Nella colonia penale
di Alberto Diana, Ferruccio Goia, Gaetano Crivaro, Silvia Perra
Documentario collettivo di quattro registi, Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, Nella colonia penale ci porta nelle ultime colonie penali d’Europa sopravvissute in Sardegna, luoghi di lavoro meccanico e detenzione che fanno riflettere sulle privazioni di libertà possibili. Quattro segmenti compatti e coerenti, con approccio osservazionale. Nel concorso Corso Salani del 37° Trieste Film Festival.
Mariposa
In Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre delle ultime colonie penali attive in Europa. Qui, in queste case di lavoro all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo, svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi. A Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo ancora dovranno stare lontani dal mondo. Nell’ex colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte all’essere umano. [sinossi]
«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»: così recita l’art. 27, c. 3 della Costituzione. Il reinserimento sociale dovrebbe essere anche l’obiettivo delle strutture penitenziarie rurali o case di lavoro all’aperto che, di fatto, rappresentano delle nuove forme di colonia penale combinando detenzione e lavoro agricolo obbligatorio in contesti isolati. In Sardegna esistono ancora tre di queste strutture penitenziarie, le ultime in tutt’Europa, a Isili, Mamone, e Is Arenas, che ora sono oggetto del film documentario Nella colonia penale, lavoro collettivo in quattro segmenti diretti da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana. Il film è stato in gara per concorso Corso Salani del 37° Trieste Film Festival, dopo i passaggi a Bellaria e alla Semaine de la critique di Locarno. I primi tre segmenti del film sono dedicati a una diversa colonia penale, mentre il quarto è sulla ex-colonia dell’Asinara, di recente convertita a parco naturale. Siamo lontani da quelle situazioni romanzesche come la Cayenna del film Papillon, le realtà documentate nel film sono esempi di lavoro agricolo, con bestiame, ordinato e ordinario, ripetitivo ed efficiente, come nell’industria zootecnica vera e propria, una sorta di taylorismo applicato al lavoro dell’allevamento. Il film inizia a Isili: la prima lunga scena è una visione dall’interno di un automezzo che trasporta i detenuti braccianti. Una sorta di diligenza trainata da un furgone chiusa da pareti opache che oscurano l’esterno, mentre dalla parte anteriore entra una luce abbagliante. Si distinguono a malapena le sagome dei furgoni all’esterno, della stessa carovana. Siamo già in uno spazio limitato, chiuso verso l’esterno, come in una caverna platonica in cui il mondo di fuori si percepisce solo con i suoi simulacri. I detenuti scendono: vediamo che non erano incatenati né legati con qualche dispositivo. Ma la loro condizione si palesa con il cartello che sancisce il riposo per i detenuti lavoranti, momento in cui si manifesta il contesto in un film del tutto privo di didascalie. Tra parentesi si specifica beffardamente che per riposo si intende quello «fisico, ovvero in cella». I quattro segmenti sono abbastanza uniformi, girati con sobrietà, con uso massiccio di inquadrature fisse, osservazionali quando non contemplative. Diventa così dirompente quella m.d.p. che segue alle spalle il detenuto nel terzo episodio, a Is Arenas.
In tutto il film dominano figurativamente immagini di sbarre, grate, recinti, reti, reticolati, fili spinati, gabbie, barriere, tanto per i detenuti come per il bestiame. Finanche nel parco naturale dell’Asinara si mettono reti di uccellagione, anche se, come poi si vede, ai fini di marcare e studiare gli uccellini. Eppure quel ritmo come obbligato, quei gesti meccanici che si ripetono sono propri anche di quei tecnici di qualche associazione naturalistica, mentre prendono le misure dei volatili catturati, proprio come dei detenuti braccianti in detenzione. Gli animali sono un’altra grande presenza: pecore, cavalli, asini, cinghiali, cani, gatti, uccelli e tartarughe marine. Ancora c’è una specularità tra la loro condizione di cattività e quella dei reclusi. Uomini e animali rientrano in un comune sistema di sfruttamento. Ma c’è un ulteriore livello di privazione delle libertà che è quello del lockdown per la recente pandemia, richiamata espressamente nel primo episodio in cui, in televisione, si vede l’allora Presidente del Consiglio Conte con mascherina. Nella colonia penale, come si è detto, è un puro e rigoroso documentario osservazionale, che lascia parlare le immagini. Non ci sono passaggi didascalici che per esempio descrivano i detenuti e i reati per cui sono stati condannati. Non è un pamphlet di denuncia, almeno non lo è direttamente, sul rispetto o meno dei principi della giusta detenzione secondo i nostri principi costituzionali. Qualcosa trapela, come l’abbondanza di nomi arabi, come Mustafa, o alcune frasi nell’ora d’aria a Isili: «Siamo sequestrati», «Sono qui per nulla». Nello stesso segmento c’è l’immagine dei “mille occhi”, degli schermi delle telecamere di sorveglianza che tutto controllano. Nel secondo episodio, quello di Mamone, c’è la ricorrenza di un’immagine della Madonna. Si segnala un scena dove in campo lungo, nel carcere, sembra di assistere a una scena di rissa che si rivela poi un gioco tra detenuti, un momento di ambiguità rispetto alla cifra da documentario del film. Alcuni elementi tornano tra gli episodi, come i canti dei detenuti, a Mamone e Is Arenas, come fossero dei gospel. E torna soprattutto la presenza della natura, la nebbia e la neve a Mamone, il cervo a Is Arenas, e il tripudio paesaggistico dell’Asinara, dove si chiude il film con l’immagine dei cavalli allo stato brado. Un finale di libertà e speranza per quell’isola che è un gioiello naturalistico e che ha avuto una parte importante nella storia della lotta alla criminalità organizzata.
Info
Nella colonia penale sul sito di Trieste 2026.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Nella colonia penale
- Paese/Anno: Italia | 2025
- Regia: Alberto Diana, Ferruccio Goia, Gaetano Crivaro, Silvia Perra
- Sceneggiatura: Alberto Diana, Ferruccio Goia, Gaetano Crivaro, Silvia Perra
- Fotografia: Federica Ortu
- Montaggio: Emanuele Malloci, Felice d'Agostino, Gaetano Crivaro
- Produzione: Mommotty
- Durata: 85'

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