Il generale Della Rovere
di Roberto Rossellini
Studio di una coscienza e di un’identità, Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini riprende le tematiche belliche della Trilogia della Guerra, conclusasi dieci anni prima, per condurre un’indagine intorno al peso dell’esistenza umana. Riflessioni su etica e umiltà, per un dramma in buona parte affidato a un’eccellente prova attoriale di Vittorio De Sica, dolente e rigoroso. Al Cinema Ritrovato 2026 di Bologna, edizione del quarantennale, in apertura di festival in Piazza Maggiore.
Polvere sei e polvere ritornerai
Nella Genova occupata del 1944, Emanuele Bardone è un maturo truffatore e giocatore d’azzardo che cerca di sfruttare la disperazione dei familiari di detenuti chiedendo loro denaro e millantando di poter intercedere presso i tedeschi per la liberazione dei prigionieri politici. Scoperto il suo gioco, i tedeschi propongono a Bardone di entrare in carcere a San Vittore sotto le mentite spoglie del generale Della Rovere, militare badogliano che in realtà è già stato ucciso. Lo scopo della messinscena è cercare di risalire al nome del leader della Resistenza milanese. Guadagnandosi la fiducia dei suoi compagni di carcere grazie alla fama del vero Della Rovere, Bardone dovrà dunque carpire tale informazione e passarla ai tedeschi. Ma l’esperienza del carcere, l’amicizia con gli altri detenuti, innescano in Bardone un’imprevedibile presa di coscienza. [sinossi]
È un gioco di coscienze, quello incardinato da Il generale Della Rovere (Roberto Rossellini, 1959). Emanuele Bardone, ispirato a una figura realmente esistita, sembra non averne, almeno per tutta la prima metà del racconto. Giocatore d’azzardo, truffatore, sempre in cerca di denaro, sfruttatore di donne sottoposte a reiterate forme di mozione degli affetti. Nell’Italia della Seconda Guerra Mondiale, divisa fra Sud liberato e Nord tenuto sotto il tallone della Repubblica Sociale, Bardone non si fa grandi scrupoli. I tempi di guerra sono molto duri, dice, e per sbarcare il lunario utilizza qualsiasi mezzo pur di restare a galla. Forse è una condotta di tutta una vita, non soltanto dovuta allo stato d’emergenza bellica. La guerra ha creato probabilmente il contesto ideale per giustificare a se stesso un’esistenza di meschini stratagemmi. Così, nella Genova del 1944, occupata e brulicante di tedeschi, Bardone approfitta delle famiglie di oppositori politici che il nazifascismo ha imprigionato in previsione di trasferirli in Germania o di inviarli alla fucilazione. Bardone dà speranze in cambio di denaro, convincendo i congiunti dei prigionieri che potrà intercedere presso i tedeschi per scongiurare il peggio. I tedeschi, in cambio, pretendono da Bardone varie forme di collaborazione. Scoperto il suo gioco, l’uomo deve poi confrontarsi con le famiglie ingannate, e nella perorazione a propria difesa il millantatore sembra pure aderire a una certa sincerità sui generis – alla fine, secondo la sua logica distorta, ha fatto del bene, ha restituito a gente disperata la vana speranza di poter rivedere i propri cari vivi e vegeti, anche quando Bardone è del tutto consapevole che alcuni di loro sono già stati uccisi. In realtà Bardone bara pure con se stesso. Scaltro e cinico collaborazionista, abituato a mentire, maneggiare e manipolare gli altri per i propri scopi, nel tentativo di difendersi di fronte ai tedeschi e ai truffati l’uomo non fa altro che interpretare l’ennesimo ruolo di finzione su un confine imprendibile fra artificio cosciente e reale convinzione. Sarà un’ulteriore messinscena a interrogare la sua coscienza. I tedeschi gli propongono di entrare in carcere a San Vittore nei panni del generale Della Rovere, un militare badogliano visto dai prigionieri politici come un alto esempio di opposizione al nazifascismo. Il vero Della Rovere è stato ucciso, e i tedeschi hanno bisogno di far credere ai detenuti di San Vittore che sia ancora vivo per cercare di carpire a qualcuno di loro il nome del leader della Resistenza milanese. Per Bardone è un’esperienza speculare a quanto si è narrato nella prima parte del film. Per mesi ha approfittato delle tragiche vicende di vittime del regime, spacciate per vive quando spesso già fucilate. Adesso Bardone è chiamato a calarsi nei panni di un morto, per vivere sulla propria pelle il disagio e la disperazione dei detenuti, ma anche il loro coraggio e il loro fiero orgoglio. È una presa di coscienza, ma è anche una riscoperta dell’Uomo, piuttosto in linea con tematiche rosselliniane. E sulla presa di coscienza, anzi, si allungano le ombre di un’automistificazione spinta fino al paradosso. Da un lato, durante una spettacolare sequenza di bombardamenti fuori dalle mura del carcere, Bardone sente il bisogno di infondere coraggio agli altri prigionieri tramite un accorato discorso nel corridoio del penitenziario, assumendo esattamente le pose del vero Della Rovere come i suoi compagni di sventura si attendono. Dispensa speranze, Bardone, di nuovo, come faceva proditoriamente con le famiglie ingannate. Dall’altro, alle ultime battute Bardone si confronta con qualche decina di prigionieri politici, incarcerati in attesa di essere giustiziati per rappresaglia in conseguenza dell’uccisione del federale di Milano. In mezzo a uomini di idee e coraggio, Bardone si guarda intorno, interrogando se stesso. Chi è stato lui? Che squallida esistenza ha avuto in confronto a chi è pronto a giocarsi la vita per la libertà del proprio paese?
Dopo aver raggiunto il massimo punto di tragico paradosso nella messinscena ordita dai tedeschi (il truffatore viene pure torturato in funzione della sua missione), Bardone sceglie di farsi fucilare insieme agli altri prigionieri. Forse una vita intera di mistificazioni si compie nell’autoinganno più tragico (collocato nei gloriosi panni dell’eroe Della Rovere, Bardone finisce per aderire in tutto al personaggio interpretato, compreso il martirio); forse la coscienza si è drammaticamente palesata, e soprattutto è emersa la consapevolezza di un’intera vita misera e deprecabile se paragonata al coraggio di così tanti uomini di valore. È significativo, in tal senso, il ritorno in cella di Banchelli (un ottimo Vittorio Caprioli) dopo aver subito le torture. Perché non parli? Perché non tradisci i tuoi compagni? Chi te lo fa fare di lasciarti torturare in questo modo per difendere altri?, chiede Bardone. Idea quasi inconcepibile per lui, enunciata sulle note di una patetica e pavida umanità. Quei prigionieri e quei martiri, sulla cui pelle Bardone viveva fino a poco tempo prima, adesso li vede, li tocca con mano. Li conosce. Hanno consistenza fisica. Hanno volto, carne e storia. Bardone non è mai stato uno di loro, e non lo è nemmeno davanti al plotone di esecuzione. Certo, finisce per rifiutare la collaborazione con i tedeschi, ma la sua scelta di farsi fucilare è più un atto di umiltà che di fiera adesione finale a un’idea. Bardone sceglie di morire perché il confronto con i suoi compagni di carcere è stato letteralmente impietoso. È la coscienza di se stesso, in ultima analisi, a spingerlo davanti ai fucili. Per Rossellini Il generale Della Rovere segnò il ritorno a un lungometraggio dall’aspetto più classico rispetto alle sue precedenti sperimentazioni. Dopo l’esperienza di India – Matri Bhumi (1959) e a ben cinque anni dalle sue ultime produzioni per il cinema, Rossellini accettò infatti la proposta di Moris Ergas per il film tratto dal racconto di Indro Montanelli, e il produttore chiese che il film fosse presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Con Il generale Della Rovere Rossellini vinse il Leone d’Oro, ex-aequo con La grande guerra (Mario Monicelli, 1959), e il film rappresentò per l’autore un ritorno alle tematiche di guerra e Resistenza della Trilogia della guerra – Roma città aperta (1945), Paisà (1946), Germania anno zero (1948). Con il film di Monicelli, peraltro, Il generale Della Rovere condivide, in tempo di guerra, il tema dell’orgoglioso riscatto etico sul finale, quando l’arte di arrangiarsi italiana si trasforma in un attimo in rivalsa contro le umiliazioni subite da un nemico in casa, avviandosi a una fiera svolta tragica in conclusione di racconto.Rossellini ritorna ai temi della Seconda Guerra Mondiale con un approccio stilistico sensibilmente diverso. Non è più un cinema visibilmente provocatorio e scardinante nei confronti della grammatica classica. Per Il generale Della Rovere, semmai, le provocazioni si trasformano in concettuali, a cominciare dall’insistenza sul tema del muro e sull’orizzontalità visiva del racconto. Spesso infatti la narrazione si srotola sulle orme di lenti e prolungati movimenti orizzontali, più volte distesi sul fondo di pareti o recinzioni esterne. Basti pensare al mirabile incipit, quando Bardone si muove fra quinte palesemente ricostruite in studio. Pure questa è una nota inedita e rilevante nella poetica di Rossellini, che fin da Roma città aperta (ma anche nei film realizzati con Ingrid Bergman) predilige il set dal vero, in mezzo alle macerie della guerra o nel confronto socio-antropologico e filosofico fra Uomo e Natura in Stromboli, terra di Dio (1950) e Viaggio in Italia (1954). Probabilmente il muro allude alla coscienza di Bardone, mentre l’utilizzo del teatro di posa – che sembra abbia pure avuto ragioni contingenti, dovute a pressioni del produttore Ergas per stringere i tempi di realizzazione del film in vista del suo passaggio alla Mostra di Venezia – rimanda implicitamente a un universo di mistificazioni, attorno al quale in effetti si svolge l’intera esistenza del protagonista. Il generale della Rovere presenta anche un’idea di robusto cinema spettacolare, quantomeno nella tonitruante sequenza del bombardamento in carcere. La grammatica filmica è più accorta e ordinata (non si rilevano, per fare un esempio, le consuete interruzioni rosselliniane di inquadratura a metà di un dialogo); resta ben avvertibile, però, un altissimo rigore stilistico, che si estrinseca sulla scelta di un ritmo narrativo assorto e pensoso, molto dialogato, con grande attenzione al tratteggio dei personaggi e alla loro singola specificità etica.
Si conserva, del resto, la riflessione rosselliniana sull’Uomo, non tanto e non solo in relazione alla Storia, ma messo di fronte a se stesso a misurare il peso della propria esistenza, davanti a tormentosi dubbi di irrilevanza e insignificanza. Come la Ingrid Bergman di Stromboli, terra di Dio, di Europa ‘51 (1952) e di Viaggio in Italia, così il Bardone di Il generale Della Rovere va incontro a una crisi d’identità che in questo caso si radica più fortemente in una vicenda di finzioni e alibi della coscienza. Bardone sembra aderire a chi gli sta accanto, sorta di camaleonte pronto a ogni traversia (forse è il debito più evidente alla creatività di Montanelli, sempre ben lucido sull’adattabilità dello spirito italiano: gli italiani all’estero «alla seconda generazione sono assimilati», diceva in una lontana intervista televisiva, ed è un discorso buono sia per gli italiani in trasferta sia per i tragici rovesci della storia), che tuttavia va incontro a una riscoperta di se stesso come Uomo attraverso l’esperienza del dolore e di una rinnovata umiltà. Piccolo uomo, perché tutti gli uomini sono piccoli. Lui più degli altri, perché è anche un conclamato peccatore dedito alla truffa e alla collaborazione con il nemico, e il confronto etico con gli uomini della Resistenza è una vera e propria sberla in faccia. Ma piccoli uomini si rimane a prescindere. Sulla stessa linea del rigore espressivo si colloca la performance attoriale di Vittorio De Sica, alle prese con una delle prove più intense e drammatiche della sua carriera. Esordendo pure con qualche nota di commedia, in parte dovuta al piacere di De Sica di giocare con l’eloquio della lingua italiana, il suo Bardone si fa a poco a poco personaggio enormemente dolente, le cui emozioni, umiliazioni e scoperte dell’altro solcano il volto spesso impenetrabile di un uomo che lascia sedimentare il proprio percorso esistenziale in profondità angosciose.
Info
Il generale Della Rovere sul sito del Ritrovato.
- Genere: drammatico, guerra, storico
- Titolo originale: Il generale Della Rovere
- Paese/Anno: Italia | 1959
- Regia: Roberto Rossellini
- Sceneggiatura: Diego Fabbri, Indro Montanelli, Sergio Amidei
- Fotografia: Carlo Carlini
- Montaggio: Cesare Cavagna
- Interpreti: Alessandro Tedeschi (II), Anne Vernon, Bernardino Menicacci, Ester Carloni, Franco Interlenghi, Gianni Baghino, Giovanna Ralli, Giuseppe Rossetti, Hannes Messemer, Herbert Fischer, Ivo Garrani, Kurt Polter, Kurt Selge, Leopoldo Valentini, Linda Veras, Lucia Modugno, Luciano Pigozzi, Mary Greco, Nando Angelini, Piero Pastore, Roberto Rossellini, Sandra Milo, Vittorio Caprioli, Vittorio De Sica
- Colonna sonora: Renzo Rossellini
- Produzione: S.N.E. Gaumont, Zebra Film
- Durata: 138'




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