Homebound

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Col vanto di un nome del calibro di Martin Scorsese in produzione esecutiva Homebound è, a più di dieci anni dal sorprendente esordio con Masaan (Premio FIPRESCI e Un Certain Regard a Cannes 2015), il secondo lungometraggio di Neeraj Ghaywan, autore capace di confermare con notevole coerenza una poetica ormai definita, tanto nel suo cinema quanto nel panorama produttivo indiano che da noi arriva: una pratica del racconto che si radica nel realismo sociale ma che, più che inseguire l’enfasi e il grandioso dell’affresco politico, preferisce osservare con pazienza quasi etnografica i gesti minimi della quotidianità, lasciando che siano le pieghe apparentemente marginali dell’esperienza – un modulo da compilare, una domanda di lavoro, un cognome pronunciato o taciuto – a rivelare la trama invisibile delle gerarchie che organizzano la vita collettiva. Nell’epopea di un’amicizia radicata nella marginalità di un sistema di caste stritolante, mortificante e indirizzante sogni, ambizioni e ideali condivisi o individuali, l’ultima opera del quarantaseienne di Hyderabad struttura con estrema solidità narrativa una piccola-grande storia commovente, mai doma nella tensione perenne tra lucida consapevolezza di un reale tragico e, nonostante tutto, gli accenni spirituali e poetici di una via di fuga auspicabile, elegiaca, ma non per questo immediatamente possibile. Seppur non libera da saltuari didascalismi – utili a non tralasciare nemmeno una delle gabbie e delle sotto-gabbie che a vario titolo comprimono i destini dei personaggi – , Homebound racconta con rara chiarezza il visibile e l’invisibile di una resa imposta a monte su base sociale, lavorativa, religiosa e di genere; le crepe in cui tali acque sporche si insediano, e le profonde voragini, gli effetti interni ed esterni sui rapporti individuali e sociali, quando la pressione di certi flussi è spinta al limite persino dall’imponderabile di una pandemia. Presentato nella sezione un Certain Regard dell’ultimo Cannes, e scartato in extremis dalla shortlist finale per il Premio al Miglior Film Internazionale ai prossimi Academy Awards.

Di che categoria dichiararsi?

In un piccolo centro dell’India settentrionale Shoaib e Chandan crescono fianco a fianco, uniti da un’amicizia nata nell’infanzia e dalla stessa aspirazione a sottrarsi alla precarietà che segna le loro vite. In una società attraversata da fratture profonde, dove religione e casta continuano a determinare possibilità e limiti dell’esistenza, entrambi vedono nel concorso per entrare nella polizia statale la possibilità di conquistare un lavoro stabile e un riconoscimento sociale finora negato. Quando solo uno dei due viene selezionato per la fase successiva, il loro rapporto si incrina, tra prospettive diverse e la radicale messa in dubbio di rapporti che, tra loro, erano sempre sembrati saldi e accettati. Ad aggravare le cose, l’inconsapevolezza di un’ombra che avanza inattesa: l’imminente pandemia da Covid19. [sinossi]

Proveniente da una famiglia dalit, Neeraj Ghaywan conosce bene il senso di crescere ed essere identificato con una delle caste che, storicamente, l’India autodefinitasi più autentica marginalizza per una maggior linearità col separato Pakistan, con l’islamismo e con una storia che la vuole composta di individui destinati a nascere e morire tra i campi, con le crepe sui talloni e le ossa rotte, i buchi nei soffitti di case tirate su alla buona e la fame di chi si trova costretto a fare del solo riso un vanto identitario. ha più volte dichiarato di aver costruito il proprio cinema attorno alla rappresentazione delle disuguaglianze sociali e dei conflitti di classe e casta nella contemporaneità indiana. Il suo sguardo, spesso vicino al realismo sociale, tende a intrecciare dimensione privata e strutture oppressive di una società in cui non si è a cuor leggero nel tifare l’India quando – come in una bella scena tematica del film –, nella finale mondiale di cricket, questa affronta proprio il Pakistan, pur essendo nato su suolo indiano ed esultando tra quelli che dovrebbero essere compatrioti. Non è un caso che i due ottimi protagonisti, Chandan Kumar (Vishal Jethwa) e Shoaib(Ishaan Khatter), ambiscano ad essere poliziotti proprio per riacquisire un controllo e un’autorità che non possiedono, anche a costo di farlo con la forza, con quel manganello a cui si fa continuo riferimento nel setup del racconto, referente simbolico di due anime buone che rischiano di introiettare a tal punto la violenza di stato da finire per identificarsi con essa, col problematico sogno di essere loro a poterla infliggere come ultima speranza di sopravvivenza sociale. E non è un caso che la genesi stessa di Homebound nasca da un reportage del giornalista e scrittore Basharat Peer, pubblicato sul The New York Times nel 2020, e inizialmente intitolato “Taking Amrit Home“: racconto della tragica vicenda di due lavoratori migranti bloccati durante il lockdown pandemico in India. Il film rielabora liberamente quell’episodio, trasformandolo in una storia di amicizia tra due che migranti non sono, e di mobilità sociale mancata, ambientata – come detto – nel contesto delle tensioni di classe, religione e casta del paese.

In questo senso il film, scritto da Ghaywan insieme a Sumit Roy e allo stesso Basharat Peer, è sostenuto dal magnifico lavoro di fotografia di Avinash Arun Dhaware, che oscura la massa di speranzosi e sottomessi in profondi e tetri neri da cui appena si scorgono i visi, illuminati ora di speranza e ora di amaro disincanto, commuovendo e inquietando sin da un momento canonicamente carico di rosee aspettative come quello del mostrarsi di un amore – il volto della bellissima Sudha (Janhvi Kapoor) che si mostra a Chandan mentre attende l’amico tra la folla seduta e accatastata di ombre che attendono per i concorsi, a cui per prima il ragazzo mente sul suo nome dalit e di fronte a cui si sente svilito da Shoaib che le dichiara di sostenerlo da tutta la vita. Il panorama si apre poi sulle riflessioni dei due in riva al fiume, sulle rocce, al calar del sole dietro la sagoma del ponte che attraversano stipati su veicoli e con compagni di fortuna, allontanandosi dal tugurio che abitano sin da bambini; e il quadro si movimenta, si fa prima estatico, eroico, poi furente e infine dimesso quando, dopo una partita di cricket giocata e vinta per rimediare poche rupie, la straripante performance di Chandan viene sminuita dai rivali, fino a che Shoaib si mette in mezzo e schiva una bastonata perché Chandan se la prende al suo posto. Tra le infinite attese statiche di una risposta dello stato, i problemi familiari, l’amore e lo studio universitario, il lavoro, tutti tentati ma senza crederci, la parabole a due di Homebound si costruisce come un racconto in cui la dimensione individuale e quella sistemica finiscono costantemente per sovrapporsi: l’amicizia tra Shoaib e Chandan, incarnati con una misura recitativa che privilegia la sottrazione e la densità emotiva dello sguardo, sino poi ad esplodere negli esiti finali, non è soltanto il centro affettivo del film ma anche il punto di attrito attraverso cui la società indiana contemporanea – con le sue linee di frattura religiose, economiche e soprattutto castali – torna continuamente a manifestarsi. È proprio qui che il cinema di Ghaywan trova una delle sue qualità più riconoscibili, ovvero la capacità di trasformare il racconto di formazione e di amicizia in un dispositivo di osservazione delle strutture sociali, senza tuttavia ricorrere alla retorica della denuncia esplicita o del colpo di scena rivelatorio: come già accadeva in Masaan – film in cui la perdita e il desiderio di riscatto attraversavano i corpi dei personaggi come un lento deposito di frustrazioni e aspirazioni – , anche qui il regista costruisce il proprio discorso per accumulo di dettagli e per progressiva chiarificazione dei rapporti di forza che attraversano i protagonisti, lasciando che il peso della storia emerga non tanto attraverso eventi spettacolari quanto nella reiterazione di piccoli gesti burocratici e simbolici. La scena finale, in cui per la prima volta – senza dire né come né perché – veniamo a conoscenza del vero cognome di Chandan, costituisce da questo punto di vista un momento esemplare: non una rivelazione narrativa nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto l’improvvisa messa a fuoco di qualcosa che era rimasto fino a quel momento fuori campo, come se l’identità sociale – nel contesto di un paese in cui il cognome continua a funzionare come indice immediato di appartenenza castale – potesse emergere soltanto quando la vicenda individuale si è ormai compiuta, e quando il legame tra i due protagonisti non può più essere ridefinito dalla parola.

In questa prospettiva Homebound prosegue il percorso di un autore che sembra interessato soprattutto a interrogare la possibilità stessa dell’uguaglianza all’interno di una società strutturalmente stratificata, trovando nella relazione tra i due giovani uomini una forma narrativa capace di sospendere temporaneamente le gerarchie per poi mostrarne con il ritorno inevitabile. Ed è forse proprio questa tensione, costantemente sospesa tra l’intimità del racconto umano e la durezza impersonale, a definire il tratto più singolare del cinema di Ghaywan: un cinema che osserva i suoi personaggi con una prossimità quasi fraterna, ma che non smette mai di ricordare come, dietro ogni gesto e ogni nome, continui ad agire l’ombra lunga della storia. Eppure, per quanto ci sia tenuto a sottolinearlo, non è solo quella castale la differenza, la posta in gioco di un destino avverabile o meno. Nel personaggio di Sudha, nella sorella di Chandan, in sua madre e in quella di Shoaib, Ghaywan tratteggia i perimetri di scatole cinesi nascoste, ancor più drammaticamente serrate e inaccessibili, perché silenti e normalizzate all’interno di un racconto che – per quanto forse didascalico o troppo contingentato nel modo e nei tempi di favorirne l’emersione – pare rendersi conto del suo essere una tragedia di soli uomini. Le donne piangono la distanza dei loro figli e l’inadeguatezza dei loro uomini, è vero, ma pure si rimboccano le maniche e rispondono a tono, umiliano e proteggono, fanno scelte sane o avventate in nome di valori intelligentemente descritti e differenziati, seppur a volte – e forse è questo l’unico tratto manchevole del film –, ribadendo appena più del dovuto ciò che già era ampiamente suggerito, quando non più silenziosamente suggeribile: nel mutismo accettato eppure eroico di questi personaggi femminili che covano l’azione e poi la mettono in atto senza bisogno delle lodi che muovono gli uomini. Ciò poco toglie ai meriti di un’opera varia e imponente, eppure anche intima nel dramma e nel riso, nella speranza e nella gioia e nella sottomissione fisica di valori e rapporti profondi, necessari e vitali pur nella tragedia della loro consapevole inattuabilità. Ghaywan illude e poi rilancia, paventa esiti e rimpolpa le motivazioni ineludibili dello scacco raddoppiando i movimenti narrativi, e inserendo l’arrivo della pandemia con la forza evocativa e simbolica di un angelo sterminatore che, però, non agisce per cambiare le carte in tavola, limitandosi, senza volontà o accanimenti di sorta – come natura vuole – , ad amplificare traumi e catastrofi già inscritti nel mondo pre-Covid, nel coraggioso atto di non lucrare sulla condivisa apocalisse che da quel momento s’è percepita; piuttosto, ricordando che i semi di essa di essa erano già ben piantati, che colpevolmente s’è deciso di ignorarli, e che ci si è accorti di tutto solo quando le crepe, a “fioritura” avvenuta, si sono rivelate insanabili voragini.

Info
Homebound, il trailer italiano.

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