At the Sea

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Ancora un ritratto femminile messo in scena da Kornél Mundruczó nella sua nuova opera At the Sea, che racconta di Laura, una donna facente parte della società dello spettacolo, uscita da un percorso di disintossicazione alcolica, nel suo reinserimento famigliare. Il film si regge sulla grande interpretazione di Amy Adams, non scade nel facile psicologismo ma costruisce un paesaggio mentale della protagonista con i suoi traumi, in un mondo sospeso sul mare. In concorso alla Berlinale 2026.

Un’altra donna

Dopo la riabilitazione, Laura, una donna di mezza età, torna nella casa di famiglia a Cape Cod. Figlia di un coreografo controverso, ormai scomparso, è cresciuta nella sua ombra. Il suo alcolismo “funzionale”, a lungo ignorato da tutti, ha raggiunto il punto di rottura dopo un incidente causato dalla guida in stato di ebbrezza, con il figlio piccolo in macchina. Ora sobria, Laura rientra cambiata. Il marito Martin la accoglie con cautela, la figlia adolescente Josie la affronta con ostilità, mentre il figlio Felix resta distante. [sinossi]

Ancora un film incentrato su una protagonista femminile, nel suo percorso di elaborazione dei traumi della vita, per Kornél Mundruczó, dopo Pieces of a Woman su una donna che deve affrontare la perdita di un figlio appena nato, e dopo White God su un’adolescente nel suo conflitto con il padre. L’ultima opera del regista ungherese, la sua seconda in lingua inglese, sempre su sceneggiatura della moglie Kata Wéber, si intitola At the Sea ed è passata in concorso alla 76ª Berlinale. Protagonista è Laura, che vediamo tornare a casa, reduce da un centro di ricovero. Il suo ricongiungimento coi famigliari, che si rivelerà tutt’altro che semplice, avviene in un luogo estremo, una cittadina di villeggiatura artificiale e straniata, Cape Cod, ambita località turistica sul mare nel Massachusetts. Sembra quella Long Island, nella stessa costa atlantica, teatro di alcune opere di Woody Allen e in particolare qui siamo dalle parti di Interiors, in cui l’ovattata atmosfera balneare fa da sfondo alle tensioni emotive dei personaggi. Di colpo, in quell’ambiente irreale in cui si muove la donna, quando ancora non abbiamo una ricostruzione del suo passato e dell’origine dei suoi traumi, compare alla sua, e alla nostra vista, una macchina rovesciata, capottata in quella posizione per un violento incidente. È il ricordo che erompe violentemente del sinistro in cui è stata coinvolta, guidando in stato di ebrezza, in quella propensione alla dipendenza ereditata dal padre, o in cui si è rifugiata per reazione al padre. Un incidente dove ha rischiato la vita insieme al figlioletto.

Con At the Sea, Kornél Mundruczó compie qualcosa che va oltre il semplice racconto di una crisi esistenziale personale: costruisce un’immersione lenta e profonda nell’anima di una donna ferita. È un viaggio interiore, stratificato e doloroso, che trova nella straordinaria interpretazione di Amy Adams il suo fulcro. Il regista ungherese esplora i traumi di un’artista figlia d’arte, cresciuta all’ombra ingombrante di un padre coreografo geniale e controverso, un uomo violento nella vita privata, una presenza che continua a gravare su di lei come una zavorra impossibile che non si riesce a eliminare. Il regista affronta il tema del genio e della sregolatezza, della divaricazione tra arte e vita privata dell’artista, che può correre su un binario parallelo. Mundruczó non si limita a raccontare la psiche della protagonista: la materializza, la rende visibile attraverso situazioni sospese, quasi oniriche, dove la realtà sembra sfaldarsi e ricomporsi come un ricordo disturbato. L’acqua diventa elemento dominante, simbolico e sensoriale insieme: è immersione, perdita di controllo, ma anche liquido amniotico, possibilità di rinascita. Il corpo della donna, spesso sospeso o immerso, sembra galleggiare in uno stato intermedio tra superficie e abisso.

La suggestiva scenografia delle ville affacciate sul mare di Cape Cod amplifica questo senso di isolamento elegante e soffocante. Gli spazi ampi, luminosi, attraversati dal vento e dalla salsedine, non offrono consolazione: diventano teatri silenziosi di una frattura interiore. Figurativamente, il film costruisce un vero e proprio immaginario visivo che materializza l’inconscio: gli aquiloni sospesi nell’aria evocano un’atmosfera infantile, nel rimpianto di una felicità mancata nella tenera età; le meduse, gelatinose e urticanti, incarnano un pericolo invisibile ma persistente; e l’immagine della macchina ribaltata, mostrata con effetto dirompente fin dall’inizio, è una ferita che squarcia la narrazione e ne determina la traiettoria emotiva. Ogni elemento visivo sembra rispondere a un movimento psichico. In questo senso, At the Sea diventa un viaggio nell’inconscio. Mundruczó orchestra immagini e silenzi come fossero frammenti di una coreografia interiore, dando forma a un dramma che si consuma tanto nello spazio fisico quanto nelle profondità invisibili della mente.

Info
La scheda di At the Sea sul sito della Berlinale.

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