I ragazzi venuti dal Brasile

I ragazzi venuti dal Brasile

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Tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin, di nuovo alle prese con racconti di moderne paranoie, complotti, controllo sociale e omologazione, I ragazzi venuti dal Brasile di Franklin J. Schaffner è un frullato di generi che utilizza la figura storica di Josef Mengele per una variazione fantasiosa sui suoi anni passati in Sudamerica. Fra thriller internazionale e fantagenetica, è anche un gustoso banco di prova per grandi star del passato (Gregory Peck, Laurence Olivier, James Mason). Alto intrattenimento, squisitamente interpretato, come non se ne fa più.

A ciascuno il suo despota

Nascostosi in Sudamerica per sfuggire alla cattura dopo la caduta del nazismo, il dottor Josef Mengele prosegue i propri disumani esperimenti di biogenetica nel tentativo di ricreare in laboratorio una perfetta razza ariana. Informato da un giovane giornalista americano che in Paraguay sta indagando sui criminali di guerra lì rifugiati, l’anziano Ezra Lieberman, cacciatore di nazisti, si mette sulle tracce di Mengele, e scopre che in realtà gli esperimenti del folle scienziato sono andati ben oltre. Da alcuni campioni biologici dello stesso Hitler, raccolti quand’era ancora in vita, Mengele ha infatti generato in laboratorio 94 bambini cloni del Führer per poi darli in adozione in varie parti del mondo occidentale, in modo da creare le premesse per l’emersione di una nuova generazione di dittatori in grado di dare vita a un Quarto Reich. [sinossi]

C’è stato un altro Josef Mengele al cinema. È un dottor Mengele più di genere, oggetto di una rilettura manierata che prende le mosse da una figura storica per tradurla in strumento fantasioso di elegante e intelligente intrattenimento. I ragazzi venuti dal Brasile (Franklin J. Schaffner, 1978) deriva infatti da un romanzo di successo a opera di Ira Levin, scrittore più volte interessato all’evocazione di contesti di paranoide complotto. Autore spesso trasposto in cinema, Levin aveva già dato alle stampe il romanzo dal quale Roman Polański trasse Rosemary’s Baby (1968). Si tratta spesso di una dimensione paranoide in cui la modernità si trova a fare i conti con un contesto ancestrale e superato dalla Storia – là il satanismo, annidatosi in un fine condominio di New York, qui il nazismo, che alla metà degli anni Settanta era stato archiviato da circa trent’anni in mezzo a vari rigurgiti nostalgici. Qualcosa di simile accade poi anche in La fabbrica delle mogli (tradotto in cinema ben due volte) e in Sliver, in cui un altro condominio finisce nella paranoia del controllo aggiornata alla moderna tecnologia delle telecamere a circuito chiuso. In tal senso I ragazzi venuti dal Brasile prende l’avvio dal destino incerto del dottor Mengele (almeno all’altezza temporale di composizione del romanzo e di realizzazione del film) come di altri criminali nazisti, rifugiatisi in Sudamerica e ricercati dalle autorità di mezzo mondo, per dare vita a una variazione sul tema di impronta fantascientifica. Dove per fanta-scientifico si intende letteralmente il senso stretto della parola, ossia scienza (o ricerca medico-biologico-genetica) futuribile e improbabile, impazzita fra le mani di un folle psicopatico. Si ipotizza che Mengele, nascosto fra Brasile e Paraguay, abbia proseguito lontano dalla patria i propri turpi esperimenti di biogenetica, mirando a un progetto delirante di rimessa in vita di Adolf Hitler per dar luogo a un Quarto Reich in cui la razza ariana abbia raggiunto la sua più perfetta incarnazione. In pratica, dopo aver prelevato alcuni campioni biologici del Führer ancora vivente, il Mengele di Levin/Schaffner riesce a generare 94 bambini per clonazione, in seguito dati in adozione a famiglie di ogni parte dell’Occidente. Di più: per giungere alla riproduzione di un centinaio di Hitler in erba disseminati in ogni dove, Mengele progetta di calarli in un contesto formativo, familiare e psicologico in tutto riproducente le condizioni in cui si venne plasmando la personalità del dittatore nazista, traumi compresi ricreati ad arte.

A ergersi come antagonista del mostruoso dottore tedesco è chiamata la figura del tutto fittizia di Ezra Lieberman, anziano ebreo cacciatore di nazisti coinvolto nella vicenda da un giovane giornalista che sta indagando in Paraguay sugli ex-gerarchi datisi alla macchia. In qualche modo, alle soglie degli anni Ottanta, I ragazzi venuti dal Brasile si confronta con il passato su più livelli. Se ancora si devono fare i conti con la lunga eredità della Seconda Guerra Mondiale e del delirio nazista, contestualmente sono richiamati in veste di protagonisti due grandi e attempate istituzioni del cinema, interpreti di primissimo livello nella produzione dei decenni precedenti: Gregory Peck, giunto a uno dei suoi ultimi ruoli di rilievo per il cinema, e Laurence Olivier, che in quegli anni si dedicava volentieri al cinema di largo consumo secondo un gusto raffinato per le forti caratterizzazioni. In tal senso la sua prova nei panni di Ezra Lieberman sembra una diretta risposta antifrastica al memorabile dottor Szell, criminale nazista, impersonato in Il maratoneta (John Schlesinger, 1976), che appena due anni prima mostrava inaudite crudeltà in qualche modo riscattate dal personaggio interpretato per il film di Schaffner. Improntate a un gustoso manierismo di altissima scuola, entrambe le prove di Olivier ricevettero la nomination all’Oscar per il miglior attore (non protagonista l’una; protagonista l’altra), mentre Peck si dovette accontentare della nomination ai Golden Globe. Lo stesso Peck ebbe a raccontare che, data l’età avanzata di entrambi, la sequenza in prefinale dello scontro fisico fra i due richiedette più giorni di riprese, e che la baruffa finì spesso in risate. Rispetto a Il maratoneta, che si mantiene un thriller saldissimo e angosciante da inizio a fine, I ragazzi venuti dal Brasile sceglie invece una cifra stilistica molto più ibrida e cangiante. Al fondo, si percepisce innanzitutto una vena di farsa macabra ben introdotta dal commento musicale di Jerry Goldsmith fin dai titoli di testa. Una sorta di valzer pomposo, ossessivo e ridicolo, che rievoca l’epoca nazista come un’immane e psicotica tragedia finita in operetta, specialmente nell’esilio sudamericano dei nostalgici criminali di guerra. È anche la loro età (di nuovo) a rendere il tutto patetico e ridicolo. Secondo una linea espressiva che mescola continuamente registri diversi, Schaffner si affida alla macrostruttura di un thriller internazionale dalle tonalità spy, in cui sulle prime si avvertono soltanto avvisaglie dell’elemento perturbante apportato dalla futuribile fantagenetica. La prima nota dissonante viene dal ragazzino paraguayano, catturato da Mengele, che a un certo punto sfoggia un nuovo colore, azzurro vivido, degli occhi. A poco a poco le note più puramente inquietanti derivano dall’idea della duplicazione, ben oltre l’idea del doppio gemellare, convocata dalla proliferazione di figure di ragazzini in tutto identici uno all’altro e rintracciati nei punti più disparati del mondo occidentale. È una nota che irrompe nella classicità del racconto americano per immagini aprendo verso contaminazioni con moderne forme di cinema dello spavento. Del resto, gli anni Settanta sono il decennio della scoperta del nuovo horror, dal quale Schaffner si tiene abbastanza lontano nell’evidenza dello shock visivo limitando i risvolti macabri del racconto a qualche sparsa accensione e a un più generale contesto di inquietudine affidata all’allusione.

Non sono d’altra parte estranee al melting pot stilistico del film reminiscenze da classici della letteratura. In prefinale il dottor Mengele subisce la ritorsione e ribellione di una delle sue creature, un po’ come accadeva al dottor Frankenstein con il Mostro sfuggitogli di mano. In tal senso I ragazzi venuti dal Brasile si delinea per un divertissement di generi misti dove emerge coerentemente la celebrazione di uno stardom d’altri tempi. Peck, Olivier, nonché James Mason e Lilli Palmer. La sospensione dell’incredulità richiesta è tanta, e non certo per le ricerche di fantagenetica alla base del racconto. Siamo nel cinema di genere e tutto ciò fa parte del gioco. Si ha più difficoltà magari ad accettare miracolosi spostamenti e ritrovamenti fra i personaggi da un punto all’altro del mondo, così come la figura di Lieberman ha un fiuto fin troppo infallibile nella scoperta della verità sulle tracce dei vari cloni di Hitler disseminati su due continenti. Talvolta il film dà anche l’impressione di aver attraversato una fase di sceneggiatura non semplice e nemmeno lineare, così come pure il montaggio lascia pensare che sia andato incontro a qualche taglio forzato e sbrigativo – accertata ad esempio è la reintroduzione dell’ultima sequenza, sparita ai tempi di distribuzione del film, in cui il ragazzino ribelle guarda con un certo fascino le foto scattate al corpo insanguinato di Mengele, a suggerire che dalle idee folli di un mostro psicopatico è facile che se ne generi un altro. E altri. E altri ancora. La finalità del gustoso ed elegante intrattenimento è tuttavia raggiunta, Peck e Olivier si divertono e fanno divertire. E se il film non sembra riflettere più di tanto su quanto narra né sul fenomeno storico del nazismo di per sé, d’altra parte esso si chiude con qualche notazione non banale sul futuro della cultura occidentale. A fare da filo conduttore nella produzione di Ira Levin sembra delinearsi una costante attenzione alle derive del controllo e dell’omologazione. Nell’idea stessa di una generazione di giovani cloni di Hitler, eticamente e fisicamente uno uguale all’altro, si nasconde in realtà un certo allarme intorno a una più generale e moderna omologazione autoritaria che rischia di irraggiarsi a tutte le latitudini. Alle ultime battute il Mengele di Gregory Peck afferma, orgoglioso e delirante, di aver dato vita a una nuova generazione di dittatori adatti ai tempi moderni, pronti ad affrontare gli anni Ottanta, Novanta e Duemila. A ben vedere, sta proprio nell’adattamento dell’autoritarismo ai nuovi tempi il segreto per la sua sopravvivenza. Forse non si vedranno più dittatori spudoratamente sanguinari come Hitler, ma si vedranno nuove forme di controllo e omologazione, ammorbiditi nei toni di una presunta società moderna. E la minaccia di nuove derive, che luccicano in un nuovo paio di inquietanti occhi azzurri, è sempre dietro l’angolo. Non ci vuole poi molto. Basta guardarsi intorno nel mondo di oggi.

Info
I ragazzi venuti dal Brasile, un trailer.

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