Le Journal d’une femme de chambre
di Radu Jude
Radu Jude prende l’abbrivio da Le Journal d’une femme de chambre di Octave Mirbeau ma ne rivede completamente la struttura: nell’Europa contemporanea non c’è infatti più bisogno di svelare i morbosi segreti del talamo borghese ma di palesare una volta di più la sconcezza immorale della classe dominante. Corrosivo e crudelmente spassoso come d’abitudine, anche dovendosi confrontare con una produzione francese. Alla Quinzaine des cinéastes 2026.
Gianina, Maria e le vacanze di Natale
Gianina, una giovane donna rumena, lavora come domestica presso una ricca famiglia a Bordeaux. La sera, prova con una compagnia teatrale amatoriale il ruolo di una cameriera in un adattamento di Le Journal d‘une femme de chambre di Octave Mirbeau. Nel frattempo, si prende cura di Louen, il figlio dei suoi datori di lavoro, mentre sua figlia cresce in Romania, molto lontana da casa. [sinossi]
Non esiste, nell’Europa contemporanea, un regista paragonabile a Radu Jude. Non si tratta di una mera affermazione di “superiorità” artistica – per quanto senza dubbio il cineasta rumeno appartenga alla ristretta élite meritocratica della sua categoria – ma del modo in cui lo sguardo che edifica il costrutto visivo-narrativo delle opere di Jude riesca a tenere insieme, con esiti che sfiorano il miracoloso, un persistente sarcasmo che non lesina gradazione di grottesco, una fortissima impronta teorica e una riflessione politica mai banale, in grado di scandagliare in profondità le distonie di un’epoca attanagliata dal Capitalismo più feroce, che evidenzia le differenze di classe ed è mossa solo dalla barbarica fame del puro profitto. Se già in Kontinental ’25, pur con un’ambientazione ancora prettamente rumena (Cluj, tra gli epicentri del conflitto tutto interno alla nazione tra rumeni che si autodefiniscono “puri” e la minoranza ungherese), Jude guardava alla cultura esterna giocando sottilmente ma senza reticenze di sorta con l’eredità del rosselliniano Europa ’51, e nell’immediatamente successivo Dracula si riappropriava di un mito vampirizzato dal mondo anglosassone, ecco che con Le journal d’une femme de chambre – presentato alla Quinzaine des cinéastes, la sezione che aveva ospitato per ultimo a Cannes il regista, nel 2022 con il cortometraggio The Potemkinists – arriva a confrontarsi in modo diretto con un’opera “straniera”, segnalando fin dal titolo come la sua idea sia quella di lavorare attorno al celeberrimo testo di Octave Mirbeau pubblicato nel 1900. Come potrà facilmente intuire chiunque abbia una pur minima dimestichezza con il cinema di Jude non si sta parlando di una trasposizione del romanzo: il calligrafismo ben poco interessa al regista rumeno, ben ancorato al presente, alle sue distonie, alle contraddizioni di un mondo occidentale che si pretende purificato e purificatore, ma che si è limitato a nascondere sotto il tappeto del Capitale tutta la polvere accumulata nel corso dei secoli.
Ecco dunque che l’ambientazione del film è contemporanea: a Bordeaux si è trasferita a vivere pev esigenze economiche la giovane rumena Gianina, che ha lasciato dietro di sé, nel suo villaggio di campagna e sotto la tutela di sua madre, la figlioletta Maria, con la quale parla solo attraverso il telefono. In Francia Gianina svolge la pensione di tuttofare per una coppia borghese di forte credo progressista: fa la spesa, cucina, rassetta, lava e spolvera, si occupa di giocare con il figlio della coppia – pressoché coetaneo della sua Maria –, e quando si profila la necessità di prestare soccorso alla madre dell’uomo di casa (un sempre splendido Vincent Macaigne) afferma anche di potersela cavare senza problemi come badante. Nonostante di fatto sia impegnata in modo continuato tutto il giorno, Gianina si sente compresa dai suoi padroni anche perché marcano una netta differenza rispetto a una pessima esperienza vissuta a Parigi, con i datori di lavoro che le requisirono passaporto e carta d’identità per impedirle di tornare a casa per le ferie; per di più su sprone della padrona – Mélanie Thierry, a Cannes anche in La Vie d’une femme di Charline Bourgeois-Tacquet – si è anche lanciata sul palcoscenico, prendendo parte a uno spettacolo teatrale amatoriale allestito dagli studenti della facoltà di lettere per coinvolgere immigrati nella rappresentazione. Il testo scelto? Ovviamente Le Journal d’une femme de chambre. Se c’è un punto su cui Mirbeau e Jude vanno sicuramente d’accordo riguarda la messa alla berlina della società borghese, anche se il punto viene affrontato da prospettive assai diverse. Le pruderie da nascondere nei recessi del talamo che scoperchiava il romanzo non hanno più ragion d’essere oggidì, e sono semmai materiale utile solo per una sguaiata e crudele rappresentazione teatrale, niente di più. La borghesia si è “evoluta”, facendosi ancor più violenta, subdola, a suo modo crudele.
In tal senso il nucleo fondativo della vicenda, che come il testo originale si articola attraverso un buon numero di date che vanno da settembre alla fine dell’anno, non è più la “cameriera”, ma chi le ha offerto un lavoro “innalzandola a un ruolo difficile da mantenere”, come avrebbe cantato Lucio Dalla. Dietro gli sguardi affettuosi e le gentilezze della famiglia Donnadieu – la nonna di casa ha perfino partecipato attivamente ai sommovimenti del Sessantotto –, si nasconde l’idea preconcetta di scarto di classe. Gianina è senza dubbio “una di casa”, ma è la serva e deve comportarsi conseguentemente al suo status; può partecipare a uno spettacolo teatrale, ma solo ed esclusivamente perché gliel’ha proposto la sua padrona ed è un’occasione per lavorare con altri immigrati. Tutti ignorano davvero chi sia Gianina, al punto che quando il suo “collega” di palco svanisce nel nulla perché rispedito da dove è venuto – e nessuno sa di quale nazione si parli – è lei a dover spiegare che quello non può accaderle, in quanto la Romania fa parte dell’Unione Europea. Jude è sferzante come non mai, e passo dopo passo torna al punto che già agitava le acque del monumentale Do Not Expect Too Much from the End of the World: tutto passa solo e soltanto attraverso una valutazione economico-finanziaria. Maria ha ingerito veleno perché le manca la mamma? È necessario capire quanto costa il biglietto aereo. La nonna si è rotta un braccio e Gianina deve rimandare la sua partenza perché i padroni non possono per nessun motivo rinunciare alla vacanza in montagna? Si deve trovare un aggiustamento economico. Questo panorama agghiacciante viene raccontato da Jude con il suo solito stile, naturalista e surreale a un tempo, grottesco fino alle estreme conseguenze, violento e ghignante, di un nitore quasi adamantino. Anche per questo il finale “ottimista” (tutto si può arrangiare, a ben vedere) rimbomba ancora più asfissiante, doloroso, tragico. Non esiste nessun cineasta in Europa al giorno d’oggi in grado di mescolare con così sublime sapienza Karl Marx e i fratelli Marx. Alla faccia del Sessantotto.
Info
Le Journal d’une femme de chambre sul sito della Quinzaine des cinéastes.
- Genere: commedia, drammatico
- Titolo originale: Le Journal d'une femme de chambre
- Paese/Anno: Francia, Romania | 2026
- Regia: Radu Jude
- Sceneggiatura: Radu Jude
- Fotografia: Marius Panduru
- Montaggio: Cătălin Cristuțiu
- Interpreti: Amélie Prévot, Ana Dumitrașcu, Arnaud Baudoin, Ilinca Manolache, Liliana Ghita, Louen Bouteiller, Louve Proust, Marie Rivière, Mélanie Thierry, Sofia Dragoman, Vincent Macaigne
- Produzione: Avanpost, SBS Productions
- Durata: 94'





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