Yellow Letters

Yellow Letters

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Una coppia di teatranti è al centro dell’ultimo lavoro di İlker Çatak, Yellow Letters. Attraverso le loro vicissitudini, artistiche, famigliari e finanziarie, il filmmaker berlinese di origine turca denuncia la spinta autoritaria che si respira nel suo paese d’origine sotto il dominio di Erdogan. Orso d’Oro alla Berlinale 2026.

Dopo la prova

Derya e Aziz, una celebre coppia di artisti di Ankara, conducono una vita appagante con la loro figlia tredicenne Ezgi, finché un incidente alla prima del loro nuovo spettacolo cambia tutto. Da un giorno all’altro si ritrovano nel mirino dello stato e perdono il lavoro e la casa. Si trasferiscono a Istanbul per soggiornare temporaneamente dalla madre di Aziz. Mentre Aziz si guadagna da vivere con lavori saltuari e resta fedele alle proprie convinzioni, Derya cerca un modo per diventare finanziariamente indipendente. Tra loro e la figlia cresce una distanza sempre maggiore, finché sono costretti a scegliere tra i propri valori e il loro futuro comune come famiglia. [sinossi]

Molti paesi arabi o musulmani sono disseminati di portali metal detector come quelli degli aeroporti. Bisogna superarli per entrare in alberghi, teatri, cinema, musei. In pratica in ogni edificio aperto al pubblico. Si tratta ovviamente di un sistema di protezione nato dalla paura di attacchi terroristici, che è comunque diventato pervasivo, parte dell’eccessivo controllo da parte di stati autoritari che temono, con psicosi, contestazioni o ribellioni interne. Non fa eccezione la Turchia sotto Erdogan che è al centro dell’ultimo lavoro del regista, berlinese di origine turca, İlker Çatak, dal titolo Yellow Letters (il titolo originale è Gelbe Briefe), che si è aggiudicato l’Orso d’Oro alla 76ª Berlinale. Il film è incentrato su Derya e Aziz, una coppia di teatranti di Ankara. Proprio su uno di quei varchi dotato di metal detector, ricreato fedelmente in scena, è costruito lo spettacolo teatrale cui stanno lavorando. Si tratta di un’opera evidentemente politica, di denuncia della deriva autoritaria del paese sotto Erdogan, di uno stato quasi di polizia che effettua controlli a tappeto. Il titolo dello spettacolo è lo stesso del film, e fa riferimento alle buste gialle, le missive con cui le autorità turche comunicano ai cittadini provvedimenti sanzionatori di varia natura. Così era successo ai protagonisti che si sono visti allontanati dall’insegnamento e chiudere il precedente spettacolo, con strascichi processuali e gravi danni alla loro vita famigliare. Nel discutere del nuovo spettacolo, viene fuori la necessità di rappresentare una nudità in scena, in una situazione in cui il personaggio viene perquisito e spogliato dalle forze dell’ordine. «Non è possibile in Turchia, obietta qualcuno della compagnia, qui non siamo in Europa» dove scene di nudo ci possono essere a teatro. Mentre qui si potrebbe incappare nelle maglie censorie. L’opposizione tra Turchia ed Europa si rivelerà centrale nel film. Stiamo parlando di un paese geograficamente sospeso tra due continenti, e politicamente in una situazione ambigua, membro del Consiglio d’Europa e della NATO, ma non dell’Unione Europea.

Yellow Letters comincia con un’immagine bianca, come lo schermo cinematografico, in cui compaiono delle ombre per capire che si tratta di un palcoscenico teatrale in cui si svolgono delle prove. Sul confine tra due tipi di rappresentazione, teatro e cinema, e tra queste e la realtà, si gioca un’opera che vuole essere politica e di impegno civile. İlker Çatak ragiona anche sui rapporti tra arte e militanza, su come l’una cosa non debba andare a discapito dell’altra. Così quel grande varco al centro della scena è sì un simbolo dell’oppressione e del controllo, ma anche una porta teatrale interna, un meraviglioso dispositivo scenico. La nudità paventata può essere resa innocua al cinema, dove la mdp si può stringere in close-up e inquadrare solo ciò che ritiene necessario, mentre a teatro si vede tutto ciò che sta sul palcoscenico. Così è quella sorta di doppia uscita finale, con Aziz che esce nudo dal metal detector per poi uscire effettivamente dalla scena, dopo un piccolo stacco in cui ricompare con un accappatoio, a prendere gli applausi del pubblico. L’allestimento dello spettacolo sembra un Brecht trasposto ai giorni nostri, con delle gabbie e dei ritratti appesi. Aziz, il drammaturgo, è convinto che il teatro possa salvare il mondo. Si sente l’ultimo erede di Beckett, citando Aspettando Godot, come di Heiner Müller, autore che peraltro subì la censura della Germania dell’Est, come dell’altrettanto provocatoria Elfriede Jelinek. Gli specchi teatrali sono frequenti. Si vede per esempio uno spettacolo in lingua con i sovra titoli, in un film parlato in turco che sarà visto con i sottotitoli. In fondo è teatrale anche la parte processuale, con le declamazioni, le toghe come costumi e il rito davanti a un pubblico. In fondo Derya e Aziz sono dei novelli Maria e Josef Tura di Vogliamo vivere! (To Be or Not to Be), teatranti contro il regime che smascherano e mettono a nudo.

Il gioco tra realtà e finzione prosegue con i luoghi del film. İlker Çatak gira in Germania una storia ambientata in Turchia senza simulare gli esterni come turchi. Al cinema si fa così, quando si è costretti a girare in location diverse dall’ambientazione reale per qualsiasi motivo. Si scelgono architetture, paesaggi altrove, dove si possa riprendere, che siano il più possibile simili a quelle originali. Ma qui il regista mostra Berlino, con tanto di torre della televisione che campeggia in lontananza, nella parte ambientata ad Ankara, con tanto di didascalia: Berlin as Ankara. Una Berlino ben calata nel presente, con tanto di manifestazioni pro-Ucraina. Lo stesso succederà con Istanbul trasferita ad Amburgo. E l’uso della forma “…as…” richiama proprio i credits degli attori dei film accostati ai relativi ruoli. In questo caso, visto che non c’è nessuno sforzo di simulazione nell’interpretazione, potremmo parlare di teatro rappresentazionale, dove gli attori non fingono di essere dei personaggi. Il gioco di specchi teatrale si amplifica prevedendo una riflessione generale sulle crisi delle democrazie in tutto il mondo, in cui forzature dello stato di diritto possono estendersi e diffondersi come epidemie, coinvolgendo anche i paesi per ora sani. Acquista un senso ben sinistro l’affermazione di cui sopra, «Non siamo in Europa». Dopo aver esplorato le libertà della Germania, degli studenti in La sala professori, esaminandone abusi, crepe e contraddizioni, İlker Çatak guarda al suo paese d’origine ma con una visione olistica, più ampia. Nel continuo slittamento tra Berlino e Ankara, tra palco e schermo, tra corpo esposto e corpo occultato, Yellow Letters finisce come un monito, nessun luogo è davvero al riparo.

Info
La scheda di Yellow Letters sul sito della Berlinale.

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