El ser querido

El ser querido

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A quattro anni da As bestas, Rodrigo Sorogoyen torna magnificamente a Cannes, questa volta in Concorso, con El ser querido, il cui titolo internazionale è The Beloved e che infatti significa “l’essere amato”. Un manuale di grammatica cinematografica, un racconto esistenzialista e abrasivo, una riflessione sul rapporto tra la vita e l’arte e sull’essere registi. Su cosa è il cinema.

Tutto su mio padre

Esteban Martínez, regista di fama internazionale, torna nella natia Spagna a girare un film e intende affidare un importante ruolo femminile a Emilia, giovane donna sulla trentina e attrice di scarsa fama. Ma soprattutto la figlia che Esteban non ha mai riconosciuto e che non vede da tredici anni. [sinossi]

Ci sono film che si rivelano “grandi” dal loro incipit: è questo il caso poiché ci troviamo subito di fronte a un manuale di grammatica cinematografica, un racconto esistenzialista e abrasivo, una riflessione sul rapporto tra la vita e l’arte e sull’essere registi. Su cosa è il cinema. A quattro anni da As bestas, Rodrigo Sorogoyen torna magnificamente a Cannes, questa volta in Concorso, con El ser querido, il cui titolo internazionale è The Beloved e che infatti significa “l’essere amato”. Il cineasta spagnolo tiene letteralmente inchiodato lo spettatore fin dal primo secondo con una scena di venti minuti fatta solo di dialogo e volti. Una prima rapida chiacchierata (tra il protagonista e una cameriera) parte sullo sfondo nero dei titoli; immediatamente dopo, l’immagine si manifesta su un campo medio di Esteban Martínez (un gigantesco Javier Bardem) seduto in un ristorante, “spezzettato” temporalmente da vari tagli interni. Almeno finché non arriva la donna che l’uomo stava aspettando, Emilia (Victoria Luengo, anche lei notevole): da qui parte una conversazione ricca di sfumature e intensità, fatta solo di campi e controcampi, le cui variazioni interne sono date esclusivamente dal punto dell’inquadratura e dall’alternanza di primi piani e primissimi piani. Non sappiamo, inizialmente, che relazione intrattengano i personaggi, ma dicono di non vedersi da tredici anni: sono ex amanti con una forte differenza d’età o, come si può intuire a un certo punto, si tratta di una parentela problematica? In questa lunga scena mirabile – non è l’unica nel film – e piena di suspense c’è una sola cesura nel dibattere dei due: Emilia esce dal locale per fumare una sigaretta. Qui Sorogoyen torna al piano medio su Bardem e ai tagli interni, quindi alla discontinuità (laddove il dialogo è stato temporalmente lineare, senza spezzettamenti), che è segno dell’irrequietezza del personaggio nei confronti di Emilia, figlia avuta nei suoi vent’anni e non riconosciuta, ma anzi abbandonata assieme alla madre che fu l’attrice protagonista dell’esordio di Esteban, un film di culto di cui ricorre proprio il trentennale. In questa strepitosa scena fatta di tre scelte di regia e due volti straordinari, il protagonista sta proponendo a una figlia che non porta il suo cognome e mai davvero frequentata di interpretare il ruolo femminile principale nel suo prossimo lavoro che sarà girato a Fuerteventura. Il senso di colpa paterno è chiaro: Esteban Martínez ha vinto la Palma d’Oro, due premi Oscar, è famoso in tutto il mondo, ha una famiglia negli Stati Uniti, una moglie e due figli loro sì, “regolari”. A Emilia invece non ha mai dato nulla se non dispiacere e frustrazione. Non ha condiviso con lei neanche un millimetro della sua celebrità, della propria posizione e persino del proprio potere: si può perdonare una cosa simile? Emilia fa l’attrice forse per vocazione o forse per spirito di rivalsa edipica malcelata; di sicuro non riesce a emergere quindi per campare in realtà lavora come cameriera in un bar. Riluttante, dopo uno scontro verbale con quel padre odiato e idolatrato, la cui notorietà è un macigno implacabile, la donna accetta la proposta del genitore e la narrazione “inizia” assieme alle riprese di Desierto, il film che gireranno sulla selvaggia isola. Cosa desidera Esteban? Cosa Emilia?

El ser querido è traboccante di elementi simbolici, sia formali che concettuali, ma la cosa non appesantisce neppure un momento il racconto e le scelte non risultano mai artificiose: Sorogoyen, dall’approdo a Fuerteventura in poi, utilizza senza alcun manierismo una grande quantità di possibilità visive, come se volesse mostrare quanto il cinema sia arte dello sguardo, congegno che struttura il proprio senso tramite le decisioni che si prendono su e tramite le immagini. La scelta più evidente e facilmente leggibile è il passaggio dal colore a qualche momento in bianco e nero (che viene usato quando o Emilia o Esteban si sentono vulnerabili), ma il cineasta di Madrid transita anche dalla pellicola al digitale e addirittura a diversi formati della pellicola e a diverse rese del digitale, così come ogni tanto (ma più raramente) cambia formato e passa a 4:3. Ogni dettaglio grammaticale e sintattico ha un valore rispetto ai sentimenti e alle relazioni tra i personaggi in quel preciso momento, in quella specifica intensità emotiva e così, partendo dal grado zero dell’alfabeto (il viso, quello bergmaniano: non è un caso che venga citata Liv Ullmann), Sorogoyen amplia il range del visibile costruendo un viaggio nell’immagine in movimento e un racconto doloroso, appassionante, che affonda il coltello là dove fa male e che, d’altro canto, è capace di dolcezze struggenti. La bellezza eclatante di El ser querido a livello estetico, ma nel senso del valore autoriflessivo dell’opera, va di pari passo ed è perfettamente intrecciata alla storia di Esteban ed Emilia, alla loro relazione ritrovata per qualche settimana sul set di Desierto. Raccontando in particolare una personalità, che è quella del protagonista maschile, regista, Sorogoyen parla ovviamente anche del rapporto tra artista e vita, tra autenticità e finzione. Un tema antico e di certo non originale, si potrà dire, ma affrontato senza girare attorno alla spietatezza, alla manipolazione e alle ferite inflitte agli altri per. In questo senso, El ser querido riesce a fare quel passo che non arrivava a compiere Joachim Trier in Sentimenal Value, Gran premio della giuria a Cannes 2025: essere crudele, essere “bergmaniano”… ed è ben bizzarro che ci sia riuscito uno spagnolo e non un connazionale dell’autore di Persona. Ma in Sorogoyen c’è una violenza sorda e non conciliata che ormai si avvista poco nel cinema: forse, come suggerisce in qualche modo l’assistente personale di Esteban (Marina Foïs), i tempi oggi sono cambiati e le sensibilità non sono più le stesse di quando loro hanno iniziato a lavorare… Di sicuro in El ser querido l’esasperazione, la radicalità e l’incapacità di vivere “normalmente” fanno parte di una macchina visionaria che tutto schiaccia. Sorogoyen non giudica – e se lo fa non è in maniera accondiscendente – questo padre/non padre che riaccosta la figlia non solo per senso di colpa ma perché la loro relazione serve al film che sta girando. Eppure ce lo mostra senza reticenze, senza educazione e lasciando a noi il giudizio: ognuno potrà capire, a quel punto, la distanza di sicurezza di cui ha bisogno e che non sarà però la stessa per tutti.

La scena madre del film, quella della ripresa di un pranzo sul set di Desierto, è di una grandezza che rivaleggia con l’incipit: è lì che la relazione tra Esteban ed Emilia trova il suo equilibrio feroce e immortale (perché per sempre vivente o, anzi, morto/vivente come è il cinema, mai nato e sempre abortito), in un momento di umiliazione funzionale a una scena che però è anche un momento di confessione di un genitore che riesce a “essere” primariamente nell’intensità del set. Quell’intensità non resta solo nelle immagini riprese, ma nel vissuto di chi ha donato la propria carne a quelle immagini. Ovviamente c’è chi rifiuta tale sacrificio, tale abuso: la direttrice della fotografia dopo la scena abbandona il set, volendosi dissociare dai modi dittatoriali e violenti di Esteban. Mentre Emilia aveva in realtà bisogno di conoscere davvero chi è quel genitore che l’ha lasciata sola da bambina. Ed Esteban, d’altro canto, ha esordito con un film indie e devastato, le cui immagini sporche e granulose, con attori che chiaramente si stanno massacrando umanamente per girare, fanno pensare agli anni Novanta di outsider come Abel Ferrara: anche Esteban, infatti, viene accusato dai fan di non essere più un ribelle della settima arte come una volta, di essersi normalizzato. È cambiato il cinema o è cambiato Esteban? Perché poi il cineasta decide di affrontare una storia di colonizzazione, ovvero quella del popolo sahrawi, che è al centro di Desierto? È qualcosa che ha a che fare con la figlia non “dichiarata” e perciò psichicamente assoggettata più di ogni altra? Un film è sempre una questione privata?
Desierto, titolo quanto mai appropriato per un film girato da un autore intimamente solo, prende vita per un attimo sotto ai nostri occhi, in una seduta di montaggio sul finale, suggerendoci la stratificazione dietro a una semplice passeggiata sulle dune e quanto sia necessaria quell’illusione artificiale fatta di suono e visioni per esprimere quel che percepiamo in profondità. Un film è una cosa falsa, mai esistita per come viene vista dall’occhio dello spettatore, è il regno dell’inautentico e, al tempo stesso, è la ricostruzione dei fenomeni più puntuale che l’uomo abbia finora inventato. Questo paradosso fa sì che tutti i film siano illegittimi della realtà fenomemnica e che ogni vuoto di senso, ogni aporia interiore, chieda però alle immagini in movimento di soccorrere l’inadeguatezza dell’umano. Appassionato, ardente, pieno di contraddizioni, incredibilmente intelligente, El ser querido è un lavoro eccezionale, che andrebbe analizzato in ogni scelta di messa in scena. Un film magistrale.

Info
El ser querido sul sito del Festival di Cannes.

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