Henry is a Girl Who Likes to Sleep
di Marthe Peters
Seconda prova registica per la giovane cineasta Marthe Peters, Henry is a Girl Who Likes to Sleep è una conferma dello stile volto a unire intimismo e messaggio universale già emerso nel suo cortometraggio d’esordio Kaalkapje. Una confessione a cuore aperto che ha colpito positivamente gli studenti universitari della Giuria Giovani alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2026, che le hanno assegnato il premio principale della loro sezione tra le opere in Concorso.
Trovare riparo e (è?) fuggire dal mondo
Una voce, un gatto, un letto, una lumaca: il tutto sembra trovare un’epitome nella coperta-installazione, una meravigliosa chiocciola multicolore di lana in cui si avvolge e autorappresenta l’autrice. Ma il breve film è anche una ode al sonno e alla posizione distesa , con l’aspirazione di potersi nascondere nella pelliccia del gatto così come una lumaca si ritrae nel proverbiale guscio. [sinossi]
In un mondo (occidentale) ormai ripiegato in uno sterile narcisismo personalista, l’amore e la cura verso gli animali domestici rappresenta uno dei pochi terreni fertili ed emotivamente condivisi su cui intavolare discorsi di empatia facilmente comprensibili da un gran numero di soggetti, i più disparati. Uno degli argomenti che riesce ancora ad abbattere barriere sociali ed economiche, seppur prevalentemente confinato nel mondo borghese, alto, basso o medio che sia. Ennesima prova di questo è stata la proiezione, nella Sala Grande del Teatro Sperimentale di Pesaro, di Henry is a Girl Who Likes to Sleep di Marthe Peters, cortometraggio facente parte della selezione competitiva Nuovo Cinema della Mostra di Pesaro 2026. Il Q&A successivo alla presenza della regista ha avuto momenti di condivisione di amore e dolore spontaneamente generati dal terreno comune dell’aiuto esistenziale fornito segnatamente dai gatti domestici, con il “dark side” del dolore che provoca la loro (inevitabilmente) prematura scomparsa. Il tutto favorito dai tredici abbondanti minuti del lavoro appena passato sul grande schermo, mirabile somma di diverse sensazioni avvoltolate in un discorso unitario e coerente. Il benessere della protagonista/regista, fisico e soprattutto psicologico, appare strettamente interconnesso a quello del suo felino e dei felini in generale, e la loro immagine viene pluriproposta nel corso del lavoro attraverso varie rappresentazioni nel corso del tempo, dalle litografie dei secoli passati a puzzle e statuine in plastica, fino alla registrazione su sopporto, che sia pellicola o digitale. La tentazione di totale isolamento verso un mondo esterno brutale e competitivo, legato a ferree regole d’immagine o al lavoro d’ufficio dalle nove alle diciassette, è mitigata dal dovere di cura verso l’animale, dal dovergli fornire cibo o un habitat pulito, una motivazione che fornisce l’energia ad alzarsi dal letto ogni mattina, combattendo gli istinti depressivi.
Peters immerge il suo vissuto e la sua esperienza personale di donna che ha dovuto fronteggiare immensi problemi di salute in una rappresentazione multistrato e multiforma, dove disegni infantili, nuovi tatuaggi e riprese in pellicola RI-creano il reale e lo orientano verso un grado di sensibilità, come già si diceva qualche riga fa, massimamente personale e insieme comprensibile a chiunque, a più livelli. Contrapposta a quella del gatto è l’immagine della lumaca, diffidente e chiusa nel proprio guscio, ed ecco che la regista appronta una sorta di installazione, una coperta/guscio in cui avvolgersi e riprendersi in varie situazioni, all’aperto e al chiuso, mentre dorme o finge di farlo. Il sonno è, quindi, il vero guscio da cui la persona depressa si fa avvolgere, la fuga in un mondo onirico e apparentemente sotto il nostro controllo. Una pratica cinematografica consistente nel raccogliere immagini cinematografiche in modo intuitivo, per poi trovarne una sintesi giocosa che permetta di mettere in discussione anche alcuni stereotipi sul corpo e sul modo di riprenderlo, è quindi la via di Peters per far sì che la sua arte trovi quel posto nella società da cui lei si è sentita per tanto tempo completamente esclusa ed estranea. Attorno all’animale si dispiegano, in maniera naturale e mai con la sensazione di forzature o pose eccessivamente strumentali, profondissime porzioni di senso. La vita del gatto, ad esempio, più compressa e breve della nostra, scatena riflessioni sulle diverse età della vita, come se nello stesso momento e parallelamente potessero convivere nella stessa persona infanzia, giovinezza, età adulta e vecchiaia, che è poi quello che ci accade anche se non ne siamo perfettamente consapevoli. La tenerezza dell’infanzia e la paura della vecchiezza trascinano l’autrice continuamente verso il passato e il futuro, a volte impedendo di godere appieno dell’attimo, che sia un fuggevole momento di felicità o un problema da affrontare con tutte le forze per poter arrivare alla risoluzione. E il film si muove continuamente avanti e indietro in questo modo, alternando disegni multicolori, immagini cupe e interpolazioni di fotogrammi per attenuare (o, a volte, sottolineare) le transizioni. Arrivando poi alla riflessione più “scomoda” di tutte, proprio per quanto dicevamo all’inizio di questa recensione: l’infantilizzazione o l’oggettificazione degli animali domestici non è forse l’ennesima modalità di sfruttamento capitalistico di un essere vivente, adatto solo al proprio tornaconto e al proprio benessere? Come sempre, non è minimamente interessante la risposta ma fecondo e sano porsi la domanda. E Marthe Peters, con il suo lavoro personalissimo che si configura quindi come una sorta di video-diario, ci sembra essere l’artista giusta che ci possa guidare verso gli interrogativi adatti a vivere l’esistenza su un piano diverso, meno superficiale. Oddio, non staremo forse oggettificando anche lei?
Info
Henry is a Girl Who Likes to Sleep sul sito di Pesaro 2026.
- Genere: sperimentale
- Titolo originale: Henry is a Girl Who Likes to Sleep
- Paese/Anno: Belgio | 2026
- Regia: Marthe Peters
- Sceneggiatura: Marthe Peters
- Fotografia: Leon Decock, Marthe Peters
- Montaggio: Leon Decock, Marthe Peters
- Colonna sonora: maya dhondt
- Produzione: Auguste Orts
- Durata: 14'





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