Quinto potere
di Sidney Lumet
Atto d’accusa scagliato contro le derive sensazionalistiche della televisione americana alla metà degli anni Settanta, Quinto potere di Sidney Lumet conserva ancora oggi la sua accesissima carica polemica, facendosi forte di una splendida sceneggiatura di Paddy Chayefsky, che sposa volentieri virate verso un cupissimo e disperato grottesco. Grande prova di un eccellente cast d’attori, che raccolse tre Oscar sui quattro dedicati alle performance recitative (Peter Finch, Faye Dunaway, Beatrice Straight), oltre alla statuetta per lo script. Al Cinema Ritrovato 2026 di Bologna, edizione del quarantennale, per la sezione Ritrovati e restaurati.
L’ordine delle cose
A seguito di un calo di popolarità presso il pubblico, Howard Beale, attempato anchorman del notiziario dell’emittente televisiva UBS, viene licenziato e sostituito. Ciò va ad aggiungersi al già precario equilibrio dell’uomo, rimasto vedovo di recente, tanto che Beale annuncia in tv che la settimana successiva si suiciderà in diretta. Il sensazionalismo scatenato presso il pubblico spinge l’emittente a ritornare sui suoi passi, e su pressione di Diana Christensen, responsabile della programmazione, Beale viene reintegrato nei palinsesti, riservandogli una trasmissione in cui possa fare il predicatore arrabbiato, voce delle masse popolari frustrate e insoddisfatte. Il successo di Beale è travolgente, malgrado le ampie perplessità di Max Schumacher, collega di Beale, appartenente come lui a una vecchia scuola di giornalismo televisivo ben più serio e rigoroso. Tuttavia, il maturo Max finisce irretito dal fascino dell’agguerrita Diana, donna in carriera assetata di successo e potere, che tutto sommato preferisce l’indice di ascolto pure al sesso. [sinossi]
Paddy Chayefsky e Sidney Lumet avevano entrambi frequentato gli ambienti televisivi in ambito professionale. In particolare Chayefsky, autore della sceneggiatura di Quinto potere (Sidney Lumet, 1976), si era fatto un nome come scrittore di copioni per la Golden Age of Television negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Con Quinto potere Chayefsky raccolse il suo terzo Oscar alla migliore sceneggiatura, e il film fu accolto da un’ottima risposta di critica e pubblico – in tutto gli Oscar furono quattro, con ben tre premi riservati agli attori del film, Peter Finch e Faye Dunaway (miglior attore e attrice) e Beatrice Straight (nella storia delle statuette, la più breve performance – poco più di cinque minuti in scena – a ricevere un premio, per la migliore attrice non protagonista). Lo script di Quinto potere nasce per Chayefsky come grido d’allarme intorno alla deriva della televisione americana anni Settanta, evidentemente messa in relazione con i modelli mediatici ben più alti e nobili dei decenni precedenti, di cui Chayefsky e Lumet erano stati diretti testimoni e attivi collaboratori. Del resto, fra cinema e televisione si era instaurata un’accesa concorrenza, e il cinema aveva conservato una profonda diffidenza nei confronti del piccolo schermo poiché ritenuto un feroce sottrattore di spettatori tramite forme di intrattenimento spesso meno illustri ed eleganti dell’arte in pellicola. Si fa strada, insomma, l’idea che la televisione parla alla pancia della gente, e la solletica anche, soprattutto in ambito di giornalismo televisivo. Sempre più rapace si fa anche la corsa agli ascolti, tramite nuovi concetti come share e indice di gradimento. È proprio per un calo del gradimento del pubblico che la UBS, fittizia emittente televisiva americana, decide di licenziare Howard Beale, un attempato anchorman del notiziario, il quale, pure depresso per la recente scomparsa della moglie, annuncia in tv che la settimana successiva si suiciderà in diretta. Nella realtà, soltanto due anni prima Christine Chubbuck si sparò in diretta televisiva presso un’emittente della Florida, dichiarando che il suo gesto folle intendeva allinearsi alla nuova politica della rete, all’insegna di «sangue e budella». Benché il progetto di Quinto potere pare fosse già in cantiere al momento del suicidio della Chubbuck, si registra in ogni caso un diffuso sgomento intorno al destino della televisione, fieramente proiettata a nuovi sensazionalismi e generatrice di inedite forme di disfunzioni comportamentali presso i professionisti che la popolano, angosciati fino al suicidio (nei casi più estremi) dall’ossessione del gradimento e della riconoscibilità. La UBS narrata da Quinto potere è di fatto un cupo coacervo di nevrosi moderne. Più volte Lumet e Chayefsky tirano anche la risata, ma è una risata digrignata, tetra e cavernosa. Mostro umanoide partorito dalla nuova generazione della tv è infatti Diana Christensen, responsabile della programmazione di rete, pronta letteralmente a tutto pur di avere uno spettatore in più. Chayefsky e Lumet impostano anzi un chiaro e diretto contrasto fra passato e presente, ponendo a contraltare di Diana la figura dolente di Max Schumacher, attempato professionista non soltanto serio, compassato e allergico ai nuovi sensazionalismi, ma anche romantico come si era capaci una volta. Tra i due nasce una storia tormentata, che in breve, almeno per Diana, si trasforma in una zattera per naufraghi. Gli batte ancora il cuore, a Max, mentre Diana è una sorta di vampiro del tutto gelido e insensibile – non a caso ha un rapporto terribile con il sesso, vissuto con la stessa angosciata isteria che domina le sue giornate.
Quinto potere è fin troppo esplicito, e un filo moraleggiante, nella contrapposizione fra queste due dimensioni. Diana è «la televisione incarnata», dice Max in uno dei passaggi più pregnanti (e anche più didascalici) dell’intero racconto. Tanto la modernità di Diana è avida e rapace, quanto la dimensione di Max appartiene a valori in rapida dissoluzione nel panorama contemporaneo, ivi compresa una concezione decisamente più rigorosa della propria professione. D’altra parte la televisione, secondo il tratteggio restituito da Chayefsky e Lumet, anche premonitore rispetto ai futuri decenni mediatici, si avvia a trasformarsi in un calderone fagocitante che rende omogenea qualsiasi cosa caduta nella sua rete. Caleidoscopio quotidiano dei contenuti più diversi, lo schermo di casa può giustapporre uno dopo l’altro il racconto di un omicidio di strada con lo spot dell’ultimo detersivo per i piatti. Di più: da parte dei responsabili dei palinsesti emerge con forza il desiderio di sfruttare fino allo spasimo, con scelta pienamente consapevole, i toni della narrazione a effetto. Non ha più importanza che cosa si sta narrando, e qual è il punto di vista (anche e soprattutto etico) del mezzo narrante. L’importante è narrare, nient’altro, e andare a cercare storie che, a qualsiasi tendenza o dimensione ideologica appartengano, possano comunque tenere il pubblico in un costante stato di shock audiovisivo. È l’idea di televisione che entusiasma Diana, e pure un altro avvoltoio, il dirigente d’azienda Frank Hackett, raffigurazione di nuovi cinismi, tutti improntati al guadagno tramite introiti pubblicitari, decisamente lontani dall’idea di televisione come servizio. Così, in uno dei suoi meravigliosi paradossi Quinto potere propone anche il tentativo compiuto dalla UBS di costruire uno show settimanale utilizzando filmati dal vero realizzati da un gruppo di terroristi durante le loro rapine. Al di là del marchiano paradosso morale (esilarante, in tal senso, la sequenza della firma del contratto presso il covo dei terroristi a opera di azzimati manager d’azienda), si giunge anche a forme survoltate di mistificazione, poiché i terroristi hanno già l’abitudine di filmare le proprie rapine, ma adesso sono chiamati scientemente a effettuare riprese su commissione. Riprese dal vero di crimini, ma effettuate sotto contratto. Si tratta ovviamente di un’iperbole cupamente grottesca, ma che costeggia quel che di lì a qualche anno si tramuterà nella tv-verità, anticamera della dimensione reality. Il calderone insomma assorbe qualsiasi cosa, rimescola e rende tutto uniforme. Neutralizza, soprattutto. A difendere il proprio orticello di interessi nessuno riesce a resistere, nemmeno l’irreprensibile (almeno sulle prime) Laureen Hobbs, leader comunista prima recalcitrante nei confronti della tv, poi fuori di sé perché il calo di popolarità di Howard Beale sta trascinando verso il basso pure il successo del suo segmento settimanale. La tv come frullatore che assimila e neutralizza, che rende tutto innocuo, dal terrorismo alle ideologie. E che rende tutti schiavi. Al quarto d’ora di celebrità nessuno vuol rinunciare, nemmeno chi fino a poco prima si proponeva come baluardo di culture alternative.
È anche la fine del giornalismo, quello fatto con serietà e senso della professione, profondamente affezionato all’idea di verità della cronaca. Adesso non è più necessario provare a documentare la verità; è sufficiente ottenere un picco di ascolti, con quali mezzi e contenuti è del tutto secondario, pure sul piano etico. Howard Beale, sull’orlo della patologia psichiatrica, è il prodotto più delirante di una nuova tv urlata, che si tramuta in piazza di imbonitori savonaroliani dal piglio sostanzialmente populistico. Beale intercetta la rabbia e la pancia della gente, ma attacca a testa bassa, senza alcuno spessore a irrobustire una reale visione del mondo. Secondo linee grottesche il suo programma si contamina con la presenza di una maga, a sottolineare quel meticciato impazzito fra aree diverse che investirà la televisione di lì a poco, infliggendo di fatto una poderosa spallata all’etica e alla credibilità dei mass-media. Per disallenare le menti del pubblico a ragionare, niente è più funzionale di un totale appiattimento dei contenuti, anche dei più scomodi, che messi a contatto con altri perdono del tutto la propria efficacia. Non è il cosa ma è il come. L’intrattenimento resta, e anzi ne esce pure rafforzato; la mente si spegne. Più in generale Quinto potere racconta anche la fase di transizione di un’emittente di ristretto respiro acquistata da un più ampio e ambizioso gruppo industriale, il cui volto cinico e arrogante è ben riassunto nel personaggio di Hackett. Il sistema al quale Quinto potere allude è anzi articolato in una serie di scatole cinesi, in cui al di sopra di una potente entità ve n’è sempre una più grande e più potente. È un upgrade del sistema industriale dei mass-media, che andrà incontro nei decenni a venire a un sensibile restringimento del mercato, consegnando la libertà di stampa e informazione nelle mani di una oligarchia mediatica più attenta a dar voce ai propri interessi, uniformando le opinioni delle masse, che a svolgere una vera funzione sociale. In tale sistema di matrjoske, anche Hackett sarà richiamato all’ordine quando Beale, nella foga distruttiva delle sue invettive, finisce per scagliarsi contro la stessa UBS, accusata di essere foraggiata da finanziatori arabi. Di entità più grande in entità più grande, si finisce poi con il sermone demiurgico pronunciato da Arthur Jensen, tycoon del gruppo televisivo che accusa Beale di aver addirittura violato l’ordine naturale dell’universo tramite il suo attacco in diretta contro l’emittente. Certo, l’ordine mondiale fondato sul capitalismo selvaggio, che trova una sua sineddoche nel feroce universo televisivo di Quinto potere, ha ormai assunto i contorni di una sistemazione naturale e onnicomprensiva delle cose. Spezzare il cerchio in uno qualsiasi dei suoi punti significa mettere in pericolo l’intera sopravvivenza di un ecosistema. D’altra parte, dietro alle stentoree declamazioni di Jensen fluttuano futuri decenni di nuova cultura internazionale – ai giorni nostri il potere mediatico e finanziario è concentrato in un ristretto numero di mani, con qualche vaneggiamento da capo unico del mondo ultimamente molto popolare oltreoceano (il duo Trump/Musk, nella loro breve alleanza, sembra uscito dalle parole del Jensen di Quinto potere).
Se gli ascolti di Beale crollano vertiginosamente, è perché il predicatore delirante sbaglia completamente tattica. Jensen impone a Beale di diffondere tramite il suo programma contenuti di sottomissione all’ordine delle cose, e Beale risponde eseguendo letteralmente il compito che gli è stato assegnato. Troppa onestà, troppo linguaggio senza filtri, che non consola ma deprime. Per condurre il pubblico verso un’ecumenica condivisione di falsi valori, con totale annientamento di qualsiasi stonatura che faccia stecca sul coro – ce lo insegnerà la televisione dei successivi cinquant’anni – è necessario dire e non dire, usare le armi del corteggiamento, delle mezze verità, della persuasione pubblicitaria, dello smussamento degli angoli, della dolce mistificazione, del progressivo ammorbidimento delle resistenze. Fare finta che decidi tu, quando decido sempre io. Far credere che si sta vendendo sapone, quando non si vende altro che cenere. Ma pure Howard Beale, del resto, appartiene alla vecchia scuola, e se pure chiude la sua carriera delirando in tv, d’altra parte il suo delirio non può liberarsi totalmente dagli abiti mentali di un buon professionista. Da grido d’allarme sulle derive della televisione, dunque, Quinto potere finisce per lanciare lungimiranti profezie sui destini mediatici di mezzo secolo dopo. Al tempo, mischiare maghe e giornalisti era già percepito come oltraggio alla professione. Ai giorni nostri, in epoca di articoli scritti con l’AI, le cupe premonizioni di Chayefsky e Lumet rischiano di passare per acqua fresca. E se la verità televisiva è delineata nel film come frammentaria, manipolatrice, sensazionalistica e inaffidabile, adesso si è passati alla dimensione social in cui ognuno di noi è messo in condizione di rendere pubblico il proprio punto di vista, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, dando luogo potenzialmente a una mistificazione dopo l’altra. Una democratizzazione totale della comunicazione, che nella sua totale pervasività polverizza di fatto qualsiasi anelito alla verità. Sarà pure democratizzazione, ma le fake news abbondano proprio sui social, ormai scientemente utilizzate pure dalla politica. Howard Beale, oggi, non sarebbe pazzo, ma più o meno nella norma.
Info
Quinto potere sul sito del Ritrovato.
- Genere: commedia, drammatico
- Titolo originale: Network
- Paese/Anno: USA | 1976
- Regia: Sidney Lumet
- Sceneggiatura: Paddy Chayefsky
- Fotografia: Owen Roizman
- Montaggio: Alan Heim
- Interpreti: Arthur Burghardt, Conchata Ferrell, Darryl Hickman, Faye Dunaway, Jordan Charney, Ned Beatty, Peter Finch, Robert Duvall, Wesley Addy, William Holden
- Colonna sonora: Elliot Lawrence
- Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer (MGM)
- Durata: 121'





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