Estados generales

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Continuando la sua opera di riflessione sul post-colonialismo che molto deve all’approccio analitico donatogli dalla provenienza dal mondo dell’archittetura, l’artista peruviano Mauricio Freyre, con il suo ultimo lavoro Estados generales, dispiega una profonda e acuta riflessione sull’interconnessione tra mondi, territori e culture, dominanti e dominate. Dopo la presentazione in anteprima al FID marsigliese del 2025, è stato selezionato nel Concorso Nuovo Cinema della Mostra di Pesaro 2026.

Andata e ritorno

Una manciata di semi conservati all’Orto botanico di Madrid viene rimandata in un villaggio afro-peruviano del Perù meridionale, da dove erano stati raccolti in occasione di una spedizione coloniale intorno al 1800. Un viaggio immaginario e una contro narrazione del saccheggio colonialista. A partire dall’epoca coloniale si sono sviluppati diversi e polimorfi regimi di potere che si alimentano l’un l’altro: il colonialismo, la modernità europea, l’antropocentrismo, la tecnoscienza occidentale. [sinossi]

Diviso nettamente in due parti distinte, che scopriremo durante la visione essere legate tra loro a più livelli, Estados generales del peruviano residente a Madrid Mauricio Freyre è un film più unico che raro, che s’inserisce agevolmente nel sottogenere del cinema che riflette sui cascami del periodo coloniale europeo ma con un approccio e uno sguardo peculiare. Freyre proviene dal mondo dell’architettura, ha partecipato alla Biennale dedicata nel 2019 per poi portare il suo progetto Interspecies Architecture, in forma cinematografica, alla Mostra di Pesaro del 2022. Il suo è quindi un ritorno nel capoluogo di provincia marchigiano, questa volta con un lungometraggio. Incorniciata da immagini “naturali” (due ragazze che si baciano in apertura, dettagli di sottobosco in chiusura), l’opera principia dal Reale Orto botanico di Madrid, di cui ci vengono presentate varie parti e attività correlate immerse nella grana della pellicola 16mm: dettagli di foglie bagnate di rugiada e piante irrorate dagli innaffiatoi artificiali, catalogazioni di insetti e semi, archiviazione di questi ultimi negli schedari. Con metodo che potremmo dire “wisemaniano”, Freyre ci illustra per frammenti le attività della comunità umana e scientifica che si muove intorno all’Orto, e pian piano ci si concentra sulle specie di piante provenienti dal Sud America, semi importati/deportati, segno tangibile dei viaggi dei conquistadores iberici dei secoli precedenti. Di alcuni si è persa la discendenza, non si riesce più a datarli, sono letteralmente piante senza nome. Ed ecco che si comincia a intuire il portato teorico alla base di questi “Stati generali”, mentre le varie tipologie vengono mostrate quasi come fossero foto segnaletiche, appoggiate su superfici reticolate, e le considerazioni degli operatori in voce si alternano al mondo sonoro sapientemente organizzato dalla coppia formata da Amanda Villareja e Mirella Belido, una sorta di rumore bianco intriso di echi e risonanze. Gli album di foglie secche provenienti da piante ecuadoregne, i campioni spostati qui e là con pinzette e guanti in lattice, sono i cascami scientifici, in buona sostanza, di un’attività coloniale predatoria durata secoli, che ha interscambiato proditoriamente una lingua, una religione, ancora oggi in uso dai popoli sudamericani non indigeni, perché una cultura che si vuole/crede dominante danneggia i popoli conquistati al suo arrivo, ma parimenti lo fa anche quando si ritrae, lasciando apparentemente a se stesse ma in realtà continuando a influenzare le popolazioni ormai irrimediabilmente contaminate. Fauna a flora, ed ecco l’assunto principale di questo lavoro, non sono immuni al processo che abbiamo appena superficialmente riassunto.

Ed ecco, allora, che nella seconda parte si attraversa l’oceano e si ritorna nel continente al di là dell’Atlantico, segnatamente nel Perù che ha dato i natali all’autore. La bravura di Freyre nel comporre quadri paesaggistici di grande efficacia e bellezza sottolinea ancor più lo stacco tra gli ambienti contenuti e irreggimentati dell’Orto e il fascino selvaggio della Natura libera. Libertà di brevissima durata: si transita per una gigantesca piantagione ormai disabitata e diventata attrazione turistica (che raddoppia, quindi, la museificazione della vita passata) per poi concentrarsi sul lavoro agricolo di larga scala, sull’allevamento, su persone dai tratti somatici indubitabilmente “nativi” bardati con tute e maschere, che raccolgono frutti trattati con massive dosi di medicinali e pesticidi. La semplice giustapposizione delle immagini basta a se stessa, e il discorso appare immediatamente compiuto: quei frutti, con molta probabilità, riattraverseranno l’oceano, in un’insensata frenesia capitalista atta a distruggere popoli, habitat e risorse in nome del profitto. Fiamme scoppiettanti devastano un bosco, e Freyre le inquadra con un piano sequenza che rimanda all’inizio dell’Apocalypse Now coppoliana, fiamme che in quel caso devastavano il punto opposto del mondo, il Sud-Est asiatico infiammato da una guerra insensata, fiamme globali dunque, e non c’è posto del pianeta che non stia (anche metaforicamente) bruciando. Sostenuto da capitali spagnoli e peruviani, Freyre tenta di riconciliare l’inconciliabile, di fare sintesi, di sottolineare le brutture del passato e del presente in modo da edificare un rapporto nuovo di cui è e si sente ambasciatore e portatore. Qualcuno recentemente ha sostenuto che arte e politica devono starsene per fatti propri, vi pare possibile?

Info
Estados generales sul sito di Pesaro 2026.

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