Hidden People

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L’amicizia di Guti e Sig è al centro del film sloveno Hidden People (Skriti Ljudje) di Miha Hočevar, due personaggi marginali rappresentanti dei dimenticati d’Europa, delle piccole comunità rurali, delle lingue e culture minoritarie del Vecchio Continente. Nella Mostra Concorso del Bergamo Film Meeting 2026.

Viki il vichingo

Guti e Sig si svegliano con i postumi di una rissa con sbornia e le manette ai polsi. Sig è un turista, ma ha perso la memoria e i documenti. Guti cerca di aiutarlo, anche se la sua vita è già a pezzi. Uniti dal caso e da un’inaspettata amicizia, i due tentano di rimettere in piedi le proprie vite. [sinossi]

Tutti i cinefili ricordano il motivo di Ennio Morricone Sean Sean, o “scion scion”, celebrante dell’amicizia virile dei due protagonisti di Giù la testa, Juan e Sean, un’amicizia che era anche un legame tra due paesi, Messico e Irlanda, accomunati da storie di rivoluzione. Lo stesso ruolo di ponte culturale, in questo caso tra Slovenia e Islanda, è quello che lega, anche letteralmente, Guti e Sig, protagonisti di Hidden People (Skriti Ljudje) del regista sloveno Miha Hočevar, presentato nella Mostra Concorso della 44ª edizione del Bergamo Film Meeting. Nella prima scena del film vediamo i due protagonisti svegliarsi dopo una grande sbronza, ammanettati. Con una narrazione a ritroso, e con l’aiuto di riprese al cellulare, si verranno a sapere le circostanze di quell’ammanettamento, svelate anche al corpulento Sig che non ricorda nulla in quanto vittima di amnesia. Sarà facile andare da un ferramenta a farsi togliere quei ceppi, ma il legame tra i due personaggi è ormai metaforico, accomunati da una comune essenza di marginalità che si ripropone anche tra paesi molto lontani. Sig viene chiamato affettuosamente Viki per le sue fattezze nordiche, da vichingo, dato che inizialmente non ricorda più nemmeno il suo nome e la sua nazionalità. Per scoprirla gli dicono di parlare nella sua lingua madre in modo da poterla identificare tramite un’apposita app. Ma il risultato è “linguaggio sconosciuto”, segno che la lingua islandese non è nemmeno contemplata. Questa scena è una di quella che il regista usa per chiarire il discorso del film, ovvero un ritratto dell’Europa nei suoi margini, delle comunità rurali, delle piccole e inifluenti nazioni e delle lingue minoritarie nel Vecchio Continente, dei rifugiati che possono essere anche all’interno. Un’isola all’estremo Nord che si affaccia al circolo polare artico, dalla bassissima densità abitativa, e una piccola nazione di recente costituzione, originatasi dalla frammentazione della ex Jugoslavia. Due marginalità all’interno di un continente che rappresenta un grande non luogo, tutto omologato. Uno dei personaggi associa l’islandese all’Ikea e, quando gli fanno notare che la grande multinazionale del mobile è in realtà svedese, ribatte che è tutto uguale, come Slovenia e Slovacchia.

Miha Hočevar si rivolge a un pubblico internazionale che troverà astrusa anche la lingua slovena, mettendo comunque lo spettatore da quella parte e lasciando Sig come un’ingombrante figura da decifrare. Il film è parlato in sloveno e in inglese, nelle parti di dialogo con il ‘vichingo’, sempre sottotitolato tranne nelle poche parole in islandese di quest’ultimo che risultano così incomprensibili per tutti, come dei suoni alieni. Quasi tutto il film è ambientato nella rigogliosa campagna attorno a Lubiana d’agosto. La città si vede solo un attimo. Ed è un ritratto di quella comunità rurale che rappresenta la famiglia di Guti. La vita sul fiume, coltivando l’orto, con quel grande trampolino elastico per bambini. Di quella semplice vita sociale che è rappresentata dalla convivialità di suonare la chitarra, del bere una birra insieme nei tavolini all’aperto di un biergarten. Il personaggio è pure emblematico di una vita da reietto. Ha perso la casa per questioni bancarie e cerca di costruire una baita di legno galleggiante sul fiume. Ma per due volte questa viene distrutta. La prima per un atto vandalico dei naziskin, o almeno si presume che siano stati loro perché la scena è fuori fuoco e perché è presente in quei paraggi una discreta comunità di teppisti neonazi, il che offre un’altra chiave di lettura dell’Europa del film, dove l’estrema destra compare ovunque minando anche qualsiasi rappresentazione idilliaca in modo manicheo di quel mondo rurale. Ma poi c’è anche la burocrazia che interviene a disporre l’eliminazione di quella baita in quanto abusiva. Rimane l’esaltazione di quel collettivismo hippie, country come forma di resistenza all’omologazione moderna, ma a sua volta trasversale, sulla riva di un fiume sloveno, sulle vicine montagne tra le pecore che pascolano così come attorno a un geyser che erutta. In questa rappresentazione, Miha Hočevar riesce a illustrare paesaggi ammalianti, costruisce scene eclettiche a volte però gratuite. Perché mostrare in contemporanea il vecchio sulla barca colpito da infarto in primo piano, e sullo sfondo l’atto vandalico della casa galleggiante? Preziosismo sterile anche quella specularità tra la luna piena e i personaggi ripresi dall’alto sdraiati sul tappeto elastico rotondo, per non dire del funerale con il lancio del razzo. Si diverte poi con le citazioni cinematografiche, come del resto la nostra da Giù la testa. Guti e Sig, riconosciuti ormai come amici indissolubili sono paragonati ai “blues brothers”; la fisicità ingombrante del corpulento vichingo è paragonata a Chewbecca. Volendo tutto quel mondo di locali di campagna potrebbe essere la trasposizione in terra slovena del mondo conviviale del pianeta Tatooine. Miha Hočevar si lascia però andare in eccessi didascalici, nell’esplicitare lo ‘spiegone’ stesso del film, già nel titolo, ripreso nel discorso sulla gente nascosta, di cui il film rimane un racconto imperfetto quanto sincero, e carico di picaresca ironia.

Info
Hidden People sul sito del Bergamo Film Meeting.

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