Punk State
di Loris Di Pasquale
Lungometraggio d’esordio di Loris Di Pasquale, autore in precedenza di due cortometraggi presentati e premiati nel giro festivaliero, Punk State è un grido di rabbia brutale e nichilista, che in poco meno di un’ora e un quarto squaderna davanti allo spettatore una sequela di scene shock con morale sottesa, con Gaspar Noé come evidente nume tutelare. Presentato in anteprima assoluta alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2026, nella sezione Esordi Italiani.
L’uomo è condannato a essere libero
Sette persone vengono selezionate per assistere all’evento più esclusivo del momento: uno spettacolo avvolto nel mistero, che potrebbe scuotere l’esistenza di ognuno di loro. Ad attenderle, tre uomini dal volto coperto e dall’abbigliamento paramilitare. La performance si trasforma in un rituale violento in cui le vite e i condizionamenti di ciascuno dei partecipanti prendono forma, fino a culminare in un contrappasso tanto crudele quanto inesorabile. [sinossi]
Il concetto di violenza al cinema ha attraversato stagioni e ricezioni diverse tra loro e sempre collegate alla morale comune espressa dalla società in quel preciso momento: i sadici gialli italiani degli anni Sessanta e, soprattutto, Settanta rappresentavano un’evasione dal peloso e ipocrita perbenismo democristiano, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini il punto di non ritorno nichilista di un Paese in bilico tra trasformazione consumista e derive violente (punto di non ritorno che rese terminale anche la commedia all’italiana, con Un borghese piccolo piccolo di Monicelli/Cerami di poco successivo), gli anni Novanta post-tutto erano il terreno di coltura ideale per la fumettosa violenza tarantiniana e potremmo continuare ancora a lungo. Questa breve introduzione mira ad un inquadramento minimo per un’opera piccola e significativa come Punk State di Loris Di Pasquale, presentata in anteprima assoluta alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro 2026 nella sezione non competitiva Esordi Italiani. Sezione che mira all’intercettazione di sommovimenti della nostra produzione nazionale fuori dai canoni (purtroppo) consueti della commedia di costume, dell’intimismo autoriale e della biografia storica, unici filoni intercettati, promossi e finanziati dalle commissioni ministeriali negli ultimi decenni. Il film di Di Pasquale è, infatti, fieramente indipendente e frutto del coraggio e dell’avventurismo di un gruppo di persone (BeDi Produzioni, Lemal Film, Umami Film) che del loro essere “fuori” da determinate dinamiche fanno bandiera e narrazione. Avvalendosi di un pugno di attori “complici” e noti, come Daphne Scoccia (Fiore di Claudio Giovannesi) e Elisabetta De Vito (collaborazioni con Caligari, Crialese, Vanzina), Di Pasquale, anche sceneggiatore, organizza un balletto sadico di punizione e morte che sa tanto di personale rivendicazione verso un sistema dello spettacolo che affascina e ripugna, in cui si vorrebbe essere inclusi e parimenti se ne rivendica la totale estraneità. Si nominava nell’introduzione il cineasta argentino riparato e adottato dalla Francia Gaspar Noé perché alcuni suoi lavori, come Climax, ci sembrano tra i paragoni più calzanti per poter dare un’idea al lettore dell’atmosfera cupa ed esteticamente curata che si troverà davanti agli occhi durante la visione.
Sette personaggi ( i sette peccati capitali? Sì) atti a rappresentare vizi/deviazioni/distorsioni si fanno coinvolgere da una misteriosa organizzazione in un gioco al massacro con dei soldi in palio, totalmente ignari di quello che li aspetta. Ci vengono presentati, con una felice idea di regia, mentre rivolgono le spalle alla macchina da presa davanti ad uno specchio, che ci rimanda quindi la loro immagine attraverso un doppio filtro, segno tangibile della fiera delle apparenze di cui sono inconsapevoli testimonial. Stacco e ci troviamo all’interno di una sala cinematografica , con un lungo, insistito, lento zoom-in che parte dal totale per poi isolare pian piano l’unico elemento dissonante e che non conosciamo ancora: un ragazzo che indossa un copricapo in latex che ne nasconde i lineamenti, tra Diabolik e lo schiavo masochista (volontariamente?) prigioniero nei sotterranei del banco dei pegni in Pulp Fiction. Il disagio di questo “nulla” iniziale si trasformerà presto in una sarabanda senza pause né sconti, nella quale ognuno dei convenuti sarà chiamato ad una parossistica ed estrema resa dei conti con il proprio essere e le proprie azioni ed idee. Non andiamo oltre nella descrizione, seppur sommaria, perché il film punta su una serie di improvvisi e sorprendenti colpi allo stomaco dello spettatore che un’anticipazione disinnescherebbe in toto. E’ bene invece tornare per un attimo al concetto di violenza sullo schermo e di suo posizionamento “sociale” con cui avevamo iniziato la disamina: il pubblico borghese del XXI secolo è convinto di non poter più essere scandalizzato da nulla, e che qualsiasi cosa invece vi riesca sia “di cattivo gusto”. Che è esattamente l’atteggiamento che tacciava di volgarità Billy Wilder negli anni Cinquanta, o Buñuel nel periodo tra le due guerre mondiali, tanto per fare due esempi illustrissimi; quando si manifesta un neopuritanesimo di ritorno, è sempre cosa buona e giusta tornare a colpire forte e duro. Bisogna stare attenti, però, ai fraintendimenti tematici: si può benissimo rievocare il John Doe del Seven di David Fincher, terribile assassino senza nome e con un volto, quello di Kevin Spacey, oggi alla berlina quasi in totale rispecchiamento tra persona e personaggio, ma non confondere questo con il “no future” del punk, che sostanzialmente (stiamo semplificando) rifiuta la morale e si pone statutariamente come vitalismo giovanilista teso a rompere i rapporti con le precedenti generazioni. Quindi sono giovani e punk i Punkcake in colonna sonora, esibitisi anche a Pesaro in coda alla proiezione in un gustoso e apprezzato fuori programma, non lo è PER NULLA il regista alla soglia dei cinquant’anni e il suo feroce apologo morale. Ecco spiegato il motivo del voto solo sufficiente per un film che, comunque, consigliamo di vedere per la sua totale estraneità al cinema italiano contemporaneo, lo ribadiamo ancora una volta. “Punire” almeno un minimo questa autodichiarazione di importanza, condita nelle interviste da riferimenti alle stragi del mondo che almeno chi scrive ha trovato particolarmente fastidiose, ci sembra un modo per restare in sintonia con il film.
Info
Punk State sul sito di Pesaro.
- Genere: drammatico, grottesco, thriller
- Titolo originale: Punk State
- Paese/Anno: Italia | 2026
- Regia: Loris Di Pasquale
- Sceneggiatura: Loris Di Pasquale
- Fotografia: Jacopo Maria Caramella
- Montaggio: Loris Di Pasquale, Marco Rizzo
- Interpreti: Alessia Bellotto, Alma Noce, Antonio Balbi, Daphne Scoccia, Elisabetta De Vito, Filippo Gattuso, Gianfilippo Grasso, Riccardo Colasuonno, Sebastien Halnaut, Simone Zambelli
- Produzione: BeDi Produzioni, Lemal Film, Umami Film
- Durata: 73'


Oreste
Pesaro 2026