Intervista a Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Jo Sona

Intervista a Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Jo Sona

La notte del 3 dicembre 2024 la situazione precipita in Corea del Sud. Il presidente Yoon Suk-yeol dichiara la legge marziale, accusando il Partito Democratico di collaborare con i comunisti della Corea del Nord e di compromettere la sicurezza dello Stato. Veicoli della polizia e soldati presidiano l’Assemblea Nazionale, dove il parlamento dovrebbe aprire una sessione per votare la legge marziale. La gente scende in piazza, memore del massacro di Gwangju del 1980, la repressione nel sangue di una rivolta popolare. Nella folla anche giornalisti che riprendono e documentano. Tra questi Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young, produttori e documentaristi d’attualità soprattutto per la rete televisiva MBC. Da quelle riprese nasce il film The Seoul Guardians, presentato nella sezione Harbour dell’International Film Festival Rotterdam 2026. In questa occasione abbiamo incontrato due degli autori del film, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan, insieme alla produttrice Jo Sona.

Qual è la genesi del film The Seoul Guardians? Avete deciso di filmare quello che stava succedendo quando il presidente Yoon Suk-yeol ha dichiarato la legge marziale? Avete deciso al momento di andare per strada per mostrare la voce della gente contro questa situazione?

Kim Jong-woo: Ero nel mio ufficio, a seguire il mio programma televisivo, e all’improvviso è uscita la notizia, e ci siamo riuniti tutti. E non potevamo crederci, nonostante sia anche il nostro lavoro. Così, all’improvviso, ho pensato che avrei dovuto andare lì, dove stava succedendo qualcosa di importante. C’era una seduta dell’Assemblea Nazionale, dove i legislatori possono revocare la legge marziale. Non c’erano troupe televisive, non avevamo niente di preparato, ma comunque dovevamo andarci il prima possibile. Quindi, io, uno dei miei colleghi e un vicedirettore, siamo corsi dentro l’edificio dell’Assemblea Nazionale. Tutto era molto caotico, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo e dove fosse successo qualcosa. È ​​stato piuttosto difficile, ma sono stato molto fortunato. Per fortuna, il blocco della polizia è arrivato subito dopo ed era molto severo. Da quel momento nessuno poteva entrare, o uscire dall’edificio. Da allora è andato tutto bene. Con me c’erano altre persone dentro. Non ci conoscevamo, ma per me è stata un’esperienza molto strana, perché ci siamo messi a urlare insieme, a volte a discutere. Era un modo molto immediato e spontaneo di fare qualcosa. Io stavo registrando da solo con la telecamera, con una mano la impugnavo, e con l’altra, aiutavo a sollevare delle barricate. È stata un’esperienza piuttosto confusa e caotica per me.

Kim Shin-wan: Ero a casa. Stavo preparando i miei figli per andare a dormire, e poi mia madre mi ha chiamato per dirmi che era successo qualcosa, così ho abbracciato mia moglie per salutarla in ogni caso, e l’ho rivista quando sono uscito di casa. Ho preso un taxi, era piuttosto lontano dall’Assemblea Nazionale, quindi ero piuttosto in ritardo. Sono arrivato fuori dall’Assemblea Nazionale, quindi ho cominciato a fare riprese per le strade. C’era la gente per strada che urlava, e gridava, e lottava con i poliziotti. Era davvero il caos. Ho osservato molte persone attentamente. Il loro comportamento era abbastanza impressionante, perché erano molto aggressivi, ma non così aggressivi da far arrabbiare i poliziotti, o i soldati. Avevano un principio condiviso. Penso che abbiano una sorta di linee guida su come comportarsi. Ho voluto catturare le scene e osservare le persone anche con la mia macchina fotografica, e con i miei colleghi, e perché molti colleghi sono venuti all’Assemblea Nazionale, uno per uno.

Jo Sona: Sono una dei produttori. Abbiamo tre registi in totale, quindi Jong-woo è stato fortunatamente portato all’assemblea nazionale, e Shin-wan era in ritardo, ma Cho Chul-young, che in realtà stava montando tutto, non è riuscito a essere sulla scena, anche se vive vicino all’Assemblea Nazionale. Nel caso non si fosse revocata la legge marziale, immediatamente tutta l’area attorno all’Assemblea Nazionale sarebbe stata completamente controllata dai soldati, il che sarebbe stato molto pericoloso. Quindi era a casa, e aspettava gli altri. Era troppo preoccupato per uscire, come me, perché vivo vicino a una base militare nel centro della città. Ho letteralmente sentito il rumore degli elicotteri, come i militari si sono radunati. Era una situazione così spaventosa. Mia madre mi ha chiamato dicendo: «Sona, dovresti tornare a casa ora, insieme al tuo bambino». Era una situazione molto seria. È stata intensa, ma per fortuna è stata revocata la legge marziale. Abbiamo così radunato giornalisti e registi, visto che lavoriamo nel settore del documentario. Era quindi naturale fare qualcosa per mostrare al pubblico cosa è successo quel giorno. Ma il fatto è che questo documentario è speciale, perché non riguarda solo l’incidente in sé, ma piuttosto dove potrebbe arrivare questo tipo di potere collettivo molto razionale, e allo stesso tempo calmo e molto organizzato. Questa era la domanda iniziale, quando ci siamo riuniti, ci siamo detti che avremmo dovuto fare il film su questo. Tutti i sudcoreani, sia all’interno che al di fuori dell’assemblea nazionale, come hanno visto i nostri registi, sono come addestrati a essere calmi e razionali, a pensare a cosa si dovrà fare poi. Quindi seguiamo esattamente la procedura per poter revocare la legge marziale. Puoi vedere nel film come portiamo avanti questo con attenzione. La domanda è dove in realtà è questa memoria, o perché queste cose siano possibili. Questa era la domanda centrale del film. Più tardi, dopo aver raccolto tutti i filmati che abbiamo girato, ci siamo resi conto che queste persone stavano parlando del movimento democratico di Gwangju (represso con un massacro nel 1980). Sia dentro che fuori, continuavano a parlare del movimento di Gwangju. Quindi tutti noi quindi abbiamo pensato a cosa succederebbe se Gwangju accadesse di nuovo. Quella era la paura pubblica. Dovremmo impedire che accada di nuovo. Ecco perché il film è una combinazione di passato e presente, e si interroga su cosa dovremmo fare anche per il futuro. Quando abbiamo messo tutti i filmati in montaggio, è stato molto difficile fare i tagli, perché sono filmati caotici. Sei ore di girato sono abbastanza lunghe. Ci siamo concentrati sui momenti in cui le persone parlano di Gwangju, oppure cercando un momento in cui i registi pensano al movimento di Gwangju. Allora ci siamo concentrati su quei momenti specifici e poi abbiamo realizzato il film basandoci su quell’idea.

Hai parlato di questa paura nazionale, perché nella vostra storia, in Corea del Sud, la legge marziale è stata proclamata numerose volte. Nel film qualcuno dice che non succedeva da 45 anni, evocando proprio il colpo di stato del 1979, la legge marziale e la rivolta di Gwangju repressa nel sangue. E non doveva essere possibile con la democratizzazione del paese iniziata nel 1987. Qual è stato quindi il significato di questo evento per il vostro popolo che ricorda la storia del paese?

Jo Sona: Sono nata nel 1986, faccio quindi parte di quella prima generazione che si diverte, che non ha memoria di una dittatura. La mia è la prima generazione che ha effettivamente imparato la rivolta di Gwangju a scuola. Ho però imparato da mia sorella, insegnante, che la rivolta di Gwangju non è stata realmente indagata storicamente e non è stata ufficialmente confermata come violenza di stato per molto, molto tempo. Anche se è accaduta negli anni ’80, tra il ’79 e l”80, fino alla metà del ’99, non c’è stata una sorta di conferma ufficiale di questo evento, il che significa che la popolazione è stata isolata. All’epoca non c’erano molti notiziari, nessuno Youtuber, nessun Instagram. Nessuno sapeva veramente cosa fosse successo a Gwangju. Più tardi, abbiamo capito che era successo qualcosa, una tragedia incredibile. L’avevamo scoperto, ma in realtà per molto tempo, era un tabù sociale nella società sudcoreana. Ancora oggi non siamo in grado di dire se quella strage sia avvenuta per ordine del presidente. Furono sparati anche colpi dagli elicotteri dell’esercito, ma ancora non è confermato se per ordine del presidente. È ancora una tragedia irrisolta per il popolo sudcoreano. Chiunque lo può constare se ha dei parenti che vivono vicino alla parte meridionale. Ci sono così tante famiglie che hanno effettivamente vissuto questa esperienza. Grazie al contraccolpo della rivolta di Gwangju, abbiamo finalmente potuto avere una democrazia dopo così tante dittature per così tanti anni, abbiamo finalmente potuto avere una Corea del Sud avanzata, questo è ciò che ho imparato a scuola. In questo senso è una paura pubblica, non solo per la generazione più anziana che ha potuto sperimentarla ma anche per la mia, che ha imparato. Dobbiamo mantenere la memoria, altrimenti il ​​nostro paese può perdere la democrazia. Quando dico paura pubblica, non è la paura di una nuova dittatura ma è la paura di dover proteggere la democrazia.

Kim Jong-woo: Abbiamo fatto questo film non solo su quello che è successo quella notte, ma anche facendo degli incroci tra passato e presente. Anch’io ho vissuto una giovinezza spensierata. Faccio parte della generazione immediatamente successiva a quella del movimento degli studenti contro la dittatura, che è stato molto intenso, ma io non l’ho vissuto. La rivolta di Gwangju rappresentava per me una storia vecchia, come dimenticata. Ne conosciamo solo piccoli aspetti, non abbiamo avuto esperienza di cosa sia stato veramente. La situazione delle truppe ti arrivano contro, ed esercitano violenza nei tuoi confronti. Io sono una persona dotata di sense of humor, ma in quella notte, e in quell’edificio, e in quel momento, ho sentito che qualcosa poteva davvero accadere in questo edificio, quei suoni rimbombanti, come se riaffiorasse un ricordo dimenticato. Quando poi stavamo raccogliendo tutti i filmati, ho iniziato a studiare intensamente la rivolta di Gwangju. Mi ritrovo in quello che ha scritto la scrittrice Han Kang, a proposito dell’incidente, nel libro Atti umani. Ha scritto alcune parole molto intense. Dice che è la prima volta che cerca di scrivere del presente, e di salvare il passato, come se volesse trovare sé stessa, il suo nome. All’improvviso, si rende conto che questa frase deve essere invertita, come se dovesse essere la storia del passato a salvare il presente. Anch’io all’improvviso, ho imparato questo. È come una combinazione di realtà e comprensione, sul fatto che non siamo soli.

Kim Shin-wan: Quando ho iniziato a lavorare alla MBC, molti registi e documentaristi senior soffrivano del trauma di Gwangju, perché la rivolta di Gwangju è una specie di simbolo della vergogna, perché giornalisti e documentaristi non ne parlarono. C’era la dittatura, con una forte censura. L’edificio della filiale della MBC a Gwangju fu attaccato e incendiato, perché la gente era arrabbiata per le notizie distorte. Quindi fu un grande trauma. 12 anni dopo, realizzammo il primo documentario sulla rivolta di Gwangju. Fu una sorta di modo per trovare la nostra identità, e mi insegnò come comportarmi da giornalista. La rivolta di Gwangju è un evento fondamentale per un giornalista, quando è successo quel fatto, mi ricordava la rivolta di Gwangju.

Il risultato finale del documentario è quello di un film estremamente grezzo, proprio perché realizzato in una situazione di concitazione. Siamo agli antipodi di un prodotto televisivo didattico molto controllato e ben confezionato. Ma questa imperfezione è proprio la sua forza perché trasmette una sensazione fortemente scioccante. Ve ne siete resi conto?

Jo Sona: Peccato che Cho Chul-young, il terzo regista, non sia qui oggi, perché quando ci siamo riuniti nel team, lui aveva un’opinione molto forte sul fatto che il film avrebbe dovuto essere più vicino all’esperienza cinematografica, non come il tipico documentario televisivo. L’intenzione era proprio quella che fosse un film in cui il pubblico si sente davvero nella stessa scena. Questo era lo scopo che ci eravamo prefissati. Vogliamo che il pubblico sia connesso. Il nostro personaggio principale, Kim Jong-woo, e anche le altre persone che erano lì, riprendevano tutto sapendo che la qualità non sarebbe stata buona, anche in termini di sound designing e colour grading. Era una situazione caotica. L’idea era quella di creare l’esperienza cinematografica insieme al pubblico. L’incidente stesso, come ha detto Kim Jong-woo, è stato molto intenso: gli elicotteri erano ovunque e arrivarono ​​i soldati. Volevamo che il pubblico vivesse quei momenti intensi insieme a noi. Dal punto di vista stilistico, abbiamo cercato di realizzare un film documentario come un film giornalistico con un po’ di thriller, ma il punto era quello di condividere con il pubblico i sentimenti che abbiamo provato in quel momento.

Se guardiamo da un punto di vista più ampio rispetto alla situazione interna della Corea del Sud, quell’incidente appare un segnale di allarme rispetto a una crisi globale delle democrazie, anche accostandolo a un evento pur molto diverso come l’assalto a Capitol Hill. Cosa ne pensate?

Jo Sona: Abbiamo una redattrice che è coreana ma vive a New York da più di 25 anni. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, ci ha detto che questo tipo di polarizzazione politica è davvero peggiore negli Stati Uniti di quanto non lo sia nel nostro paese. È davvero tremendo. Lei sostiene che bisogna davvero parlarne, si doveva davvero fare quel film per aprire il dibattito sulla democrazia. Così abbiamo finito per mettere questa parte, l’inizio e la fine, riferita al presente, dopo la dichiarazione della legge marziale, come se questa polarizzazione stesse peggiorando sempre di più anche in Corea del Sud. Non è stata solo una nostra vittoria. Questo è il punto del film. Non è solo una vittoria. Abbiamo più domande, più compiti, più fardelli che ora ci aspettano. Come produttrice sudcoreana, stiamo facendo del nostro meglio per diffondere il film così com’è. Quando, tre giorni fa, abbiamo avuto la première mondiale qui a Rotterdam, molti spettatori si sono alzati in piedi e hanno continuato ad applaudire. Abbiamo avuto tanti commenti del pubblico, uno dai Balcani, uno dai Paesi Bassi, uno dalla Francia. Il contenuto del film ha risuonato anche per loro, il che è una scoperta nuova per noi. Quindi abbiamo scoperto che questo film ha avuto risonanza in molti, molti altri paesi, anche per la seconda proiezione, la gente, il nostro pubblico ne sta parlando. Ecco perché ora crediamo di poterlo dire con sicurezza, che questo è il film che tutti dovrebbero vedere e che apre la discussione su cosa dovremmo fare tutti insieme.

Kim Jong-woo: Dal mio punto di vista, tutti noi, e intendo tutte le persone su questo pianeta, in questo momento, abbiamo gli stessi sintomi tipici di questa epoca. Penso che siamo tutti connessi, super connessi, più che in qualsiasi altra epoca, ma allo stesso tempo, non ci parliamo. Voglio dire, solo una persona subito dopo di te, o appena accanto a te. Non abbiamo una vera conversazione. Quindi, per me, quell’esperienza di quella sera non riguardava solo la politica. Per me è stata un’esperienza molto intensa, quella di capire cosa possiamo fare. Come possiamo entrare in contatto in modo reale con gli altri e iniziare una conversazione?

Kim Shin-wan: In realtà, di solito siamo separati. Separatamente, non parliamo molto e questo non ci apre la mente. Penso che dovremmo parlare e farci domande profonde a vicenda. È tempo di parlare e di capire come comportarsi in una situazione così grave. È un’esperienza fondamentale sulla polarizzazione politica e sulla crisi della democrazia.

Articoli correlati

Array
  • IFFR 2026

    The Seoul Guardians

    di , , La cronaca concitata dei fatti che sconvolsero la Corea del Sud il 3 e il 4 dicembre 2024, la legge marziale, il voto in parlamento e la successiva pronuncia della corte suprema. A raccontarli nel film The Seoul Guardians sono tre giornalisti e documentaristi televisivi.
  • Festival

    Rotterdam 2026 – Presentazione

    Dal 29 gennaio all'8 febbraio si svolgerà Rotterdam 2026, la 55a edizione dell'International Film Festival Rotterdam (IFFR), diretto da Vanja Kaludjercic. Come sempre un programma vastissimo, con le sezioni competitive Big Screen, Tiger e Tiger Short.