Jet Lag in Summer
di Yan Kunao
Immaginato durante le restrizioni pandemiche e figlio diretto della diaspora dei giovani cinesi che partono per studiare in Occidente, Jet Lag in Summer segna l’esordio al lungometraggio del classe ’98 Yan Kunao che a costo bassissimo scrive, dirige, interpreta e monta una rielaborazione libera e personalissima del senso di solitudine e distanza, dell’incontro/scontro fra culture differenti che diventa doppia anima, della difficoltà di trovare un proprio posto nel mondo fra desideri e ambizioni non sempre coincidenti, ma anche del sogno – e quindi del senso – di fare cinema. In prima europea al Far East 2026.
Litchi chinensis
I protagonisti sono Jiaqi e Pingu, due giovani creativi formatisi a New York, alle prese con l’ingresso nel mondo del lavoro: lei aspirante production designer, lui regista agli esordi. Quando Jiaqi, che avverte sempre più forte il richiamo della Cina, decide di accettare un’opportunità professionale in una produzione cinese, Pingu rimane a New York, impegnato a far decollare il suo primo film. Ma il viaggio di ritorno di Jiaqi si interrompe bruscamente: la Cina chiude improvvisamente le frontiere e lei resta bloccata a Los Angeles, in un limbo geografico ed emotivo. In questa sospensione temporale, sia Jiaqi in California che Pingu a New York incrociano le vite di altri due espatriati – una ragazza europea emigrata negli Stati Uniti e un’attrice coreana già affermata – figure specchio che mettono ulteriormente in crisi il loro rapporto e le loro certezze identitarie. [sinossi]
A ben vedere sta già nel suo porsi come grande e implicito what if, il senso più profondo di Jet Lag in Summer. Un sorprendente film d’esordio, produttivamente piccolo ma insospettabilmente stratificato nella sua apparente leggerezza di quotidianità, sogni, disillusioni e rapporti umani, che sin dalla sua idea più embrionale nasce come possibile controcampo alternativo, come una variante di fantasia in cui (re)immaginare se stessi e la propria condizione dall’altra parte di una porta chiusa da ambo i lati, come uno specchio rovesciato uguale e contrario che a sua volta si ramifica in nuovi (potenziali) doppi uguali e contrari, da qualche parte fra l’ispirazione autobiografica e la pura fantasticheria di una sliding door. Se nel 2020 solo il caso ha voluto che il giovane e allora giovanissimo Yan Kunao, al tempo semplice ragazzo fra i milioni di cinesi che in questi anni sempre di più scelgono di studiare all’estero e se possibile di fermarcisi a cercare fortuna, nel momento della chiusura delle frontiere internazionali si trovasse nella Repubblica Popolare, rientrato in patria nel momento giusto/sbagliato e impossibilitato fino a inizio 2023 a tornare negli Stati Uniti per terminare il suo Master in regia alla Columbia University a causa dei tre anni di sostanziale isolamento attuati dalla Cina per contrastare l’epidemia di Covid, la sua inventiva ha nel frattempo preferito volare libera oltre ogni possibile lockdown per condensare sì in un’estate e in toni che non si discostano mai troppo dalla commedia quel medesimo senso di solitudine e di distanza divenuta insormontabile e straniante separazione, ma scegliendo di raccontarlo dalla situazione opposta, quella di chi si ritrova straniero bloccato in terra straniera e che indipendentemente dai suoi desideri e dalle sue aspirazioni non può tornare in quella che sente come casa, in sostanza costretto – volontariamente o meno – in una sorta di limbo nel quale fatalmente ritrovarsi a ridiscutere le proprie scelte e le inevitabili contraddizioni della propria (ormai inevitabilmente doppia, spartita fra l’Oriente e l’Occidente) identità culturale. È per questo che, una volta riuscito a tornare negli Stati Uniti per completare gli studi e trasformare finalmente in immagini e gag quella sceneggiatura scritta da lontano eppure così vicina (e in qualche modo complementare) al proprio percorso di vita, non poteva che essere lo stesso regista (e sceneggiatore, e montatore) a interpretare il proprio evidente alter-ego Pingu, per l’appunto studente di cinema e aspirante regista impegnato, a New York, nella preproduzione del suo film d’esordio, ed è in questo senso che anche la sua fidanzata e costumista Jiaqi, con cui le strade saranno destinate a convergere e poi a divergere salvo forse di nuovo ritrovarsi, nient’altro sembra che un’ulteriore proiezione dello stesso Kunao attraverso la quale compiere scelte differenti e trovare altre strade (o per meglio dire rotte aeree) sbarrate. Lui fermo nel suo sogno cinematografico e newyorkese, ma in definitiva incapace di stare da solo, e lei prima indecisa fra restare o tornare e poi bloccata in pieno jet-lag a Los Angeles in attesa di un volo che non vuole riportarla a casa, mentre la distanza fisica e oraria fra i due protagonisti rinnoverà in due nuove solitudini la distanza fisica e oraria di entrambi tanto dalla Cina che non li riaccoglie, quanto dall’America che non li sa e probabilmente non li vuole accettare.
Del resto, ben più che sulla diaspora contemporanea dei giovani cinesi che è semplicemente il punto di partenza che rimane sullo sfondo oppure sulla pandemia (già «datata», a detta dei sonnecchiosi produttori che rifiutano di produrre il film a Pingu) che è stato semplicemente il momento in cui si è più esacerbato il senso di distanza, è proprio sulle possibili declinazioni del tema del doppio che Jet Lag in Summer, in prima europea al Far East 2026, intesse i suoi principali spunti di interesse. Un doppio che è tanto narrativo quanto simbolico, tanto personale quanto culturale, tanto politico quanto, soprattutto, condizione esistenziale di un’attesa apparentemente infinita e frustrante fra un commesso viscido che allunga le mani e un ospite d’albergo a cui scappa il commento razzista. Il doppio di due Paesi, la Cina e gli Stati Uniti rappresentanti di due mondi differenti e quasi impossibili da tenere insieme, che a sua volta si raddoppia nelle differenti aspirazioni e nei diversi percorsi di due protagonisti, destinati a loro volta a incontrare altri stranieri di ulteriori Paesi nei quali specchiarsi fino a trovare (e perdere) ancora una volta un altro possibile doppio. Anche il meta-film che Pingu vorrebbe realizzare non è un caso che abbia un co-regista e quindi un altro potenziale doppio magnificamente naïf nella sua passione viscerale e un po’ pasticciona, così come non è un caso che i protagonisti si ritrovino almeno per un attimo a sovrapporsi a quell’amica cinese in procinto di sposarsi con un americano per sognare la sua futura Green Card, non è un caso che ci sia un altro aspirante regista che cercherà invano di affascinare la bella Jiaqi citando film e autori a caso che avrebbero ispirato il suo futuro sedicente capolavoro (Kieslowski, Tarkovskij, Kaurismäki, perfino Suleiman…), e di certo non è un caso che i momenti in cui parallelamente imparare a guardarsi dentro passino proprio da un doppio ritratto a matita su un quaderno e da una pianta di litschi cinese coltivata all’estero come emblema dell’identità e delle radici lontane. In fondo, il cinema stesso è a ben vedere di per sé un doppio, una messinscena che anche nella pura fantasia rappresenta una realtà (altra), al punto che nel momento in cui la settima arte nascerà magnificamente in diretta, quando in una bottega da barbiere cinese a New York l’invenzione e il racconto orale diventano visualizzazione immaginaria di una scena, a interpretarla da qualche parte fra la prova e la parodia saranno proprio i due meta-registi che il controcampo mostrerà in realtà sul fondo della stanza, come interpreti-doppi della propria stessa soggettiva sognante. Una dichiarazione d’amore alla narrazione per immagini e a chi la fa che passa per un DVD di Yi Yi – e uno… e due… dimenticato in auto e per il rendersi conto che «stiamo bevendo soju come in un film di Hong Sangsoo» proprio mentre la macchina da presa omaggia il grande regista coreano con l’unico zoom out, ma più in generale per la natura indipendentissima e in qualche modo familiare di un progetto a bassissimo costo e per molti versi collettivo, ridotto all’osso nella troupe e nell’alternarsi nei vari ruoli davanti e dietro la cinepresa, che guarda da qualche parte fra Cassavetes e Truffaut (ma anche, appunto, i citati Edward Yang e Hong) per cercare e trovare insieme il respiro vitale in ciò che è apparentemente insignificante e quotidiano, negli incontri più o meno casuali, nei dialoghi, negli interessi, nelle contraddizioni, nei balli, nelle aspirazioni, nelle comunità aperte o chiuse di stranieri all’estero, nei più o meno vani giochi di seduzione, nel ritrovarsi nuovamente soli. Un film di testa, raffinato nella messa in scena e come si diceva estremamente stratificato nel suo lavoro sul senso di solitudine e distanza, sull’incontro/scontro fra culture differenti che diventa vera e propria doppia anima multilingue, sulla difficoltà di trovare un proprio posto nel mondo fra desideri e ambizioni non sempre coincidenti. Ma soprattutto un film di cuore, di giuste distanze mai giudicanti, di sincero affetto nei confronti dei protagonisti e delle loro fragilità, di risate e di creatività che nascondono una malinconia inalienabile. Un film in cui il sogno di fare cinema diventa il senso stesso di farlo, passione, riflessione, libertà, intima e commovente necessità di «restituire qualcosa» al mondo. Forse l’unico modo per potersi vedere lucidamente, per esorcizzare definitivamente i dolori, le frustrazioni ed i rimpianti, per lasciarsi alle spalle i traumi, i dubbi e ogni possibile senso di inadeguatezza, e magari per (ri)scoprire la purezza dell’amore ovunque si trovi sul globo terracqueo, a prescindere dalla latitudine e dal fuso orario.
Info
Jet Lag in Summer, la scheda sul sito del Far East.
- Genere: commedia, sentimentale
- Titolo originale: Bā jiǔ diǎn zhōng
- Paese/Anno: Cina | 2025
- Regia: Yan Kunao
- Sceneggiatura: Yan Kunao
- Fotografia: Zhao Tonghuan
- Montaggio: Yan Kunao
- Interpreti: Chen Shuyao, Juen Kang, Maria Muller, Yan Kunao
- Produzione: Jet Lag Picture, Marching Together Films
- Durata: 93'




Far East 2026
Pingyao 2025 – Presentazione