The Road to Jericho

The Road to Jericho

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Ingabbiato nel suo cinema e nella sua visione del mondo di israeliano di sinistra che crede ancora alla democrazia del suo paese, Amos Gitai realizza con The Road to Jericho un film sorpassato dalla Storia, che ignora il genocidio del popolo palestinese e continua a trattare la questione israelo-palestinese con gli stessi suoi strumenti di sempre, l’allegoria, la malinconia, la poesia. Ma, aggiornando Adorno, si può e si deve dire: «Niente più poesia dopo Gaza».

Nell’era democratica mi ricordo di discorsi belli tondi, ragionevoli

Da Gerusalemme a Jericho, un viaggio visivo e mentale attraverso gli spazi e il cinema di Amos Gitai. [sinossi]

Diceva Adorno: «Niente più poesia dopo Auschwitz». Non sembra rendersene conto Amos Gitai con il suo nuovo film, The Road to Jericho, presentato a Venezia fuori concorso. Vale a dire che oggi bisogna dire lo stesso: «Niente più poesia dopo Gaza», e invece il film di Gitai non fa altro “poesieggiare” intorno alla guerra, con voice over ridondanti e malinconiche che parlano per astrazioni e allegorie, con atteggiamenti paternalistici nei confronti del popolo palestinese come se non ci fosse stato – e non ci fosse tuttora – il genocidio sistematico di quel popolo da parte di un paese, Israele, che Gitai assurdamente continua a sperare che possa essere – o possa tornare a essere – l’Atene del Medio Oriente, come ha dichiarato lo scorso marzo in un incontro in Grecia. Ma come può un intellettuale dell’intelligenza e dell’acume di Gitai che, tra le altre cose, era un amico carissimo di Elia Suleiman, con cui aveva realizzato quello splendido piccolo film che era War and Peace in Vesoul (1997), come può un cineasta che per anni – anzi, per decenni – abbiamo visto come una luce nel cupo paesaggio di una società israeliana che si faceva sempre più brutale, come può oggi non rendersi conto che gli strumenti di un tempo – di un tempo nemmeno troppo lontano, perché in fin dei conti Why War? del 2024 sembrava ancora vagamente agganciato al presente – non funzionano più, che gli arnesi del suo cinema e della sua visione di israeliano democratico di sinistra sono stati bruscamente sorpassati dalla Storia?

Probabilmente non può che essere così, vale a dire che Gitai – come tutti – è rimasto spiazzato dallo sterminio messo in piedi da Netanyahu post-7 ottobre 2023, ma non ne ha tratto le dovute conseguenze e in questo suo The Road to Jericho è come se la situazione del conflitto israelo-palestinese fosse la stessa di quattro, cinque anni fa. E dunque la critica che Gitai faceva allora della società israeliana non si è trasformata in rifiuto, ma è rimasta critica, come se si potesse ancora sperare che, se dovesse perdere le elezioni Netanyahu, Israele possa tornare a una sua presunta verginità democratica.
Ci diceva anni fa Vincent Dieutre, scomparso purtroppo di recente, che a suo avviso negli ultimi anni Godard si era rinchiuso in un castello delle menzone, in un gioco di specchi depressivo in cui tutto era finito, il cinema, l’arte, la politica, ecc. Ebbene, quel gioco di specchi, quel labirinto senza uscita, sembra ora essere lo stesso di Gitai, ingabbiato nel suo mondo e nel suo cinema, ormai diventato piccolo di fronte all’enormità della tragedia in corso. Tanto che The Road to Jericho è soprattutto un “rimasticamento” del cinema di Gitai, pieno di citazioni di suoi vecchi film, un rimescolamento, un collage, quasi senza giustapposizioni, ma come a blocchi, che si susseguono uno dopo l’altro lungo un ondivago tracciato di una lamentatio estenuata, passiva, passatista e anche un po’ auto-assolutoria, come a dire: «Eh, ma io ve l’avevo sempre detto!». Sì, lo sappiamo che l’avevi sempre detto, ma ora non serve dirlo ancora sempre nella stessa maniera, ora serve prendere posizioni nuove più radicali, serve parlare di Israele come stato genocida. E invece Gitai ci ridice il già detto, ci reitera il suo cinema come un messaggio lanciato nella bottiglia che arriva a destinazione quando il naufrago è già morto. E d’altronde ritorna, e per l’ennesima volta, a Rabin, a quella vecchia speranza seppellita dal tempo, dal sangue, dagli orrori, ritorna al desiderio di una Storia che si può fare con i se: «Se non fosse morto Rabin…» Ma se non fosse morto Rabin nulla sarebbe cambiato, vale a dire che se Rabin è morto è perché doveva morire nel percorso da tempo ormai intrapreso dalla società israeliana, un percorso malato di cui Rabin stesso faceva già parte, così come poi anni dopo la stessa dinamica si sarebbe ripetuta con Sharon. Restando all’interno dello stesso perimetro, non se ne esce, e Gitai solo uscendo fuori da sé potrebbe riuscire a tornare ad avere uno sguardo lucido, una visione chiara del presente. Visione chiara che, va detto, in pochi hanno, ma se c’è una cosa che è diventata chiarissima in questi anni è dove sta la ragione e dove sta il torto, e altri israeliani lo hanno capito, altri come Eyal Sivan ad esempio, che chiamano al boicottaggio anche culturale di Israele. Invece Gitai rattoppa il vestito del suo cinema prendendo vecchie pezze di qua e di là e, nel rimontarlo, lo smonta forse definitivamente, come un castello di carte, mostrandosi persino attento a una sorta di manuale Cencelli che arriva a leggere in voice over nel finale un banale estratto da una poesia del palestinese Mahmoud Darwish, come a dire di voler essere attento a tutte le voci, di voler essere democratico. Ma la democrazia, quel gioco di specchi, si è ormai frantumata da tempo.

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