La banda muta
di Alessia Bottone
Dai set al fianco di Luca Guadagnino e Danny DeVito, la regista Alessia Bottone (premiata con la Menzione speciale ai Nastri d’Argento 2021 per il suo La Napoli di mio padre), giunge ora al suo quarto cortometraggio con La banda muta, poco meno di venti minuti animati tanto dalle suggerite suggestioni magico-folkloriche di Ernesto de Martino quanto da quelle letterarie, dirette e dichiarate, dal grottesco pirandelliano, dal Leonardo Sciascia de Le parrocchie di Regalpetra e dall’omonimo racconto di Gaetano Savatteri, vincitore del bando Nuovo IMAIE 2025 come trasposizione scenica e proposta di regia. Tra la rigorosa stasi delle sezioni fictional, e gli inserti factual di un ipnotico montaggio poetico di materiale d’archivio, l’attivissima autrice veronese restituisce il quadro nostalgico e al contempo critico di una società tanto alienata dall’individualismo e dall’apparire social da riuscire a far rumore anche nel momento del silenzio estremo, della morte, incapace di non sovrapporre gli aneliti del Sé desiderato al rispetto dovuto all’Altro nel momento del ricordo e del trapasso. L’ideazione scenica è sofisticata e funzionale, e il messaggio arriva chiaro, e forse troppo, dato che il fascino della superstizione e dell’archivio comprensibilmente “ruba” alla svolgimento e alla scrittura qualcosa di quel tempo e di quel senso che, piuttosto che sedimentarsi per poi esplodere del tutto, viene anticipato o evidenziato in modo concettualmente corretto ma “urlato”, non perfettamente all’altezza dell’eleganza “sussurrata” e suggerita del resto. Nondimeno, una buonissima prova di cinema, di sensibilità antropologica in tempi di necessità.
Così è, se vi pare. Così era, e non poteva essere altrimenti.
Manfredi riceve la notizia della morte di Elio, scrittore ottantenne e amico di una vita, investito e deceduto all’improvviso. Profondamente scosso, l’uomo si reca al funerale per omaggiarlo, ritrovandosi invece coinvolto in un grottesco teatrino delle maschere, delle apparenze e dell’arrivismo, i cui attori sembrano molto più interessati a loro stessi che al ricordo del defunto, oggetto da svilire e incolpare piuttosto che meritevole di un giusto commiato. Ma è in questo marasma di malevoli e frustrati bisbigli, sempre meno nascosti e sempre più plateali, che dalla memoria d’infanzia di Manfredi riemerge un ricordo, un’ombra e una suggestione necessaria per quello che dovrà essere il suo discorso d’addio al compianto amico: la banda muta. [sinossi]
La banda muta appartiene al controsenso, al pirandellismo di natura: così è, se vi pare. Così era, e quindi non poteva essere altrimenti.Queste le parole dell’elegiaco e critico discorso funebre di Manfredi (Piero Nicosia, attore nativo di Agrigento come Luigi Pirandello, il maestro di attori che cita), dedicato tanto alla memoria di una Sicilia passata quanto a quella dell’amico di sempre Elio, che aveva visto appena qualche giorno prima in perfetta forma, salvo poi venire a sapere del suo trapasso tramite un improvviso squillo di telefono a rompere il silenzio di una quieta mattinata di pensieri in casa sua. Ed è subito tematico, a dire il vero, perché questo quarto cortometraggio intitolato La banda muta, della regista veronese Alessia Bottone, mette chiaramente a sistema uno scontro che è di suggestioni, sì, ma anche di valori: il silenzio e il rumore. Erede e ultimo eroe romantico di una provincia meridionale che affronta i tempi lunghi della vita, e ne contempla tanto le gioie collettive quanto le altrettanto collettive lacrime silenziose che accompagnano il sopraggiungere della morte, Manfredi partecipa al funerale del vecchio amico e ne resta sconvolto, perché al posto del commiato non trova che bisbigli, giudizi, colpevolizzazioni, arrivismi e distanze imposte. C’è, tra i partecipanti al triste evento, chi accusa Elio di aver raggiunto il successo e di aver abbandonato la vera Sicilia – ponendo un invalicabile muro tra i Siciliani che restano e quelli che se ne vanno –, chi ne “svilisce” la morte perché sopraggiunta per la risaputa “muntruzzania”, ossia la testardaggine di fare le cose a modo suo e, in questo ultimo caso, di attraversare la strada come voleva, senza badare alla macchina che lo avrebbe ucciso. C’è un aspirante scrittore che invita l’editore dei libri di Elio a sostituirli con i suoi – siccome ora che è morto la casa rimarrebbe con un buco –, e ce ne sono tanti altri che stanno a bisbigliare, a non capire o a non voler capire, e ad innalzare il loro Sé al di sopra del giusto commiato che Manfredi sente meriterebbe Elio: l’Altro, e ora ancora più alterizzabile siccome deceduto, assente, inerme e non più produttivo.
In questo marasma di apparenze e malcelate volontà di potere, nel suo astrarsi da quel mancato silenzio, Manfredi diviene referente scisso di presente e passato, oltreché istanza meta-testuale di uno slittamento di codici tra il racconto finzionale e il testo in montaggio di raffinati e poetici materiali d’archivio Luce, reperiti per l’occasione tramite AAMOD e la Home Movies di Bologna. Sta qui l’indiscutibile forza, il fascino ipnotico di un film che alterna la stasi e l’assenza umana nelle vivaci ma trattenute cromaticità del presente al passato, all’attrazione centrifuga, seppur lenta e solenne, degli sfumati o netti bianchi e neri nel raffinatissimo montaggio d’archivio di una Sicilia – e forse di un mondo – che non c’è più, delle azioni calibrate e credute, delle folle silenti e della rievocazione dell’usanza a cui torna la memoria di Manfredi e che dà il titolo all’opera: la banda muta. Come detto in principio, un qualcosa che appartiene all’assurdo, e già descritta da Leonardo Sciascia nel suo Le parrocchie di Regalpetra come una necessità sociale, simbolica, di ricordo e rispetto quali temi e valori che si piegavano alle possibilità del popolo. Una banda pagata per sfilare, nera e senza mai portare gli strumenti alla bocca, accompagnava il morto nel suo viaggio via dai vivi per mostrare rispetto e rispettabilità della famiglia del defunto, ma senza il rischio di peccare di cattivo gusto o intaccare troppo le tasche di contesti che spesso vivevano sul filo della pura sopravvivenza. Si respira, in queste abili sequenze di montaggio poetico, storico e financo mitico, tanto il grottesco pirandelliano – come detto – quanto la realtà povera impregnata di magia, di morte e dolore che si lega alle necessità simboliche dei vivi, com’era in opere mastodontiche quali La terra trema (1948, Luchino Visconti), o più minute come Magia Lucana (1958) del maestro Luigi Di Gianni, che non a caso si era avvalso della consulenza del ben più che noto antropologo culturale Ernesto de Martino. Ed ecco l’assurdo ulteriore: se prima, in onore del defunto e della sacralità della morte, la famiglia si garantiva apparenza di prestigio agli occhi della collettività col silenzio, ora un manipolo di individui non può proprio fare ameno di fare rumore.
Non è un caso che, per diretta ammissione della regista, l’idea del corto nasca dal baccano social e dalle presenze in cerca di selfie e post ai recenti funerali di celebrità come Maurizio Costanzo – in cui il “pubblico” di fan si comportava esattamente come tale chiedendo foto alla vedova Maria De Filippi – o, addirittura, in occasioni di vere e proprie tragedie “comuni” come quella del Rigopiano. Una “solitudine valoriale” che affoga nell’egocentrismo – sempre tramite le parole di Alessia Bottone –, tematizzata in La banda muta anche tramite un intro fatto di ritagli di articoli online circa le tristi e biasimabili occasioni pocanzi descritte, in un montaggio accompagnato da suoni di scatti di macchine fotografiche che però, purtroppo – e assieme a qualche piccola scivolata di didascalismo nel relazionarsi dei personaggi con Manfredi, di Manfredi con sé stesso col suo smartphone – , rappresenta una crepa di eccessivo valore anticipatorio ed esplicativo su di un affresco che, tematicamente, avrebbe potuto integrare certe informazioni nel fluire della narrazione propriamente detta. Piccoli inciampi finiscono per disgregare appena la puntualità di una riflessione socio-culturale altrimenti ricca e – come già fin troppo ripetuto – a tratti davvero ipnotica, grazie ad una buonissima interpretazione del suo protagonista, al sapiente montaggio di ritmi e contrasti della Bottone e all’ispirazione citazionista ma poeticamente organica dei suoi riferimenti in voice over. La banda muta, dunque – e a discapito di qualche fisiologico scivolone che capita quando mezzi e minuti non sono troppi –, critica ricordando, e suggestiona di un altrove magico, di una risposta lontana dalle logiche fintamente materiali ed algoritmiche dell’oggi; con la malinconia di una verità che si sa dimenticata, ma con la consapevolezza a più livelli percepita di un cinema capace, nel suo piccolo, di dire la sua quale arte di larga diffusione e facile fruizione che, esattamente come l’umano, vive e rappresenta il suo massimo nell’indagine, nella problematizzazione, nell’accettazione e nell’operazione conscia e politica dell’arte del contrasto.
Info
Un trailer de La banda muta.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: La banda muta
- Paese/Anno: Italia | 2026
- Regia: Alessia Bottone
- Sceneggiatura: Alessia Bottone
- Fotografia: Filippo Marzatico
- Montaggio: Alfredo Orlandi
- Interpreti: Adele Abballe, Chiara Barbagallo, Gaetano Lizzio, Giovanni Galati, Nadia Perciabosco, Piero Nicosia
- Colonna sonora: Francesco Costanza
- Produzione: Pistacchio Film
- Durata: 19'




Leonora addio
Intervista a Luigi Di Gianni
A ciascuno il suo
Montedoro
Orlando ferito
Omaggio a Luigi Di Gianni