Gli ultimi giorni del Paradiso

Gli ultimi giorni del Paradiso

di

Con Gli ultimi giorni del Paradiso il cineasta portoghese João Nuno Pinto utilizza i codici del dramma (alto) borghese per discettare di cambiamento climatico, disparità di classe, ridefinizione dei ruoli sociali. Un gioco al massacro non particolarmente originale ma che sa centrare il bersaglio.

L’apocalisse è quello che c’è già

Nella regione portoghese dell’Alentejo, una famiglia si riunisce nella villa che fu dei genitori per decidere cosa farne. Protagonisti del dibattito sono tre fratelli. C’è poi Susana, figlia della cameriera Alma che per tutta la vita ha lavorato nella villa. Preoccupata per le condizioni di salute della madre, Susana cerca di convincere i tre proprietari a riconoscere all’anziana donna una quota della vendita. Intanto un pericoloso incendio si staglia all’orizzonte. [sinossi]

L’estate nell’Alentejo è calda, placida, con il sole che brucia le dolci colline e intorpidisce corpi e menti spingendo gli esseri umani al riposo; certo, fazer uma sesta è una prerogativa di chi può permetterselo. Perché è pur sempre una questione di classe, come pare voler sottolineare in ogni modo possibile e immaginabile il portoghese João Nuno Pinto, tornato alla regia con Gli ultimi giorni del Paradiso, amarissima riflessione sulla decadenza inarrestabile del mondo, sull’autodistruzione delle classi dominanti, e dunque in maniera eminente sul contemporaneo. Perché, riprendendo un celeberrimo distico del Consorzio Suonatori Indipendenti capitanato un trentennio or sono da Giovanni Lindo Ferretti, “l’Apocalisse è quello che c’è già”, ed è davvero inutile provare a trovare un riparo nel bel mezzo della fine del mondo. L’Alentejo, si diceva: Pinto sceglie di ambientare questo dramma alto-borghese in una villa nella cosiddetta pianura dorata, tra colline ondulate, uliveti e querce da sughero. È in quella regione, tra le più geograficamente affascinanti del Portogallo, che si raduna una famiglia, o meglio ciò che ne resta: va infatti deciso cosa fare della villa, e tra i fratelli/eredi scatta la canonica disputa, perché c’è chi vorrebbe venderla, o tramutarla in un resort per turisti dalla tasche facoltose, e chi invece vorrebbe garantire una continuità che permetta anche ai lavoratori che hanno servito i genitori nel corso della loro vita di non trovarsi a un giorno all’altro in mezzo alla strada. A battersi in difesa della servitù è soprattutto Francisca, mentre Catarina e Lourenço non si fanno tanti scrupoli, in particolar modo l’ultimo che non fa altro che porre in rilievo l’eredità socio-politico-culturale lasciata dai genitori e che loro dovrebbero perseguire: una logica conservatrice che fa proprio il retaggio di un Portogallo aristocratico, imperialista, coloniale.

Ma cosa fare quando il mondo è in fiamme? Seguendo l’interrogativo retorico attorno al quale si sono mossi non pochi registi nel corso dell’ultimo decennio – si pensi a Roberto Minervini, che intitolò così un suo documentario che prese parte dal concorso veneziano nel 2018, ma anche a Il cielo brucia di Christian Petzold, i lavori di Ruben Östlund e via discorrendo – João Nuno Pinto tenta di giocare la carta dell’iperrealismo, muovendosi a metà tra la credibilità di ciò che sta prendendo corpo in scena, un impianto non privo di onirismi che paiono guardare addirittura dalle parti di Luis Buñuel, e un crescendo vieppiù ansiogeno e apocalittico. Lo fa per raccontare le classi sociali e l’unico elemento che potrebbe forse snaturare la logica imperante che ne sottende: la fine del mondo. Se da un punto di vista narrativo e nella scrittura delle psicologie dei personaggi principali a evidenziarsi è in particolar modo la volontà di non scardinare le abitudini dello spettatore – i tipi in scena rispondono a logiche psico-narrative abitudinarie, tra implosione ed esplosione, alla disperata e impossibile ricerca di una catarsi –, il cineasta portoghese palesa una raffinatezza estetica che a volte esonda verso l’orpello ma che spesso riesce a cogliere il centro del bersaglio. Si veda l’incipit, ad esempio, che gioca in maniera naturalistica con quella che sarà la scelta dell’immagine conclusiva, come se l’inizio e la fine di ogni cosa non prevedano più l’umano nel discorso complessivo. Politicamente il discorso pare un po’ semplicistico, anche nella volontà di sovvertire le classi – è facile pensare che non basterebbe neanche la fine del mondo per ribaltare determinati rapporti di forza –, anche se è apprezzabile la vis polemica e a suo modo satirica che prende corpo nel finale, in un gioco al massacro nel quale si sarebbe potuto osare anche molto più di quanto Pinto non faccia. Irradiato dall’ottima fotografia lavorata da Kamil Plocki, Gli ultimi giorni del Paradiso è un fermo immagine abbastanza rappresentativo del cinema “politico” europeo di questi ultimi anni, con i suoi pregi e i suoi difetti, e propone uno spunto di riflessione sull’antropocentrismo e le diseguaglianze sociali sempre più crescenti.

Info
Gli ultimi giorni del Paradiso, una scheda.

  • gli-ultimi-giorni-del-paradiso-2025-joao-nuno-pinto-02.webp
  • gli-ultimi-giorni-del-paradiso-2025-joao-nuno-pinto-01.webp

Articoli correlati

Array
  • Berlinale 2026

    Rosebush Pruning

    di Rosebush Pruning di Karim Aïnouz un grande affresco dell'alta borghesia decadente e piena di vizi, un pamphlet contro patriarcato e capitalismo ispirandosi dichiaratamente nientemeno che a I pugni in tasca, e implicitamente a Lanthimos, Guadagnino e anche a Sirk.
  • Trento 2024

    Nessun posto al mondo

    di Presentato nella sezione Terre alte del Trento Film Festival 2024, Nessun posto al mondo è il nuovo documentario di Vanina Lappa incentrato sulla tradizione ancestrale della transumanza nel Cilento, una pratica antichissima di gestione del bestiame che diventa un inno al nomadismo.
  • In sala

    il cielo brucia recensioneIl cielo brucia

    di Decimo lungometraggio in ventitré anni di carriera per Christian Petzold, Il cielo brucia segue di tre anni l'immediatamente precedente Undine; se lì il mito delle fate dell'acqua serviva “sfruttare” il secondo dei quattro elementi, qui a prendersi il suo spazio nella narrazione è il fuoco.
  • Locarno 2021

    Dal pianeta degli umaniDal pianeta degli umani

    di Presentato fuori concorso al 74 Locarno Film Festival, Dal pianeta degli umani è l'ultimo lavoro di Giovanni Cioni incentrato sulla figura di Serge Voronoff, un autentico mad doctor noto per i suoi trapianti di testicoli dalla scimmia all'uomo, nella sua clinica sopra Ventimiglia, negli anni Venti. Una storia vera che sembra un B-movie di fantascienza anni Cinquanta.
  • Venezia 2018

    What You Gonna Do When the World’s On Fire? - RecensioneChe fare quando il mondo è in fiamme?

    di Roberto Minervini approda in concorso a Venezia con Che fare quando il mondo è in fiamme?, secondo capitolo dell'ipotetica trilogia sulla Louisiana. Uno sguardo sul dominio bianco e sulle angherie che ancora oggi subisce la comunità afrodiscendente.
  • FilmMaker 2017

    L’estinzione rende liberi

    di Presentato al Filmmaker Festival 2017, L'estinzione rende liberi porta avanti il percorso autoriale di Demetrio Giacomelli, che si snoda in un discorso escatologico tra animali, estinzione e autoestinzione, sterminio, olocausto, morti viventi.