamente sfrondata, afflitta e sempre rinvigorita da (più o meno) sane e inestinguibili contraddizioni.

Info
San Damiano, un trailer.

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