A Summer Story – Un amore d’estate

A Summer Story – Un amore d’estate

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Nell’estate del 1902, un giovane avvocato londinese in viaggio nel Devon incontra una ragazza di campagna appartenente a un ambiente lontanissimo dal proprio e, nel volgere di pochi giorni, quella che poteva essere soltanto una deviazione nella sua esistenza assume il peso di una scelta destinata ad accompagnarlo per molti anni. Piers Haggard adatta L’albero delle mele di John Galsworthy e affida a James Wilby e Imogen Stubbs una storia d’amore nella quale il desiderio si misura con la classe sociale, la paura e la responsabilità della parola data. Dentro la grande stagione del cinema britannico in costume, A Summer Story – Un amore d’estate trova una tonalità più rustica e dolente, vicina all’universo di Thomas Hardy e sostenuta dalla musica indimenticabile di Georges Delerue.

L’estate che non ritorna

Nell’estate del 1902 Frank Ashton, giovane avvocato londinese in viaggio a piedi nel Dartmoor con un amico, si sloga una caviglia ed è costretto a fermarsi presso una fattoria, dove viene assistito da Megan David, giovane nipote del proprietario. Fra i due nasce rapidamente un amore che conduce Frank a prometterle di portarla con sé a Londra e di sposarla; prima della partenza deve però raggiungere Torquay per incassare un assegno e procurarsi il denaro necessario al viaggio. Un contrattempo alla banca lo costringe a prolungare il soggiorno e l’incontro casuale con un vecchio compagno di scuola, Halliday, e con sua sorella Stella, appartenente allo stesso ambiente sociale di Frank, apre una crepa nel progetto condiviso con Megan. [sinossi]

Nei racconti d’amore l’estate ha una crudeltà particolare, offrendo alla felicità l’illusione della durata nel momento stesso in cui ogni cosa appare più vicina alla pienezza, i campi acquistano un verde più intenso, le giornate si distendono fino a far dimenticare l’ora, una passione nata da pochi incontri può persuadere due persone che quelle settimane contengano già il resto dei loro giorni; poi la stagione declina, le consuetudini riprendono peso e affiora la distanza fra il desiderio e la vita concreta in cui deve trovare posto. A Summer Story – Un amore d’estate, diretto da Piers Haggard nel 1988 a partire da L’albero delle mele di John Galsworthy, lascia che una vicenda durata poche settimane acquisti, con il trascorrere degli anni, una gravità ancora invisibile a chi la vive. Fra gli anni Ottanta e Novanta il cinema britannico tornò a interrogare il proprio passato con una ricchezza figurativa e morale che fece del cosiddetto heritage film molto più di una ricostruzione elegante di epoche perdute, perché dietro le case, i giardini, gli abiti, le porcellane, le campagne e l’educazione dei gesti continuavano ad agire desideri, rinunce e gerarchie capaci di decidere il destino degli individui. James Ivory ne offrì alcune delle espressioni più alte, riconoscendo nell’ordine delle forme sociali tanto la bellezza di un mondo quanto la violenza discreta esercitata su chi tentava di sottrarsi alle sue regole; A Summer Story si colloca nella medesima fioritura cinematografica, scegliendo una materia meno sontuosa, più terrestre, dove il Devon assume il colore del lavoro e della fatica, gli abiti di Megan appartengono davvero alle giornate trascorse alla fattoria e perfino la bellezza del paesaggio mantiene una ruvidità che impedisce alla nostalgia di trasformarsi in compiacimento. Nelle brughiere del West Country si avverte la memoria di Thomas Hardy, richiamata dalla distanza fra le classi, dall’attrazione fra un uomo istruito e una ragazza di campagna, dal potere degli incidenti minimi di deviare un’intera esistenza e soprattutto da quella crudeltà narrativa per cui il caso predispone gli incontri, affidandone l’esito al carattere degli uomini. Galsworthy parla con una voce propria e una diversa disciplina dello sguardo, tuttavia conosce altrettanto bene il prezzo imposto dalle convenzioni sociali alle inclinazioni private e, nella vicenda di Frank e Megan, il conflitto emerge innanzitutto nei dettagli quotidiani, nell’accento, nell’educazione, nel lavoro, nel denaro, prima di assumere una dimensione morale. Una caduta durante una passeggiata, una caviglia slogata e la necessità di fermarsi per qualche giorno portano Frank Ashton nella vita di Megan, circostanze minime sufficienti a deviare il corso ordinario delle cose. I grandi narratori conoscevano bene la forza di simili contrattempi, una carrozza rotta, un temporale improvviso, una lettera smarrita, un sentiero imboccato per errore, episodi da cui può dipendere un’intera vita; Haggard ne mantiene la semplicità e lascia che Frank si fermi nella fattoria quasi per caso, prima che Megan trasformi la sosta in un’esperienza dalla quale nessuno dei due uscirà identico.

Imogen Stubbs offre alla ragazza una bellezza radicata nella campagna e insieme capace di eccederla; Megan conosce gli animali, la terra, il lavoro, la rudezza degli uomini fra i quali è cresciuta e il suo accento reca immediatamente l’impronta dell’origine rurale, in contrasto con i salotti frequentati da Frank, eppure nulla in lei autorizza a confondere l’umiltà della condizione con una minore complessità interiore. Nei suoi gesti convivono impeto e vulnerabilità, una sensualità ancora spontanea e una capacità assoluta di attribuire alle parole tutto il loro peso; quando ama Frank, Megan non immagina una parentesi felice, comincia già a pensare a sé nei termini di quell’amore e ne accetta in anticipo il possibile prezzo. Haggard rende particolarmente significativa la breve immersione di Frank nel mondo della ragazza; il giovane avvocato non resta un semplice visitatore cittadino affascinato da una vita regolata da ritmi estranei ai propri, partecipa alla festa della tosatura, affronta persino la prima pecora con le cesoie e si scontra con l’ostilità di Joe Narracombe (Jerome Flynn), cugino di Megan che la desidera e diffida istintivamente di quegli uomini raffinati venuti dalla città, liberi di ripartire quando l’estate volge al termine. Per qualche giorno Frank sembra poter condividere i gesti e i ritmi della comunità, il desiderio fra lui e Megan trova compimento nella notte trascorsa insieme e la promessa di un futuro comune acquista la consistenza di una decisione già presa, tanto che la partenza per Torquay rappresenta, nelle intenzioni di Frank, l’ultimo passaggio pratico prima della fuga verso Londra. La disparità fra i due amanti si rivela allora in tutta la sua ampiezza, poiché Frank può immaginare Megan a Londra senza perdere professione, relazioni, educazione, prospettive e familiarità con il proprio ambiente; per lei, seguirlo significa abbandonare la famiglia, il villaggio, i luoghi dell’infanzia e imparare una città nella quale ogni conversazione rischia di ricordarle la propria origine. Il matrimonio con un avvocato londinese può sottrarla alla precarietà economica della vita in fattoria, tuttavia il prezzo è una migrazione intima e sociale radicale, l’ingresso in un universo le cui regole deve apprendere fra persone che le conoscono da sempre; Megan accetta questa eventualità per amore, mentre per Frank le parole pronunciate alla fattoria cominciano allora ad avere un costo.

Torquay modifica la temperatura morale del film prima ancora della sua atmosfera visiva; Frank vi giunge per incassare l’assegno necessario alla partenza e trova invece una banca che rinvia il pagamento in attesa di contattare la filiale londinese, un contrattempo amministrativo tanto banale da diventare decisivo. Frank perde il treno, l’appuntamento con Megan diventa impossibile e il caso, che all’inizio aveva favorito il loro incontro servendosi di una caviglia slogata, sembra ora mutare direzione; nello stesso tempo incontra Halliday (John Elmes), vecchio compagno di scuola che soggiorna in albergo con le sorelle, e ritrova intorno a sé la lingua sociale dalla quale si era allontanato durante i giorni trascorsi nel Dartmoor. Halliday dà forma razionale ai timori che Frank non aveva ancora osato formulare, invitandolo a distinguere l’idealismo dell’innamoramento dalla realtà di un matrimonio destinato a portare Megan lontano dall’unica casa conosciuta e ricordandogli, sotto l’apparenza del buon senso, la distanza che separa i due giovani. Frank non subisce divieti espliciti, né intervengono famiglie o autorità a difendere un nome, un patrimonio o la legge della classe; la pressione sociale agisce in maniera assai più sottile, trasformandosi in consiglio ragionevole, considerazione pratica, prudenza adulta, fino a permettere all’uomo di scambiare il proprio timore per lucidità. Stella, interpretata da Sophie Ward, completa il ritorno di Frank al mondo conosciuto; vi appartiene già e non gli chiede alcuna traduzione di sé, mentre a lui basta parlarle, camminarle accanto, riconoscere i codici condivisi perché il progetto che poche ore prima sembrava legato a Megan cominci ad apparirgli improvvisamente più arduo. La giovane donna può perfino leggere nel treno perduto un intervento del destino, e l’ironia dolorosa del film nasce dal fatto che Frank è ormai pronto ad accogliere questa interpretazione mentre Megan, nel Dartmoor, continua a credere alla parola ricevuta e attende nel luogo concordato il suo ritorno. Quando l’attesa si prolunga e la ragazza decide di raggiungere Torquay, A Summer Story arriva alla scena che definisce Frank con una precisione superiore a qualsiasi giudizio pronunciato su di lui; fra la folla della località balneare l’uomo vede improvvisamente Megan, allontana Stella con un pretesto, segue la ragazza lungo una strada e si porta abbastanza vicino da poterla richiamare e, quando Megan sta quasi per voltarsi, si sottrae al suo sguardo e si nasconde dietro un edificio, lasciandola continuare la ricerca di un uomo ormai vicinissimo.

L’intero film converge in quel gesto, poiché il ritardo della banca apparteneva al caso, il treno mancato poteva ancora essere attribuito agli eventi, i consigli di Halliday avevano insinuato il dubbio e l’attrazione per Stella aveva reso più incerto il passo da compiere, mentre nascondersi richiede un atto volontario, compiuto nell’istante in cui gli viene concessa una seconda occasione. Frank ama Megan al punto da seguirla e da volerla guardare ancora; deve soltanto pronunciarne il nome, ma si arresta davanti alle conseguenze racchiuse in quel richiamo, e la sincerità del sentimento rende più grave la sua debolezza. James Wilby restituisce con grande precisione questa irresolutezza evitando di anticiparla con segni di calcolo o crudeltà; nel volto e nel portamento conserva la compostezza dell’uomo educato a governarsi, incrinandola con esitazioni minime dello sguardo, così che il cedimento di Frank prende forma davanti allo spettatore senza trasformarlo retroattivamente in un seduttore che aveva mentito fin dall’inizio. Il gesto di Torquay non riscrive quell’estate come una menzogna; ne altera dall’interno il senso, ed è in questa contraddizione che Wilby trova la misura più dolorosa del personaggio. Megan acquista, per contrasto, una grandezza che Imogen Stubbs sottrae a ogni sentimentalismo; la ragazza riunisce impeto, sensualità, gelosia, ostinazione, inesperienza e una fiducia a tratti perfino temeraria, qualità che la liberano dalla condizione di vittima predestinata e ne fanno una creatura dolorosamente viva. Aspetta, parte da sola alla ricerca di Frank e raggiunge la città in cui lui si è rifugiato, mentre l’uomo che avrebbe dovuto condurla verso una vita diversa sceglie di guardare da lontano il cammino che lei ha compiuto per raggiungerlo. Anche la campagna viene filmata da Haggard lasciando convivere la bellezza del Devon con la durezza materiale di quelle vite; la fotografia di Kenneth MacMillan accompagna questa tensione, restituendo alle alture, alle strade, alle fattorie, agli animali e ai campi il peso del lavoro insieme alla loro seduzione. Nei grandi film di James Ivory l’eleganza nasceva spesso dall’attrito fra la perfezione formale e l’impulso a sottrarsi all’ordine sociale che la sostiene; Haggard muove da una materia più agreste e lascia che Torquay, con gli alberghi, il mare, gli abiti e le passeggiate, introduca un’altra grammatica visiva, fino a inscrivere l’agio ritrovato da Frank nella disposizione stessa delle immagini. Georges Delerue comprende intimamente la fibra del film e compone una musica nella quale la dolcezza contiene già la propria lontananza, quasi che la melodia dell’estate del 1902 giungesse da un futuro in cui quelle giornate possono ormai esistere nella rievocazione. Delerue sapeva scrivere temi capaci di separarsi dalle immagini e continuare a risuonare oltre il film, e qui ogni ritorno musicale porta con sé una tenerezza che non addolcisce gli eventi, li consegna piuttosto alla dimensione irreversibile delle esperienze divenute preziose quando nessuna ripetizione può restituirle identiche.

La costruzione temporale porta infine Ashton diciotto anni oltre quella stagione e lo riconduce nel Devon accanto a Stella, ormai sua moglie; la barba grigia e il trucco d’invecchiamento segnano la distanza dalla giovinezza senza imporsi sull’emozione della sequenza, affidata piuttosto alle scoperte che lo attendono alla fattoria, al modo in cui guarda i luoghi di allora e alla consapevolezza tardiva che poche settimane della sua giovinezza hanno continuato a incidere su un’esistenza apparentemente proseguita altrove. Haggard evita inoltre di ridurre il finale a una semplice punizione morale, lasciando che il ritorno di Frank avvenga dentro un ordine ormai sottratto a ogni possibilità di correzione; il passato gli viene mostrato nella sua irreparabilità, e gli ultimi incontri, i luoghi riconosciuti e i segni lasciati da Megan acquistano così una forza che eccede il melodramma e raggiunge una regione più inquieta, nella quale un uomo comprende che gli anni non hanno sciolto ciò che credeva di essersi lasciato alle spalle.

A distanza di quasi quarant’anni, A Summer Story continua a distinguersi da molti film costruiti intorno all’amore perduto perché la vicenda, pur riducibile a pochi eventi, racchiude la densità di un’esistenza intera, una caviglia slogata, una tosatura, una notte d’amore, una lite, un assegno che la banca rifiuta di pagare, un treno perduto, il consiglio di un amico, una ragazza intravista fra la folla, un uomo che si nasconde invece di chiamarla; Haggard lascia che questi elementi concreti diventino lentamente la materia di una colpa e affida agli anni il compito di mostrarne il peso meglio di qualsiasi sentenza. Imogen Stubbs rimane infine il centro emotivo dell’opera, poiché il volto di Megan continua a imporsi anche quando il racconto appartiene ormai alla maturità di Frank. L’attrice attraversa l’energia dei primi incontri, l’abbandono della notte d’amore, l’attesa e la ricerca di Torquay tenendo insieme ogni mutamento di Megan, mai predisposta al sacrificio dal meccanismo melodrammatico; la commozione nasce dalla sensazione che attorno alla ragazza si aprisse un’intera vita possibile e che il film ce ne abbia lasciato intravedere soltanto l’inizio. A Summer Story conserva così una pazienza sempre più preziosa, quella di lasciare che un amore abbia un paesaggio, un’economia, un accento, una classe sociale, una stagione e conseguenze capaci di estendersi molto oltre il momento in cui tutto sembrava ancora reversibile; quando la musica di Delerue torna ad accompagnare le immagini e il Devon riappare sotto una luce sospesa fra presente e ricordo, l’estate del 1902 smette di essere soltanto il breve incontro fra Megan David e Frank Ashton e diventa la misura di quanto una vita possa perdere in un istante di paura, quando sarebbe bastato uscire dal proprio nascondiglio, chiamarla e percorrere i pochi passi che li separavano.

Info
A Summer Story – Un amore d’estate, un trailer.

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