L’attualità di Private. Intervista a Saverio Costanzo
Alla 44esima edizione del Bellaria Film Festival abbiamo intervistato Saverio Costanzo, che ha portato al festival quello che fu il suo primo film di finzione, Private, per la retrospettiva Anni Zero, dedicata agli esordi italiani dei primi Duemila. Diretto nel 2004, Private affrontava in maniera personale e claustrofobica la questione palestinese, e dunque parlarne con Costanzo è stata anche l’occasione per riflettere sull’attualità del film alla luce di quanto sta accadendo dal 7 ottobre in poi. E anche per ribadire che tutto è cominciato ben prima del 7 ottobre.
Rivedendo il film qui a Bellaria, ho avuto l’impressione che Private sia tornato potentemente d’attualità.
Saverio Costanzo: Lo era, secondo me, fino al 7 ottobre del 2023. Prima di allora continuavo a pensare che fosse attuale. Il Medio Oriente non era più nell’agenda dei giornali, e mi sembrava che non fosse cambiato niente dai tempi di Private: continuavano i soprusi, continuava l’occupazione dei territori, continuavano le convivenze impossibili. E il mio film aveva questa caratteristica, credo fino ad allora abbastanza unica: un gruppo di attori israeliani che, insieme a un gruppo di attori palestinesi, metteva in scena l’occupazione dei territori. Una questione che era, ed è, in Israele un tabù. Il fatto perciò che questi attori israeliani nei panni di soldati, giovanissimi, recitassero in questo film li metteva a rischio, in un paese dove è facilissimo essere estromessi dall’industria se fai scelte del genere. E poi, più di recente, facevo una videocall con Mohammad Bakri, l’attore palestinese che era il padre protagonista di Private [a Cannes proprio oggi è previsto un omaggio all’attore e regista palestinese, n.d.r.]. Da dopo Private ci siamo sempre mantenuti in contatto, poi purtroppo è morto di recente per un attacco cardiaco, a dicembre del 2025. E lui era un grande attore e regista, anche teatrale che, dopo aver fatto Jenin Jenin (2002), si ritrovò a subire diverse cause, il film venne sequestrato dalle autorità israeliane, poi subì dei processi, ecc. Quindi, durante questa videocall, che poi sarebbe stata l’ultima, mi ha detto: «Io oggi un film con loro non lo farei più». Questo per dire che, dopo il 7 ottobre, c’è stata una escalation di odio che non ha precedenti. E sono sicuro che anche gli attori israeliani che avevano partecipato a Private oggi mi direbbero la stessa cosa. E da questo, ahimé, non si torna indietro. Io comunque da due anni a questa parte mi sono preso l’impegno di portare il film ovunque mi chiamino, perché Private è la testimonianza di una possibilità che oggi non c’è più. Allora c’era questa possibilità: un gruppo di attori palestinesi e israeliani che lavorano insieme, oggi non più. C’è stato un momento in cui questo sembrava che fosse possibile. E mi ricordo che, mentre lavoravo a Private, mi capitò di sentire una cosa che disse Lars von Trier, che mi colpì molto: «Ci vuole tantissimo bene per fare pochissimo bene, ci vuole pochissimo male per fare tantissimo male». E questo è quello che sta succedendo. Il personaggio la cui storia ha ispirato Private, Khalil Bashir, morto anche lui, tanti anni fa ormai, mi diceva: «Se gli israeliani, invece di armarsi, cominciassero a lavorare sull’educazione, investendo nelle scuole, all’insegna della solidarietà e non dell’odio, in venticinque anni le cose cambierebbero».
E invece è andata esattamente al contrario, che hanno investito nell’odio.
Saverio Costanzo: Esatto. E noi ci troviamo in questa situazione, anche perché un signore, che è Benjamin Netanyahu, non vuole andare in prigione. Come se Salvini, per non essere inquisito, ammazzasse 100mila persone. Perciò Private è questo oggi: la testimonianza di un mondo che poteva ancora essere diverso. E oggi sono molto più pessimista di allora.
Prima di Private avevi diretto due documentari, Caffè Mille Luci, Brooklyn, New York (1999) e Sala rossa (2002). Cosa ti ha spinto a passare al cinema di finzione?
Saverio Costanzo: È stato Khalil Bashir. Io ero in Palestina in vacanza, ero a Gerusalemme con una mia amica…
Anche questo è cambiato. Oggi non ci andresti in vacanza…
Saverio Costanzo: Esatto. La mia amica mi porta a Gaza e io scopro la storia di Khalil Bashir, che era un insegnante, e si era ritrovato ad avere accanto a casa una postazione dell’IDF [l’esercito israeliano, n.d.r], con la sua casa occupata e divisa in zone: Area A, il soggiorno, sotto il controllo di Bashir; Area B, il bagno e la cucina, dove la sua famiglia poteva andare solo con il permesso dell’esercito; Area C, i piani superiori, sotto il controllo assoluto degli israeliani, che usavano il tetto come torre di controllo. I documentari che avevo fatto li avevo fatti da solo, e cercavo sempre dei luoghi chiusi, perché potevo controllare meglio quel che potevo girare. Perciò ero stato un anno in un bar italo-americano per il mio film del ’99, ed ero stato per tanto tempo anche nel reparto di terapia intensiva dell’Umberto I per il mio film successivo.
Quindi quando hai scoperto quella situazione a Gaza, inizialmente hai pensato di poter usare lo stesso metodo documentaristico?
Saverio Costanzo: Sì, ho detto a Khalil Bashir: «Fammi restare qua con voi, io non torno a Roma». Ma lui invece mi ha detto di no, perché – mi diceva – qui è troppo pericoloso, non lo riesci a fare un film qui. E ha aggiunto: «Fai un film di finzione». Fino a quel momento io non avevo mai verbalizzato, neanche con i miei amici, che avrei voluto fare del cinema di finzione. Mi sentivo insicuro rispetto a questo, ed era perciò un sogno che coltivavo in maniera molto personale. Però, dopo aver parlato con Bashir, guidando con la macchina sul lungomare di Gaza, che era bellissimo, ho pensato: «Ma, invece, forse lo posso fare». La questione da risolvere era però che il film doveva essere interpretato da israeliani e palestinesi, altrimenti non avrebbe avuto senso farlo. Pensavo che, solo se fossi riuscito a mettere in scena due realtà conflittuali, il film avrebbe avuto senso, altrimenti no. E allora mi sono messo a girare con la macchina per tutte le città, da Haifa a Tel Aviv, e ad attaccare volantini nelle scuole di cinema e di teatro per convocare attori ai provini. E il giorno prefissato trovo una fila di 300 persone che volevano fare il provino. Loro avevano bisogno di raccontare, di testimoniare.
Quindi devi ringraziare Khalil Bashir che ti ha permesso di sbloccarti e di incamminarti lungo il cinema di finzione?
Saverio Costanzo: Sì, anche se io non ho cambiato approccio rispetto a quando facevo documentari, anche nei miei successivi film di finzione. E non è mai una questione di budget, è una questione di approccio al cinema. Io penso che fare un film sia sempre un’indagine, sia sempre un’investigazione dell’umano. E comunque alla fine si è decisi dagli eventi, non siamo noi che li decidiamo, o almeno solo parzialmente. Pensiamo a uno dei più grandi, a Scorsese. È stato De Niro che gli ha portato Toro scatenato, lui non voleva farlo, diceva: «Ma che devo fare? Una cosa tipo Rocky?». Oppure che è stato DiCaprio a portargli l’idea di The Wolf of Wall Street.
Già, uno guarda la filmografia di un regista e, a posteriori, ci trova – o pensa di trovarci – una logica, un filo diretto, senza scossoni. E invece molto spesso non riesci a fare il film che volevi fare, e finisci per fare il film che non volevi fare. Ma invece la location di Private qual era?
Saverio Costanzo: Girammo in Calabria, a Riace. Non potevo girare a Gaza, e dovevo trovare un posto simile, perciò girai tutta la Sicilia, tutta la Puglia, per cercare un posto simile, e l’ho trovato solo in Calabria. Non dimentichiamoci che Gaza è quasi come Capocotta, è il nostro mare, è il Mediterraneo, non c’è nessuna differenza. Quella è la nostra nazione, il nostro territorio. Non è l’Italia, è il Mediterraneo. Perciò portarli in Calabria aveva un senso coerente. D’altronde i calabresi costruivano “male”, al risparmio, come i palestinesi: costruendo parti di case, lasciando i mattoni a vista. Non è un caso che questo non succede in Illinois o in Svezia. Quindi lì, tra Riace e Roccella Jonica c’erano dei calanchi che somigliavano alle colline della West Bank, della Cisgiordania. E poi ho trovato questa casa, che l’abbiamo lasciata così com’era. Non avevo neanche uno scenografo. E gli stessi attori palestinesi quando sono arrivati erano sbalorditi: gli sembrava casa loro. E quel posto mi ha salvato, anche perché non potevamo uscire, visto che l’unica credibilità di location era quella casa isolata dal resto. Se avessi potuto davvero girare a Gaza, non avrei resistito alla tentazione di seguire il padre di famiglia che andava al mercato, che incontrava altre persone. E questo perché il cinema è empirico, il cinema è pratica, non è nient’altro che risolvere problemi pratici. In qualche modo non ho deciso di fare io questa cosa in questo modo: l’ha decisa l’evento stesso, la situazione che si era creata. Dentro la casa, senza vie di fuga, io come loro ero costretto. E in questo modo si è costruita la conflittualità. Ti faccio un esempio: il soldato annuncia al padre di famiglia la divisione in tre zone della casa, dove loro, i proprietari, quelli che la abitano, non potranno più salire. Allora il padre di famiglia, Mohammad Bakri per l’appunto, chiede al soldato di poter salire un’ultima volta per poter prendere i loro vestiti. Macchina fissa, pausa, il soldato infine dice: «Be my guest». E, secondo la sceneggiatura, il soldato avrebbe dovuto solamente dire: «Vai!» Io allora do lo stop e chiedo all’attore, che era Lior Miller: «Sei sicuro che vuoi dire questa cosa? Guarda che è una cosa pesante da dire!». Io dovevo essere onesto con lui e con gli altri, mi dovevo comportare un po’ da arbitro, perciò ho dovuto chiederlo. Così, mentre Bakri era felicissimo di questa frase, Lior Miller mi conferma di volerla dire, perché in quel momento, provando un’antipatia viscerale per il padre di famiglia, gli era venuta spontanea. E allora l’abbiamo tenuta, e a me mai sarebbe potuta venire in mente una frase così provocatoria. Solo loro – e solo in una situazione come quella – potevano avere una reazione del genere. Ma lo stesso accadeva nelle irruzioni notturne: i ragazzi che facevano i soldati entravano con cautela, e i palestinesi si lamentavano di questo, dicevano: «Ma voi non fate veramente così». E loro si giustificavano dicendo: «Ma noi non siamo carnefici!». E anche da questo, che veniva dall’esperienza di entrambi, si arrivava all’autenticità. Io riprendevo queste situazioni con dei piani-sequenza, in cui loro non sapevano esattamente dove fosse la mia camera. E quindi, non avendo vie di fuga, lo spazio del set diventava una sorta di ring, dove per forza di cose tiravano fuori tutto quello che avevano dentro.
Tra l’altro la dimensione dello spazio chiuso è poi rimasta una caratteristica del tuo cinema, penso anche al tuo film successivo In memoria di me. E qui in Private, questa claustrofobia è moltiplicata da una delle figlie del personaggio interpretato da Bakri che sale le scale di nascosto e si nasconde dentro a un armadio per osservare gli israeliani. Questo direi che è l’elemento di scrittura più forte e che rimanda quasi a una dinamica horror.
Saverio Costanzo: Sì, pensa che nella prima stesura della sceneggiatura noi avevamo anche i soldati. Vale a dire che si passava da sopra a sotto in montaggio alternato. E ad un certo punto ho pensato: «Ma che roba è? Una fiction televisiva? Io devo stare per tutto il tempo dalla parte della famiglia palestinese». Ricordo che questa riflessione è stata un momento cruciale per me per la comprensione del cinema, perché ho distrutto tutto quello che avevo scritto e ho capito che l’eccesso di moderazione è il male del cinema. In tre giorni ho riscritto, evocando – attraverso questo spiraglio – quel che succede a un popolo sotto occupazione. E mi aiutò molto, per arrivare a questa riflessione, Il pianista di Polanski. Così, ho lavorato anche sul fuori campo, perché tu hai la soggettiva del personaggio della figlia che sale su e si nasconde nell’armadio, e dunque hai una visuale ristretta, non sai cosa succede alla sua sinistra o alla sua destra. Vedi solo quel che passa davanti a lei. Da qui nasce il senso del pericolo, dal fatto che non hai una coscienza piena di quel che accade quando hai un nemico che ti vuole uccidere. E, a mio avviso, il cinema di guerra ti deve mettere in questa condizione. Quindi l’armadio era proprio un tentativo di chiarire a me stesso quale fosse il mio punto di vista. E lì ho imparato tantissimo, grazie a questa intuizione molto semplice, che poi le cose più semplici sono quelle più difficili da raggiungere. D’altronde il cinema, come sappiamo, è un’arte manipolatoria. È come la chiesa. Ti ritrovi in uno spazio, al buio, con altre persone che non conosci e con uno che parla dallo schermo o dal pulpito. Quindi al cinema è semplicissimo mentire. Per questo, secondo me, un regista deve coltivare il proprio punto di vista, senza cercare di ingannarti con la musica, le immagini, il montaggio.
Per tornare alla situazione politica, oggi siamo di fronte al genocidio del popolo palestinese e a un silenzio colpevole della maggior parte delle istituzioni occidentali. Ma allo stesso tempo è nato un movimento in difesa della Palestina, soprattutto tra settembre e ottobre dello scorso anno, che è riuscito a scuotere un po’ le coscienze. Tu come racconteresti quello che sta succedendo in questo periodo? Se dovessi fare un film su questo, come lo faresti?
Saverio Costanzo: Guarda, la risposta che posso darti io è sempre cinematografica. Ho rivisto da poco Lawrence d’Arabia, e penso che sia un film che ti spiega tutto della situazione in cui siamo e del perché ci siamo, il colonialismo e la presunzione di un Occidente che pretende di fare ciò che vuole con gli altri popoli. E, se guardi quel film, ti accorgi che lo spaesamento di Lawrence è esattamente il nostro di oggi. Per me, tra l’altro, è uno dei primi film inconsapevolmente queer della storia del cinema. In tre ore e quaranta di film non ci sono donne, neanche come comparse, questo perché la donna è lui. Perciò, mentre si domanda di che genere è, si fa la storia davanti ai suoi occhi. E così siamo noi. Ci troviamo totalmente spaesati di fronte a una strategia imperialista, colonialista, che prima è stata quella degli inglesi e oggi è quella degli israeliani, con di fronte il mondo arabo frantumato in clan, in 1500 gruppi religiosi, con la religione che continua a essere una dannazione. Perciò non so risponderti alla domanda se oggi farei un film su questo. Penso comunque che il movimento pro-palestinese porti con sé una mobilitazione sacrosanta, ma bisogna conoscere bene la storia e sottolineare che sono stati gli inglesi per primi che hanno colonizzato la Palestina e che quindi siamo stati noi occidentali con la nostra mentalità colonialista a cambiare la storia. Perciò, mentre noi oggi ci chiediamo di che genere siamo, ci sono i settlers che si appropriano metro per metro del territorio palestinese. Ecco, Lawrence d’Arabia riassume la condizione in cui io mi sento oggi. E questo ci permette di capire anche che la mobilitazione non deve essere una moda, l’impegno non è una cosa che oggi c’è e domani non più. È una cosa che ognuno di noi deve costruire dentro di sé. E l’impegno non deve significare odiare le persone, quanto costruire una coscienza interiore rivolta al bene comune. Odiare è la trappola più grossa in cui possiamo cadere. E proprio perché, di fronte a quello che sta succedendo è così difficile non odiare, a maggior ragione è importante non farlo. Io sono schifato come tutti quanti, ma non voglio cedere all’odio, non voglio permettere che questo accada, altrimenti ricomincia tutto da capo. Private finisce con la bellissima canzone di Roger Waters, che è Perfect Sense dal disco Amused to Death del 1992, che ad un certo punto dice: And the Germans killed the Jews / And the Jews killed the Arabs / And the Arabs killed the hostages / And that is the news. Quindi è un circolo di odio, che se tu non interrompi, ricomincia.
D’altronde, è come l’Orestea di Eschilo.
Saverio Costanzo: È esattamente la stessa cosa per quello dico, conoscere. Mobilitarsi va benissimo ma non bisogna mobilitarsi pieni di odio.
Questa è la prima volta che vieni a Bellaria da quando, dal 2022, c’è la direzione di Daniela Persico. Cosa ne pensi di questo festival?
Saverio Costanzo: Sono rimasto molto colpito. Ho fatto tanti festival e devo dire che qui la cosa che mi ha colpito è la voglia di divertirsi che c’è. Qui a Bellaria la gente si diverte. La vitalità è questa, e invece il mondo del cinema, anche di altri festival, tende a imborghesirsi molto facilmente. E essere vitali vuol dire anche divertirsi. Essere consapevoli che è giusto farlo, anche. Che non è un male. Divertirsi è anche un gesto politico, perché non esiste nessuno che si impegna e non si diverte. I festival in generale sembrano diventati delle roccaforti, e invece ci deve essere sia la ricerca che il divertimento. Noi siamo fortunati di poterlo fare, e prendere coscienza di questo significa anche imparare chi sei. Torno a Lawrence d’Arabia: a metà film c’è l’intermission con la musica di Maurice Jarre, su sfondo nero. E tra il prima e il dopo, quando Peter O’Toole torna in scena c’è stato un cambiamento nella sua personalità: ha trovato dentro di sé tutto quello che gli era successo, ha capito, ha pensato e rielaborato fuori scena. Che audacia! Questo è un film radicale, pur essendo un film pienamente industriale. Rivedetelo, perché non pretende di dare delle risposte, ma di fare delle domande.

Finalmente l’alba
L’amica geniale
Hungry Hearts
La solitudine dei numeri primi
In memoria di me