The Loneliest Man in Town

The Loneliest Man in Town

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Un altro soggetto del mondo artistico in uno spettacolo di decadenza è protagonista dell’ultimo lavoro della coppia Tizza Covi e Rainer Frimmel, The Loneliest Man in Town. Si tratta di Al Cook, pioniere del blues austriaco, cantante, chitarrista e compositore. Il lavoro dei cineasti, sempre sul crinale sottile tra documentario e finzione, assume un carattere di lentezza e un tono alla Kaurismäki, nel raccontare questa vecchia star del blues austriaco ormai dimenticata, che vive di ricordi, che ancora sogna di stare nel delta del Mississippi anziché sul Danubio. In concorso alla Berlinale 2026.

Il bel Danubio blues

Al Cook vive circondato dai ricordi. Il suo appartamento e lo studio nel seminterrato sono stipati di libri, videocassette e dischi in vinile, tutto ciò che resta di una vita un tempo vissuta pienamente. Qui il tempo sembra essersi fermato, mentre al di là di queste quattro mura il mondo è andato avanti. Il blues, la musica che per Al significa tutto, sta lentamente perdendosi. La sua città natale non gli sembra più casa, e la perdita della sua amata moglie, Silvia, pesa ancora gravemente sul suo cuore. Quando una spietata società immobiliare prende di mira la sua casa per demolirla, il suo rifugio gli viene portato via, lasciandolo a confrontarsi con le rovine della sua vita. Costretto a separarsi dai suoi tesori uno dopo l’altro, Al deve porsi una domanda dolorosa: come si va avanti quando i ricordi sono tutto ciò che ti resta? [sinossi]

Un uomo anziano sta tornando a casa, in un fatiscente palazzo viennese, con un albero di Natale che poi vedremo che addobberà per le feste. Una persona sconosciuta ai più, ormai anche nella sua città, la capitale austriaca dove un tempo si esibiva nei locali. Questo signore, attempato ed elegante, è Al Cook (diminutivo di Alois Kurt Koch), classe 1945, cantante, chitarrista e compositore, riconosciuto come pioniere del blues tradizionale in Austria e come il principale artefice dello stile country blues e delta blues nel panorama europeo. Si tratta del protagonista del nuovo lavoro della coppia di filmmaker Tizza Covi e Rainer Frimmel, dal titolo The Loneliest Man in Town con il quale conquistano il concorso principale della 76ª Berlinale, dopo aver sempre bazzicato le competizioni minori dei grandi festival, accumulando anche premi. Dal mondo romano di Vera, Covi e Frimmel approdano al mondo viennese focalizzandosi su un personaggio che in realtà vive in una dimensione geografica parallela, immaginando e sognando di stare sul delta del Mississippi anziché sul Danubio, nella culla della musica blues, in quegli States dove in realtà non è mai stato, almeno fisicamente. Soprattutto il film aderisce alla lentezza del personaggio, diventando un’opera poco parlata e contemplativa, privilegiando la composizione visiva e, spesso, i tableau vivant, come quello, straordinario, di Al Cook che si esibisce in un locale davanti a quattro gatti, pochi spettatori, tutti attempati, alcuni dei quali lo seguono canticchiando. Siamo indubbiamente dalle parti di Kaurismäki, con situazioni grottesche, personaggi borderline, eppure colti nella loro umanità. Quando parla, poco nel film, Al Cook ha un tono della voce pacato e un eloquio aristocratico. La sua vita, come messa in scena o colta nel film, rappresenta un elogio della lentezza. Si tratta di un uomo che vive in un’altra dimensione, sia spaziale, come si è detto, che temporale, e un uomo solo, rimasto vedovo.

La sua casa è un museo del vintage, tra i suoi tantissimi LP, le videocassette che vede nel videoregistratore, i libri, il cellulare Nokia e la lacca che mette sui capelli. Il clou del vintage si ha riprendendo un bellissimo jukebox. Si tratta anche di un’autocelebrazione, ci sono i video di lui giovane, quando era popolarissimo. In ogni caso questo signore sembra rifiutare del tutto la contemporaneità. Anche nella pila di DVD che sta spostando, spicca quello del film Ultimatum alla Terra, il classico di fantascienza anni Cinquanta. Il suo abbigliamento è ricercato e curato. Esibisce anche una notevole sfilza di cravatte. Un castello ricco di oggetti da collezione in un’esistenza vulnerabile. Tutto si blocca se si stacca la corrente o se le batterie si scaricano. Rispetto al solito stile che mescola abilmente realtà e finzione, qui l’approccio di Covi/Frimmel appare più osservazionale anche se possono avere calcato la mano o fatto alterazioni nella messa in scena. Lo scorrere del tempo è reso per esempio quando il protagonista viene visto gettare l’albero di Natale, segno anche di ellissi operate dai registi, che hanno mostrato l’arrivo dell’albero di Natale che ha imbrattato la casa con gli aghi caduti, il suo addobbo ma non ci hanno fatto vedere le giornate di festa. Potrebbe essere anche stata una forma di pudore nel mostrare una probabile situazione di tristezza di quest’uomo solo nelle festività. I registi privilegiano la composizione dell’immagine alla narrazione che si snoda lentamente. Memorabile anche il video, visto nello schermo, di lui giovane che canta con dietro un altro schermo televisivo, con effetto di mise en abyme. E visivamente capiamo, dalle ruspe che stanno demolendo quelle case, che anche quel quartiere sta per essere rimpiazzato da nuovi scintillanti edifici. E ancora Al Cook passa davanti a una birreria, che scopre che questa ha chiuso l’attività. L’uomo mette ancora una volta un vinile nel giradischi per l’ultimo brano diegetico del film. Il fiume, che sia il Danubio o il Mississippi, scorre inesorabile, il tempo passa. Con The Loneliest Man in Town, Tizza Covi e Rainer Frimmel hanno firmato un’opera intrisa di malinconia, il canto del cigno di un mondo e di chi resiste e continua a vivere anacronisticamente, aggrappato alla propria musica mentre il mondo, intorno, ha ormai da tempo cambiato la sua colonna sonora.

Info
The Loneliest Man in Town sul sito della Berlinale.

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