Scream 7

Scream 7

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Scream 7 segna il ritorno in scena di un gran numero di protagonisti della saga, a partire dalla sceneggiatura di nuovo opera del creatore Kevin Williamson (insieme a Guy Busick), per una volta tanto anche impegnato dietro la macchina da presa. Il meccanismo cinefilo però è inceppato, le azioni di Ghostface sono sempre più stanche e prevedibili, e il discorso sul ricambio generazionale passa in secondo piano.

Maschere e pugnali

Quando un nuovo assassino mascherato da Ghostface semina il terrore nella tranquilla cittadina dove Sidney Prescott (Neve Campbell) ha ricostruito la sua vita, i suoi incubi più profondi diventano realtà: la prossima vittima designata è sua figlia (Isabel May). Decisa a proteggere ciò che ama, Sidney dovrà riaprire le porte del suo passato e affrontare, una volta per tutte, l’orrore che pensava di aver lasciato alle spalle. [sinossi]

In Maschere e pugnali di Fritz Lang, film resistenziale del 1946, tutti sono sospettati di poter essere spie, chi al soldo dell’OVRA, chi della Gestapo, chi perfino della CIA: nessuno è davvero chi dice di essere, eccezion fatta – forse – per i soli partigiani, che impugnano le armi e pensano a sbarazzarsi in solitaria dei nazi-fascisti. Anche in Scream 7, come tradizione della saga pretende, ognuno è sospettabile, e non c’è dubbio che maschere e pugnali vadano per la maggiore. Lo testimonia la sequenza che funge da incipit, e che come d’abitudine per i cultori di questa eptalogia cinematografica mette in scena una macellazione che prelude alla mattanza d’ordinanza che Ghostface metterà in pratica con insospettabile solerzia nelle due ore o poco meno successive. Stavolta tocca a una coppia un po’ in crisi che ha scelto di trascorrere un weekend a Woodsboro, la città dove ebbe origine la follia criminale di indossare una maschera che omaggia l’urlo munchiano per tagliuzzare quante più persone capitano a tiro: la casa che fu della famiglia Prescott e in cui Sidney dovette sbarazzarsi non di uno ma ben di due maniaci – il suo fidanzatino Billy Loomis e il di lui migliore amico Stu Macher – con l’assistenza del compagno di scuola Randy Meeks e della giornalista Gale Weathers. Nel 1996 Scream raccontava alla buona borghesia statunitense che le loro case potevano essere violate nonostante le triple e quadruple mandate, e nonostante il coprifuoco con controllo della polizia; trent’anni dopo quelle stesse case sono trasformate in attrazioni da luna park, b&b con vista sul serial killer di turno, che una volta può essere un robot che reagisce al movimento esterno, ma la seconda si dimostra ancora in carne e ossa, visibile e invisibile allo stesso tempo.

Nonostante fosse nato sotto i peggiori auspici – Melissa Barrera licenziata in tronco per aver preso posizione a favore della popolazione di Gaza vittima dei bombardamenti di Israele, con conseguente revisione dell’intero impianto produttivo a partire dallo script, dal cast e dalla scelta del regista – Scream 7 aveva tutte le potenzialità per dimostrare ancora oggi l’urgenza di una saga horror in cui chiunque può essere il colpevole. A maggior ragione il ritorno in pista di Kevin Williamson, che non si era più interessato direttamente in scrittura delle vicende a Woodsboro e zone limitrofe da Scream 4 – ultimo capitolo “originale” del franchise, visto che può contare ancora sulla presenza in regia del compianto Wes Craven –, giustificata qualche legittima speranza, oltre alla notizia che avrebbe ripreso il ruolo di Sidney Neve Campbell. Se però di materiale utile alla nostalgia cinefila ce n’è in abbondanza, al punto che ricompare in un brevissimo frammento perfino il Linus interpretato da David Arquette, fin da subito l’impressione che rilascia questo settimo capitolo è quello di un’opera frettolosa, che non vuole o forse non sa più prendersi il tempo necessario per elevarsi al di sopra della superficialità tipica del fan service. A mancare innanzitutto in Scream 7 sono i personaggi, privati di ogni storia personale e anche solo di una pur minima indole, come se i sei precedenti film avessero creato dei “tipi” che bastano e avanzano senza alcuna necessità di renderli “vivi”: in tal senso il personaggio di Ben, il fidanzatino della figlia maggiore di Sidney (sull’età di Tatum, questo il nome del personaggio, si sono aperte molte discussioni tra i fan più accaniti, perché sulla carta dovrebbe essere nata prima del quarto capitolo e ciò appare impossibile: si lasci comunque una diatriba simile in un cantuccio, per favore), e quello dell’adolescente vicino di casa degli Evans/Prescott, appassionato di cinema horror e di podcast, figurano come paradigmi evidenti. Il primo è il sospettato perfetto, e l’unico input che deve lanciare al pubblico è la domanda “è colpevole o innocente?”; il secondo pare uno Stu Macher meticciato con Randy Meeks, di nuovo reprimendo ogni istinto all’originalità.

Il problema più concreto però è che Scream 7 pecca proprio di capacità di rilettura di un canone, l’elemento deflagrante che rese immortale il capostipite. Anodino anche nella messa in scena degli omicidi, incapace di creare reale tensione, moscio nel gioco dialettico sul cinema e con il cinema, questo settimo capitolo arranca dietro situazioni già viste e vissute, al punto che la risoluzione dell’inghippo – chi si nasconde dietro la maschera? – in questa occasione viene accolta più con un’alzata di spalle che con l’oh di meraviglia che contraddistingueva la maggior parte dei disvelamenti. La fuga di Tatum nella città sotto coprifuoco non ha sprint, e nonostante qualche stilla di violenza grottesca superiore alla norma anche l’apparizione del serial killer nel pub in cui sono rinchiusi i ragazzi lascia freddi e distaccati. Williamson sembra dichiarare la sua incapacità di leggere l’horror odierno, di comprenderne stili e abitudini, e si limita dunque a ripescare idee già messe in scena in passato, perdendo completamente l’occasione di trasmettere il germe di Ghostface a una nuova generazione, come invece faceva in modo eccellente il succitato quarto capitolo. Dopotutto a mancare è anche una messa in scena forte, che sappia utilizzare il cliché interno (irrompe in scena come da prassi Red Right Hand di Nick Cave, tanto per dirne una) per ribaltare la prospettiva, aprendo il fianco a soluzioni inaspettate. Neanche la possibilità di divertirsi con il deepfake, che pure ha un ruolo narrativo nella vicenda, viene sfruttato a dovere, così come personaggi secondari che potrebbero anche essere colpevoli, se solo ci fosse una messa in scena in grado di farli sembrare tali, se non in modo epidermico e del tutto superficiale. Come si scriveva dianzi tornano un po’ tutti, in questo Scream 7, ma a latitare è purtroppo l’ispirazione craveniana. Ci si limita a maschere e pugnali, come una carnevalata d’occasione.

Info
Il trailer di Scream 7.

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