Tunnels: Sun in the Dark

Tunnels: Sun in the Dark

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La guerra del Vietnam vista dalla parte dei vietnamiti, una posizione inedita per il pubblico occidentale abituato all’imponente filmografia americana sul tema. È la prospettiva offerta da Tunnels: Sun in the Dark, per la regia di Bùi Thạc Chuyên, che racconta l’estenuante vita dei guerriglieri della resistenza del Vietnam del Nord all’interno di uno sterminato reticolo di cunicoli sotterranei, i tunnel di Cu Chi. Con maestria il registra orchestra un thriller bellico claustrofobico, raccontando le difficili condizioni di vita di quei combattenti senza, al contempo, demonizzare i soldati yankee. Nella sezione Limelight dell’International Film Festival Rotterdam 2026.

Sono dentro al tunnel

Vietnam, 1967. In un villaggio alla periferia di Saigon, una rete di tunnel su più livelli ospita un’unità di resistenza paramilitare guidata da Bay Theo. Questo gruppo tenace e straordinariamente coeso sopravvive con risorse essenziali e armi riadattate. Un giorno riceve la visita di una delegazione militare per una missione speciale: proteggere a ogni costo la squadra di intelligence appena arrivata, di fronte a un attacco imminente. [sinossi]

Alla fine di Full Metal Jacket una cecchina vietnamita, colpita a morte, implora i soldati americani di spararle per finirla, per mettere fine a quella straziante agonia. È uno dei pochi barlumi di umanità conferito alla rappresentazione dei guerriglieri Viet Cong dalla sterminata produzione americana, o comunque anglofona, di film sulla guerra del Vietnam. Pur facendosi carico degli enormi sensi di colpa per quel maledetto conflitto risolto in carneficina, pur in un’ottica pacifista, e pur nell’ambito di opere capolavoro, il cinema americano ha sempre portato uno sguardo yankee-centrico, senza dare spessore umano ai combattenti nemici, visti tuttalpiù come antagonisti anonimi che incarnano la brutalità della guerra. Pensiamo ai momenti della roulette russa di Il cacciatore. Oppure sono semplicemente ignorati come individui, come pure in Apocalypse Now. Anche in un bellissimo film di denuncia dei crimini americani quale Vittime di guerra di Brian De Palma il ritratto del paese asiatico sembra quello di un mondo primitivo. Ci ha pensato il cinema vietnamita a raccontare il conflitto con i propri occhi in opere quali The Wild Field o The Little Girl of Hanoi. A queste si aggiunge ora Tunnels: Sun in the Dark, per la regia di Bùi Thạc Chuyên, presentato nella sezione Limelight della 55ª edizione dell’IFFR. Il film, ambientato nel 1967, racconta della resistenza all’interno del sistema labirintico sterminato dei tunnel sotterranei di Cu Chi, nei paraggi di Saigon, che si sono rivelati strategicamente cruciali nella preparazione all’offensiva del Têt, che si rivelò determinante per indurre il disimpegno americano. In tendenza del cinema vietnamita di quel genere, il film contempla una visione collettiva della resistenza, mostrando la difficile vita condotta in quegli spazi angusti nella profondità della terra, nei momenti di addestramento ma anche quelli quotidiani, con le dinamiche umane che si generano, non esenti da aberrazioni, come un momento di stupro. Di rilievo anche la scena delle due donne che stanno per annegare, nell’ultima bolla d’aria di un tunnel che è stato allagato dagli americani. Lei dice di essere incinta e di non sapere chi sia il padre, non poteva riconoscerlo in quel buio. Bastano gli sguardi sorridenti, ed esultanti, dei combattenti, tra i quali tante donne, le loro canzoni patriottiche, le commemorazioni dei compagni defunti, gli amoreggiamenti e anche un matrimonio, e la pistola come regalo affettivo, all’interno di quel complesso di caverne alla Piranesi, a spazzare via tutti gli stereotipi del cinema americano.

Bùi Thạc Chuyên non lesina immagini forti, come i morti che galleggiano sul fiume all’inizio, come il cadavere carbonizzato dal napalm, né situazioni drammatiche nelle perdite continue di vite umane tra i personaggi. Al contempo mostra una grande capacità nel restituire l’angoscia claustrofobica (siamo a livello di Il buco di Jacques Becker o del recente Il buco di Michelangelo Frammartino) dell’esistenza quotidiana di quei guerriglieri. Il film è girato proprio in quegli autentici cunicoli ora diventati un museo. Buona parte del film è in quegli spazi angusti e labirintici. La mdp spesso è in posizione bassa, nelle scene di superficie, per scendere più in basso in ulteriori momenti, sprofondando e svelando come uno spaccato quelle gallerie, scendendo via via ai livelli inferiori. La visione fornita è come quella dei formicai didattici in teche di vetro. In altri momenti la visione dello spazio esterno è ritagliata da fessure, dagli ingressi di quel sistema cavernoso. Estremamente efficace è anche il grado di tensione che si crea, come quando la guerriera vietnamita e il soldato americano percorrono in direzione opposta il tunnel, da un punto di vista che li contempla entrambi mentre loro non possono vedersi. La suspense è altissima nell’attesa del loro incontro/scontro. La vita in quel sottosuolo prevede anche un momento da caverna platonica, dove vengono proiettati dei filmini, in bianco e nero, sulla resistenza vietnamita. I personaggi si cercano e si riconoscono in quella proiezione, come in una reciprocità con lo schermo. E questa è una specularità anche con i soldati americani nei cui plotoni c’è sempre un militare con cinepresa a riprendere. Cosa che in effetti si vede spesso nei film americani. I vietnamiti, rispetto agli yankee, appaiono più in simbiosi con la natura, sia per l’adattamento a quel sistema di gallerie, sia immersi nel fiume. Un’iguana è la loro mascotte. Usano anche dei serpenti velenosi, messi in tubi, che effettivamente si avventeranno, selettivamente, solo sui soldati nemici. Le truppe americane si vedono poco, solo verso la fine. I soldati hanno volti spaesati. In generale sono come degli ostacoli, delle entità, da eliminare in continuazione in modo meccanico. Uccidere per non essere uccisi, come è nella logica della guerra. Eppure, nella scena della cattura dello zio Sau, sono amichevoli verso il prigioniero, gli offrono una sigaretta. Il “duello” ultimo tra il militare e la guerrigliera nel tunnel si conclude con l’agonia del primo che chiede dell’acqua. Ricorda la cecchina di Full Metal Jacket di cui sopra. E il film si conclude col cadavere del soldato fatto galleggiare sull’acqua, come i guerriglieri morti all’inizio. La dignità al nemico ucciso. Un gesto etico così come cinematografico.

Info
Tunnels: Sun in the Dark sul sito di Rotterdam.

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