Victorian Psycho
di Zachary Wigon
A quattro anni da Sanctuary lo statunitense Zachary Wigon torna alla regia con Victorian Psycho, articolando una commedia grandguignolesca tra detriti di horror gotico. Ne viene fuori un pastiche non privo di qualità, grazie soprattutto alla presenza scenica di una spiritata Maika Monroe, ma alla lunga stanco e in fin dei conti poco divertente rispetto alle premesse. In Un certain regard al Festival di Cannes 2026.
Giro di (s)vi(ta)te
1858, Gran Bretagna. Al maniero degli Ensor, grande casa in stile gotico, si presenta la nuova governante Winifred Notty per prendersi cura dell’educazione dei due rampolli di casa, l’adolescente Drusilla e il piccolo Andrew. La giovane Winifred ha ottime referenze, ma ama parlare da sola e occuparsi di cose macabre. Poi, un giorno, iniziano a sparire nel nulla alcuni membri della servitù… [sinossi]
I lettori del settimanale statunitense “Collier’s” il 27 gennaio 1898 si trovarono di fronte al seguente incipit: «Il racconto ci aveva tenuti attorno al focolare col fiato sospeso, ma a parte l’ovvia osservazione ch’esso era raccapricciante, come doveva essere una strana storia narrata la vigilia di Natale in una vecchia casa, non ricordo che suscitasse alcun commento finché qualcuno disse ch’era quello il primo caso in cui s’imbatteva d’una simile esperienza toccata a un fanciullo». Si tratta delle prime battute de Il giro di vite, capolavoro del gotico portato a termine da Henry James; un romanzo che dettò in qualche modo le basi della rappresentazione della figura della governante britannica per l’intero secolo a venire, tanto nella letteratura quanto al cinema o in televisione. Anche Virginia Feito, a cui si deve la sceneggiatura di Victorian Psycho, si è senza dubbio concentrata su una rilettura di quel testo fondativo, servendosi poi dell’arma del grottesco e dell’ironia per scardinarne luoghi comuni, abitudini incistate, e osservare da una prospettiva distante dalla prassi l’orrore gotico. Nulla di nuovo neanche sotto questo punto di vista, se si pensa che sempre in campo letterario nel 1891 il sarcasmo tutto britannico di Jerome K. Jerome si era lanciato a pie’ sospinto sul gothic nel sublime Told After Supper, cioè a dire Storie di fantasmi per il dopocena. Anzi, in un’epoca in cui l’horror sembra sempre più teso verso una messa in scena che rifugga in ogni modo il serioso un film come quello diretto da Zachary Wigon non prende le sembianze dell’anomalia, ma del rafforzamento della prassi. Da principio non manca di certo il ritmo a questa vicenda, narrata in prima persona da Winifred Notty, assunta come nuova governante nella grande magione Ensor, abitata dal signor Pounds e dalla sua famiglia: la severa moglie e i due figli, l’adolescente Drusilla e il più piccolo Andrew. Proprio dell’educazione dei due pargoli si dovrà occupare Winifred, che però fin dal suo arrivo in carrozza dà ampi segni di squilibrio mentale: dai deliri che tira fuori dalla sua testa si può dedurre che i precedenti lavori che compongono il suo compito curriculum più che terminati si possano legittimamente definire estinti.
Wigon si trova a maneggiare una materia che consente di risvegliare un riflesso quasi pavloviano negli spettatori: il lume di candela, le scale a chiocciola, il guardiacaccia lascivo, le dependance in cui nascondersi, i fantasmi del castello sono tutti elementi – umani e non – che puntellano da sempre le storie gotiche, e che qui vengono utilizzati da Wigon e Feita, ma anche dalla protagonista Winifred a ben vedere, per spiazzare il proprio uditorio, proponendo sempre una versione alternativa. Così di fronte a un daino che sta beatamente godendo di un riposo pomeridiano sotto le fresche frasche boschive invece di ammirarne la dolcezza si può afferrare il primo masso a disposizione per fracassargli il cranio, e le doti artistiche nascoste della giovane Drusilla portano a dei ritratti macchiettistici e ben poco adatti a una figura così virginale da meritare una corsa a letto senza cena. Più ci si addentra nei misteri di Ensor House, con la novella governante che non è propriamente giunta lì per caso, più ci si rende conto di come la trama su cui si regge Victorian Psycho sia davvero troppo esile, così fragile da doversi rinforzare con massicce dosi di nonsense atte a nascondere le proprie “mancanze”. Se è vero che il cast risponde alle sollecitazioni del testo con notevole abnegazione (Maika Monroe, che per di più si è ritrovata sul set solo a causa dell’abbandono da parte di Margaret Qualley, è in grande forma, ma si possono ammirare le performance di Thomasin McKenzie, Jason Isaacs e soprattutto dei giovanissimi Jacobi Jupe – già visto in Hamnet di Chloé Zhao – ed Evie Templeton, nei mesi scorsi in sala in Return to Silent Hill di Christophe Gans) si deve però sottolineare come le trovate comiche migliori siano condensate quasi esclusivamente nella prima parte, quando i personaggi devono ancora scoprire in toto le rispettive carte in dotazione. Una volta che si è scoperchiata la scatola e si è scoperto l’ingranaggio che muove il tutto Victorian Psycho inizia a muoversi quasi esclusivamente per forza d’inerzia, senza molto da aggiungere né al genere di riferimento né, ed è più grave, alla sua stessa storia. Quel che ne viene fuori è un’opera graziosa, non priva di qualità ma nel complesso un po’ stanca, dal fiato disperatamente corto e con un finale fin troppo semplice per ciò che sta provando a raccontare. Un giochino un po’ troppo lungo, e vagamente contorto: un giro di (s)vi(ta)te, direbbe Henry James.
Info
Victorian Psycho sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: commedia, horror, thriller
- Titolo originale: Victorian Psycho
- Paese/Anno: GB, Irlanda | 2026
- Regia: Zachary Wigon
- Sceneggiatura: Virginia Feito
- Fotografia: Nico Aguilar
- Montaggio: Dustin Chow, Lance Edmands
- Interpreti: Amy De Bhrún, Evie Templeton, Jacobi Jupe, Jason Isaacs, Maika Monroe, Ruth Wilson, Thomasin McKenzie
- Colonna sonora: Ariel Marx
- Produzione: Anonymous Content, Anton, Traffic.
- Durata: 90'



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