Soudain
di Ryūsuke Hamaguchi
Soudain è il decimo lungometraggio per il cineasta Ryūsuke Hamaguchi, e il primo prodotto al di fuori del Giappone: prendendo spunto dallo scambio di riflessioni intercorso nel 2019 tra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa medica Maho Isono Hamaguchi traccia un elogio all’utopia politica che sappia fare da argine alla crisi del capitalismo. Esondante, non sempre a fuoco, a tratti fin troppo ripetitivo, si tratta comunque di un lavoro non privo di fascino, che mette insieme oriente e occidente, Franco Basaglia e lo tsunami del 2011. In concorso al Festival di Cannes 2026.
Da vicino nessuno è normale
In qualità di direttrice di una casa di riposo, Marie-Lou si impegna a implementare una filosofia assistenziale innovativa basata sull’ascolto e sul rispetto della dignità degli ospiti, nonostante la resistenza di parte del suo staff. L’incontro con Mari, una direttrice giapponese che lotta contro il cancro, le cambierà la vita per sempre. Le due donne stringono una profonda amicizia e intraprendono insieme una battaglia per “rendere possibile l’impossibile”. [sinossi]
“Visto da vicino nessuno è normale” è un celebre adagio di Franco Basaglia, lo psichiatra italiano che fu l’ispiratore della Legge del 1978 che portò alla chiusura dei manicomi su tutto il territorio nazionale; figura centrale della cosiddetta “psichiatria fenomenologica” Basaglia è il punto di partenza e di arrivo per chiunque abbia intenzione di confrontarsi con le malattie mentali smarcandosi dalla facile etichetta sociale della follia o della minorità. “Visto da vicino nessuno è normale” è anche il titolo – in italiano nel film – dello spettacolo teatrale che Marie-Lou Fontaine, direttrice di una casa di riposo dedicata alla cura delle persone affette dalla malattia di Alzheimer nella periferia parigina, va a vedere dopo essere stata invitata dall’autrice in persona (tale Mari Morisaki), incontrata casualmente in un parco cittadino dopo che Marie-Lou ha guardato da vicino durante un temporale un giovane giapponese con grave ritardo cognitivo che altri non è che il nipote di Gorō Kiyomiya, interprete unico della pièce di Mari. Il teatro come estensione, o forse ancor più spiegazione della vita, un elemento già presente all’interno della filmografia di Hamaguchi – si pensi al ruolo che svolge all’interno di Drive My Car la rappresentazione de Lo zio Vanja di Anton Pavlovič Čechov, tanto per portare un esempio –: nonostante sia ostinata nel perseguire la propria visione dell’approccio medicale all’Alzheimer (un programma chiamato Humanitude), al punto da mettere in discussione il proprio ruolo con l’amministrazione e coloro che devono destinare i fondi, Marie-Lou affronta la serata a teatro come un’epifania, riscoprendo nell’incontro con Mari il senso stesso del suo lavoro, della sua pervicacia, della lotta contro un sistema normalizzato, che vede il malato mentale come un alieno, qualcuno che sic et simpliciter non segue le regole. Soudain è il titolo francese del decimo lungometraggio di Hamaguchi – considerato veicolante a livello internazionale, visto e considerato che parte della produzione è transalpina e il film è quasi integralmente girato a Parigi –, e se in inglese si è scelto All of a Sudden l’originale giapponese suona come 急に具合が悪くなる, vale a dire Kyū ni guai ga waruku naru, traducibile con “Sentirsi improvvisamente male”; sia in francese che in inglese si è taciuto del vero elemento cruciale del film di Hamaguchi, vale a dire la malattia, e quel che ne consegue.
Hamaguchi ha tratto ispirazione per Soudain da un volume pubblicato in Giappone nel 2019 e che aveva al centro il carteggio intercorso tra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa medica Maho Isono. La prima, malata di tumore al seno, morì immediatamente dopo aver redatto la prefazione del volume. Tutti sono malati in Soudain, non solo gli ospiti della casa di cura in degenerazione mentale o il giovane Tomoki con il suo “autismo severo”, come lo certifica l’amorevole nonno. È malata Mari, che da cinque anni è alle prese con il cancro, ma anche la stessa Marie-Lou che non sa uscire dalla sua tensione performativa sul lavoro ed è a un passo da quello che viene chiamato burn-out. Ed è malata soprattutto la società, corrosa all’interno dal capitalismo, che non fa altro – come un tumore – che agire naturalmente, e quindi portare al collasso di ogni cosa. Si può studiare antropologia senza passare da Karl Marx?, chiede Mari a Marie (i nomi sono pressoché identici, perché sono una specchio dell’altra) durante la loro prima fluviale chiacchierata nella notte successiva allo spettacolo teatrale, sentendosi rispondere con la stessa domanda per quanto riguarda chi studia filosofia. In entrambi i casi la risposta è in maniera inevitabile “no”. E passa dunque da Marx anche Hamaguchi, perché dopotutto il cinema è sia antropologia che filosofia: lo fa mettendo alla berlina il sistema del Capitale, pretendendo “un’altra velocità” per la società ma prima ancora un altro approccio alla stessa da parte di tutti, dai vertici delle istituzioni all’ultimo degli infermieri. In fin dei conti ciò che rivendica fin dall’inizio Marie-Lou altro non è che il diritto all’utopia, alla cura del singolo, alla “perdita di tempo”. Anche Hamaguchi di tempo ne perde in abbondanza, lasciandosi guidare dai suoi protagonisti in sequenze tutte volutamente lunghe in eccesso, come se non fosse più diritto del regista staccare nel montaggio quando i suoi personaggi stanno cercando di conoscersi, di comprendersi, di ritrovarsi.
La dialettica, come il teatro, è da sempre un elemento fondativo dell’approccio registico di Hamaguchi, e da questo punto di vista Soudain non fa certo eccezione. Tutti hanno necessità nel film di trovare un nuovo linguaggio per esprimersi, che sia il tentativo di tenere viva la memoria attraverso delle giornate di incontri con le famiglie, o anche solo massaggiarsi vicendevolmente i piedi: Gorō recita in giapponese il suo monologo teatrale, pur sapendo il francese, e le due donne passano senza eccessivi traumi da una lingua all’altra perché solo nell’interscambio culturale può esistere la speranza di un futuro – Mari ha studiato filosofia alla Sorbona, Marie-Lou si è laureata in antropologia alla Waseda. Come il linguaggio dei segni in Drive My Car o la capacità di “sentire” e “comprendere” la natura ne Il male non esiste, anche in Soudain è indispensabile porsi in una condizione di anormalità rispetto alla prassi per essere in grado di compenetrarsi con l’altro. Di carne al fuoco Hamaguchi ne pone in abbondanza, con ogni probabilità esagerando, creando uno squilibrio evidente per un lavoro che si sbrindella fin troppo in passaggi ridondanti o in ogni caso poco essenziali per la comprensione del testo filmico – si pensi alla trasferta a Kyoto, per esempio, che non aggiunge davvero molto al senso complessivo dell’opera. Al regista poco interessa in fin dei conti la natura profonda dei suoi personaggi, che sono per lo più funzioni sociali atte a dimostrare un assioma, e di quando in quando questa scelta finisce per allontanare il pubblico dall’empatia, ma Soudain non manca certo di momenti di grande ispirazione. Viene naturale citare in particolar modo il lunghissimo segmento che Hamaguchi dedica alla notte di conoscenza e complicità delle due donne, prima in una passeggiata parigina e quindi nella casa di cura: oltre un’ora che diventa un attimo, e che sa cogliere con una precisione commovente il crinale friabile che divide la vita dalla morte, la disperazione dalla speranza, l’umano dal non umano. Lì, nelle pieghe di quella notte, si può cogliere il valore più alto del cinema di Hamaguchi, anche in quella che è forse la sua opera meno a fuoco.
Info
La scheda di Soudain sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Kyū ni guai ga waruku naru
- Paese/Anno: Belgio, Francia, Germania, Giappone | 2026
- Regia: Ryūsuke Hamaguchi
- Sceneggiatura: Léa Le Dimna, Ryūsuke Hamaguchi
- Fotografia: Alan Guichaoua
- Montaggio: Azuza Yamazaki, Minori Akimoto
- Interpreti: Jean-Charles Clichet, Kodai Kurosaki, Kyozo Nagatsuka, Marie Bunel, Tao Okamoto, Virginie Efira
- Colonna sonora: Samuel Andreef
- Produzione: Arte France Cinéma, Bitters End, Cinefrance Studios, Heimatfilm, Office Shirous, Same Player, Tarantula
- Durata: 197'




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