L’infiltrata
di Arantxa Echevarría
L’infiltrata non si limita a raccontare un’operazione sotto copertura, ma interroga il prezzo umano della clandestinità quando questa si prolunga nel tempo e diventa una forma di vita. Arantxa Echevarría sceglie di spostare il centro del racconto dall’azione alla durata, dal gesto eroico alla trasformazione silenziosa dell’identità, affidando al corpo e allo sguardo di Carolina Yuste il compito di rendere visibile ciò che il cinema di genere tende spesso a rimuovere: la sopravvivenza come forma di logoramento. Il film evita tanto la retorica celebrativa quanto la condanna esplicita, preferendo abitare una zona morale ambigua in cui terrorismo, repressione e sacrificio individuale s’intrecciano senza produrre soluzioni consolatorie. È un cinema che non assolve, non semplifica e non chiude, ma lascia aperta una domanda più scomoda: che cosa resta di una persona quando la fedeltà a un compito ha richiesto la sospensione prolungata di ogni altra appartenenza.
Abitare la menzogna
Dopo anni trascorsi sotto copertura, nascosta nei circuiti della sinistra abertzale fingendo di essere una giovane simpatizzante dell’ETA, una poliziotta ottiene finalmente ciò per cui ha sacrificato ogni legame visibile con il proprio passato: l’organizzazione la contatta. Le viene chiesto di mettere a disposizione il suo appartamento per ospitare due militanti incaricati di preparare una serie di attentati. Da quel momento, la finzione smette di essere una copertura e diventa convivenza. L’agente è costretta a informare i suoi superiori mentre divide lo spazio domestico con due uomini che, al minimo sospetto, non esiterebbero a ucciderla. Ogni gesto quotidiano si trasforma in una prova di resistenza, ogni parola in un rischio calcolato, ogni silenzio in una possibile condanna. La missione più difficile non è più infiltrarsi, ma continuare a vivere senza tradirsi. [sinossi]
Ogni identità assunta per troppo tempo smette di essere un semplice travestimento e si trasforma in una forma di vita, sedimentandosi nei gesti, nelle abitudini, nel modo stesso di abitare il mondo, fino a modificare in profondità chi la sostiene. È in questo scarto lento, quasi impercettibile, tra l’identità assunta e quella che si forma per necessità, che prende corpo il costo più profondo dell’infiltrazione: la durata, il tempo trascorso dentro una menzogna che, a forza di essere vissuta, finisce per incidere la coscienza, alterare lo sguardo e lasciare una traccia che nessuna uscita di scena può davvero cancellare. È dentro questa durata, intesa come tempo che consuma e trasforma, che s’inscrive L’infiltrata di Arantxa Echevarría, ispirato alla storia vera dell’agente nata a Logroño, Elena Tejada, che nel film prende il nome di Mónica Marín ed è costretta a vivere per anni sotto l’identità di copertura di Arantxa Berradre, assumendo un’esistenza che, a forza di essere sostenuta, finisce per coincidere con la materia stessa della sua vita. Poco più che ventenne, appena uscita dall’accademia di polizia, viene incaricata di infiltrarsi nei circuiti della sinistra abertzale, l’area politica e militante del nazionalismo basco più radicale, in un momento in cui farvi ingresso significava attraversare una zona grigia dove militanza, consenso sociale e lotta armata convivevano senza confini netti, negli anni più bui del terrorismo, quando l’ETA scandiva la vita pubblica spagnola con attentati, omicidi mirati, false tregue e una violenza che non aveva bisogno di esplodere per essere percepita: era ovunque, come un clima, come una minaccia costante. Presentato senza enfasi ma con una tenuta narrativa che ha trovato ampio riconoscimento, L’infiltrata ha ottenuto il Goya 2025 come miglior film (ex aequo con Bus 47) e come miglior attrice per Carolina Yuste, premi che sembrano ratificare più una coerenza di sguardo che un’adesione a logiche celebrative. Abertzale non indicava soltanto un orientamento ideologico, ma un’appartenenza diffusa, un modo di stare al mondo che attraversava quartieri, relazioni, riti quotidiani, rendendo difficile distinguere ciò che era sostegno politico da ciò che era complicità attiva.
È in questo tessuto che operava l’ETA, Euskadi Ta Askatasuna – Paesi Baschi e Libertà – organizzazione armata che, nata alla fine degli anni Sessanta sotto la dittatura franchista come movimento di resistenza nazionalista e socialista, aveva progressivamente trasformato la lotta armata in una pratica sistematica di violenza: attentati, omicidi mirati, intimidazioni, false tregue. Tra il 1968 e il 2018, secondo le cifre ufficiali del Ministero dell’Interno spagnolo, l’ETA ha ucciso oltre ottocento persone. Negli anni Novanta, quando Arantxa entra in scena, quella violenza non aveva più bisogno di manifestarsi per essere percepita: era incorporata nella vita quotidiana, nei silenzi, nelle abitudini, nella paura normalizzata. Il colloquio con il suo superiore non ha il tono dell’eroismo, ma quello di una constatazione fredda. Non si discute se sia giusto o sbagliato: si valuta se sia possibile. L’idea che una donna possa passare inosservata, che il suo corpo non venga percepito come minaccia, diventa l’argomento decisivo. Non è una prova di fiducia, ma d’invisibilità. È su questa scommessa – profondamente ambigua – che si fonda l’intera operazione: essere vista senza essere guardata, presente senza essere riconosciuta. Da quel momento, la vita di Arantxa si organizza intorno a una finzione che non prevede pause. Frequenta ambienti ostili, partecipa a manifestazioni, condivide slogan e rituali, attraversa il confine francese come staffetta silenziosa, assiste – e finge di celebrare – la morte di colleghi poliziotti. Per quasi un decennio, vive dentro una doppia fedeltà che non ammette crepe. Quando viene infine accolta più vicino al cuore dell’organizzazione e costretta a convivere con due militanti dell’ETA, la menzogna smette definitivamente di essere un ruolo e diventa una condizione totale: non si recita più, si abita.
È qui che L’infiltrata trova il suo punto più inquietante: non nell’azione, ma nella prossimità forzata, nello stare accanto a chi incarna una violenza che non può essere rifiutata né nominata. Ogni gesto quotidiano diventa una prova di resistenza morale, un esercizio di cancellazione di sé che non conosce catarsi. Il film evita di appiattire l’universo dell’ETA su una sola fisionomia, articolandolo invece in due presenze emblematiche. Da un lato il giovane militante trattenuto, più prigioniero delle circostanze che guidato da una convinzione ideologica compiuta, con cui la protagonista intreccia una relazione sentimentale ambigua, segnata da una prossimità che confonde desiderio, protezione e pericolo. Dall’altro una figura più spoglia e crudele, incarnata da Diego Anido nel ruolo di Sergio Polo Cabases, in cui la violenza non conosce residui morali e si esercita anche su ciò che è più indifeso – come la gattina della poliziotta – trasformando ogni forma di legame in un bersaglio da spezzare. Due declinazioni opposte di una stessa logica, che il film osserva senza assolvere né semplificare. Il film non entra subito nel cuore dell’operazione. Preferisce seguire il lento apprendistato di una giovane donna che deve cancellare ogni legame visibile con il proprio passato, rinunciare a famiglia e amici, imparare un linguaggio, dei gesti, una postura quotidiana che non le appartengono. L’infiltrazione non è presentata come una sequenza di azioni spettacolari, ma come una condizione totale: vivere sapendo che ogni parola può essere fraintesa, che ogni silenzio può diventare sospetto, che ogni relazione è insieme necessaria e potenzialmente mortale. Quando Arantxa viene infine contattata dall’organizzazione e costretta a ospitare nella propria casa due militanti dell’ETA, la finzione smette di essere una copertura e diventa convivenza, prossimità, vita condivisa. È qui che L’infiltrata trova il suo nucleo più inquietante: non nel pericolo improvviso, ma nello stare accanto, nel dover sostenere lo sguardo dell’altro, nel condividere pasti, spazi, abitudini con chi, se scoprisse la verità, non esiterebbe a ucciderla. Il thriller si consuma così in una dimensione domestica, fatta di attese, di silenzi, di piccoli gesti caricati di un peso sproporzionato.
Arantxa è interpretata da Carolina Yuste con un rigore che rifugge ogni enfasi. Il film non la costruisce come un’eroina esemplare né come una martire consapevole, ma come un corpo resistente, sottoposto a una prova di durata che ipoteca dieci anni della sua vita. La missione a cui prende parte sarà importante – permetterà di colpire il comando di Donosti, uno dei più sanguinari – ma non decisiva: l’ETA continuerà a esistere, a uccidere, a mentire, e cesserà l’attività armata solo molti anni dopo. Questa sproporzione tra sacrificio individuale e risultato storico attraversa il film come una ferita muta. Senza proclami, Echevarría introduce una linea di lettura profondamente femminile. Arantxa scopre che il passaggio da un fronte all’altro non comporta un vero cambiamento di sistema: tanto l’organizzazione terroristica quanto l’apparato statale che la impiega si muovono all’interno di una struttura patriarcale, verticale, in cui il corpo femminile resta uno strumento, un territorio da controllare, una funzione da utilizzare. La sua ribellione non è ideologica ma esistenziale: consiste nel resistere, nel non lasciarsi annullare del tutto, nel sopravvivere senza coincidere pienamente con il ruolo imposto. Il film rende esplicita questa ambiguità anche attraverso una triangolazione inquietante. Arantxa diventa oggetto di desiderio per due uomini che occupano posizioni opposte ma speculari: il militante dell’ETA Kepa Etxebarria (Iñigo Gastesi) e Ángel Salcedo il commissario a cui deve riferire, interpretato da Luis Tosar. Entrambi, in modi diversi, le chiedono fedeltà, silenzio, sacrificio; entrambi riducono la sua scelta a una funzione, negandole una piena soggettività. È proprio la figura del commissario, soprannominato “El inhumano” (“Il disumano”), a segnare la zona più controversa del film. Ispirato a un personaggio reale al centro di gravi accuse di torture sistematiche, il suo ritratto resta volutamente opaco, come se il racconto esitasse a interrogare fino in fondo le responsabilità dell’apparato repressivo. Questa reticenza ha suscitato polemiche in Spagna e rappresenta il punto più problematico dell’opera: un silenzio che pesa, e che il film sceglie di non attraversare del tutto. In questo senso, Una donna chiamata Maixabel di Icíar Bollaín sembra occupare il controcampo ideale di L’infiltrata. Se il film di Echevarría si muove dentro la clandestinità, la menzogna e la sospensione dell’identità, quello di Bollaín sceglie il tempo successivo, quello in cui la violenza è già avvenuta e chiede di essere guardata. Undici anni dopo l’assassinio del marito per mano dell’ETA, Maixabel Lasa accetta di incontrare uno dei suoi assassini in carcere, aprendo uno spazio fragile di giustizia riparativa, in cui la parola tenta di sostituirsi all’arma. Anche qui ritorna la presenza di Luis Tosar, chiamato a incarnare un membro dell’organizzazione armata, ma in una posizione radicalmente diversa: non più dentro l’urgenza operativa, bensì nel tempo lungo della responsabilità e del confronto. Due film speculari, che interrogano la stessa ferita da angolazioni opposte: uno dall’interno della menzogna necessaria, l’altro dal tentativo, sempre incompleto, di una possibile riparazione.
Arantxa Echevarría, regista bilbaina già emersa con Carmen y Lola, porta qui a maturazione un cinema attento ai corpi marginali e ai sistemi che li inglobano. Dal punto di vista formale, L’infiltrata costruisce la tensione per compressione. Non procede per colpi di scena isolati, ma stringe progressivamente lo spazio, il tempo e i margini di manovra della protagonista, trasformando la durata in una forza claustrofobica che erode, scena dopo scena, ogni difesa interiore. La regia accompagna questa scelta con un uso attento degli spazi e del paesaggio: una San Sebastián insolitamente cupa, grigia, piovosa, attraversata da manifestazioni e omicidi – come la ricostruzione dell’assassinio di Gregorio Ordóñez – che restituiscono il clima soffocante di quegli anni. Quando la missione si conclude, nulla si ricompone davvero. L’uscita dalla clandestinità non coincide con un ritorno alla vita, ma con l’emergere di un vuoto che non trova nome. La menzogna, abitata così a lungo, non si lascia semplicemente alle spalle: ha già modificato lo sguardo, il modo di stare al mondo, la percezione di ciò che è lecito desiderare. Non c’è catarsi, né redenzione. La sproporzione resta. Una vita quasi interamente consumata in nome di un bene superiore che non si compie mai del tutto; un’organizzazione colpita ma non annientata; un apparato statale che continua a muoversi nella propria opacità funzionale. L’infiltrata smette così di essere un racconto di eroismo per diventare un racconto di coscienza: non ciò che è stato ottenuto, ma ciò che è stato perso. Come nei grandi romanzi morali dell’Ottocento, la domanda finale non riguarda la giustezza della scelta, ma la possibilità – dopo averla compiuta – di tornare a coincidere con se stessi.
Info
L’infiltrata, un trailer.
- Genere: drammatico, thriller
- Titolo originale: La infiltrada
- Paese/Anno: Spagna | 2024
- Regia: Arantxa Echevarría
- Sceneggiatura: Amèlia Mora, Arantxa Echevarría
- Fotografia: Javier Salmones
- Montaggio: Victoria Lammers
- Interpreti: Asier Hernández, Íñigo Gastesi, Carlos Troya, Carolina Yuste, Diego Anido, Isidoro Fernández, Jorge Rueda, Luis Tosar, Nausicaa Bonnín, Pedro Casablanc, Pepe Ocio, Víctor Clavijo, Yune Nogueiras
- Colonna sonora: Fernando Velázquez
- Produzione: Beta Fiction Spain, Bowfinger International Pictures, Esto También Pasará, Film Factory Entertainment, Mogambo
- Distribuzione: Movies Inspired
- Durata: 118'
- Data di uscita: 05/02/2026


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