Full Phil

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Il cinema di Quentin Dupieux continua a muoversi nel campo dell’assurdo, utilizzando i codici del grottesco per fare a brandelli le relazioni umane. Stavolta tocca al rapporto-padre figlia, che tra un rimando a Il mostro della laguna nera e un altro ai Monty Phyton non sa però uscire dal mero divertissement. Con Woody Harrelson e Kristen Stewart, tra le Séances de minuit del Festival di Cannes 2026.

Mangia che ti passa

A Parigi. Philip Doom, un ricco industriale americano, cerca di riallacciare i rapporti con la figlia Madeleine. Sfortunatamente, la cucina francese, un film horror degli anni ’50 e un’invadente impiegata dell’hotel sconvolgono il suo soggiorno. [sinossi]

La presenza del cinema di Quentin Dupieux nei principali festival internazionali è oramai diventata un’abitudine, al punto che in qualche modo il mondo degli accreditati e degli addetti ai lavori non vede l’ora di entrare in sala per staccare con la testa dalla quotidianità grazie ai brevi e survoltati lavori del regista parigino. Anche la stramba creatura acquatica protagonista del b-movie anni Cinquanta che Madeleine sta guardando sul proprio pc mentre si ingozza di cibo nella stanza d’hotel che condivide con il padre ama staccare la testa alle proprie vittime. Un gesto senza apparente motivo, un po’ come la stessa filmografia di Dupieux che si rinverdisce anno dopo anno di soggetti folli, scherzi surreali con i quali intrattiene, a mo’ di entr’acte, il suo pubblico. Se nessuno si è stupito di trovare tra le Séances de minuit del Festival di Cannes 2026 anche il nuovo parto creativo dell’infaticabile “Mr. Oizo”, come recitava il suo nome d’arte quando si esibiva in qualità di dj, Full Phil ha lasciato nella retina la sensazione che con più facilità è possibile attribuire ai quattordici lungometraggi precedenti (ed è a Cannes anche il sedicesimo, l’animazione Vertige ospitata alla Quinzaine des cinéastes): un piacevole passatempo. Nulla di così deplorevole, sia chiaro, la leggiadria al limitar del nonsense che da sempre accompagna i lavori del regista arriva sempre come una brezza leggera, magari in grado di rinfrescare l’aria ma mai in maniera davvero persistente. Anche lo schema narrativo di Full Phil testimonia la voglia di Dupieux di continuare a muoversi imperterrito sempre nella medesima direzione, vale a dire utilizzare il grimaldello del surreale per mettere in scena le relazioni umane, la loro doppiezza e i paradossi cui esse danno vita. Qui i protagonisti sono due statunitensi in vacanza a Parigi, scelta come location per provare a rimettere insieme i cocci di un rapporto padre-figlia tutt’altro che pacificato: il babbo, un ricco industriale che ha cresciuto sua figlia da solo fin da quando aveva sei anni, essendo rimasto vedovo, ha per l’occasione prenotato una gigantesca suite in un albergo di ultra-lusso; la figlia, che quasi non parla al genitore, ha deciso di mangiare tutto il cibo presente nel menù ordinabile in camera, dagli antipasti al dessert. La situazione, già tesa di suo e peggiorata dal fatto che per defecare Madeleine – la ragazza – ha occupato il bagno di suo padre Phil invece di utilizzare il suo, si complica all’inverosimile nel momento in cui un’addetta dell’albergo dotata di un fiuto incredibile per gli abusi generati dal patriarcato, decide di installarsi a sua volta in camera per verificare che tutto si svolga in modo “appropriato”.

Dupieux si diverte a scardinare i luoghi comuni del contemporaneo, prendendo allegramente in giro la mania contemporanea del controllo, gli standard degli alberghi di lusso, persino gli all you can eat e le proteste di piazza. Lo fa con l’animo del guascone, quasi che a dominare il tutto fosse uno sguardo infantile, che chiede solo di potersi divertire fino alle estreme conseguenze. A questo lato della questione vi affianca però anche una riflessione pur di superficie sul cinema e i suoi ingranaggi: ecco dunque che sullo schermo del piccolo lettore video che ha con sé Madeleine mentre si abbuffa a dismisura compaiono le immagini di un ipotetico b-movie degli anni Cinquanta che tanto somiglia a Il mostro della laguna nera, e che vede due scienziati che durante una battuta di caccia uccidono (per poi farla resuscitare con l’elettricità, novelli Frankenstein) una creatura acquatica che ha appena decapitato una ragazza urlante ingoiando di netto la testa. Ma c’è anche un evidente riferimento al signor Creosoto che in Il senso della vita dei Monty Phyton mangiava così tanto al ristorante da esplodere al momento di ingoiare una mentina. Anche la pancia di Phil cresce a dismisura, nonostante a mangiare e bere sia solo ed esclusivamente sua figlia, velato riferimento agli obblighi paterni che si può leggere in filigrana anche nel titolo stesso del film, quel Full Phil che esemplifica lo stato fisico del protagonista ma si lega all’inglese fulfill. Le solite digressioni ludiche di Dupieux, a ben vedere, tra i cineasti europei odierni l’unico che dà l’impressione che le immagini scaturiscano da ciò che accade sul set e non siano quasi programmate in precedenza. Un cinema dell’istante che si poggia sempre molto sulle qualità attoriali dei suoi protagonisti: qui Woody Harrelson e Kristen Stewart reggono alla perfezione lo scherzo, così come l’impicciona e invadente Charlotte Le Bon il cui fiuto per le persone forse non si dimostrerà poi così preciso. Come spesso capita con questo peculiare cineasta si ha sempre l’impressione che se solo qualche volta decidesse di “fare sul serio” (si veda la bella intuizione finale, con tanto di madeleine per Madeleine) potrebbe elevarsi al di sopra della dimensione del puro divertissement, e tentare carte più ambiziose. Ma per chi si sa accontentare c’è di che divertirsi.

Info
Full Phil sul sito del Festival di Cannes.

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