Wild Horse Nine
di Martin McDonagh
Nuovamente in concorso a Venezia, Martin McDonagh con Wild Horse Nine adagia il suo minuzioso e oramai proverbiale pattern su un’altra isola, dall’altra parte del Mondo, in un rovesciamento speculare, sondando ancora una volta le pene dell’anima (e del corpo) e le profondissime ferite della Storia, qui purulente. Umorismo nero, ambientazione rurale, violenza (e una dose ancor maggiore di crudeltà, in fieri) e uno stralunato quanto millimetrico ritratto del Male, dalla CIA a Pinochet. Prodotto (anche) da Pablo Larraín.
I nazisti buoni vanno in Paradiso?
Poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, gli agenti della CIA Chris e Lee vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo, MJ. Tra le emblematiche statue dell’isola, mentre i due compagni di lunga data si confrontano con i propri oscuri trascorsi e con le cospirazioni del presente, il legame stretto da Chris con due studentesse ribelli rischia di far prendere una piega imprevista al soggiorno di tutti in questo remoto paradiso… [sinossi]
Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la risa y me ha dado el llanto
Asi yo distingo dicha de quebranto
Los dos materiales que forman mi canto…
– Violeta Parra, Gracias a la vida.
Eravamo rimasti in attesa di Godot, su un’isola, tra due amici\nemici. Una storia che guardava alla Storia. Qualche anno dopo, sempre in concorso a Venezia, ci ritroviamo su un’isola, con una strana coppia, tra storia e Storia. Facile definirlo un dittico, Gli spiriti dell’isola & Wild Horse Nine, tenendo però a mente che sul versante teatrale il sagace McDonagh ha già alle spalle due trilogie, Leenane e Isole Aran. Mai dire mai.
L’ambientazione rurale irlandese lascia il posto all’esotica Isola di Pasqua, ovvero Rapa Nui (così la chiamano gli indigeni, giusto?). Eppure, da Inisherin a Rapa Nui il passo sembra breve, un po’ per le distese verdi, per le abitazioni semplici, un po’ perché la location non è più immaginaria ma quantomeno immaginifica: i moai (le teste di pietra) sembrano infatti riverberare il gusto per il grottesco e per il paradosso di McDonagh, potenziando questa fuga dal Tempo (l’11 settembre 1973) e dallo Spazio (il Cile, dallo Stadio Nazionale di Santiago a tutto quello che seguirà), questa parentesi impossibile ma ferocemente realista. E idealista, con le sue liberatorie illusioni – quei rapimenti, quel rapimento: mai in macchina, piuttosto la morte.
È nato prima l’uovo o la gallina? Ecco, sono i talenti smisurati di John Malkovich e Sam Rockwell a dare lustro alla scrittura di McDonagh o è la scrittura del cineasta e drammaturgo inglese di origine irlandese a esaltare le loro prove attoriali? Fin da principio, ovvero In Bruges – La coscienza dell’assassino, con la coppia Colin Farrell & Brendan Gleeson, la regola è stata sempre rispettata: grandi attori. E quindi, in ordine sparso, Rockwell, Walken, Harrelson, McDormand, Buscemi… tutti attori, chi più chi meno, col plusvalore del caratterista: volti, corpi, voci. Tutti scavati, vissuti, più vicini agli uomini che alle stelle. A incastrare perfettamente questi tipi e le loro performance – fin troppo, dicono alcuni con le loro buone ragioni – concorrono i dialoghi e i meccanismi narrativi di McDonagh, la sua scrittura geometrica, fatta di minuziosi rovesciamenti, di battute che tornano, di situazioni che si capovolgono, sempre con un tempismo impeccabile. Una scrittura che non è flusso, ma marchingegno autoalimentante. Un circuito chiuso, come d’altronde le location scelte (anche Ebbing di Tre manifesti), che riesce a farsi specchio dei sentimenti umani e dei piccoli e grandi accadimenti, persino della nostra Storia.
I nazisti buoni vanno in Paradiso? Si potrebbe dire che Martin McDonagh torna sul luogo del delitto, il problema è che i delitti sono tanti, saranno tantissimi, sempre di più, un vero e proprio orrore. Un’Apocalisse. La morte della democrazia, che già non stava tanto bene dopo l’assassinio di JFK a Dallas nel 1963, l’inizio della fine. Già, prima qualcuno aveva ucciso Patrice Lumumba, primo ministro del Congo, nel 1961: ma era nero, who cares? Wild Horse Nine ci prende per mano, ci allerta nell’incipit, ci diverte e poi ci mette di fronte a tutto questo, all’idea malata e marcia di un bene superiore che può nutrirsi del male, della morte. Il bizzarro cinismo dell’agente Carlisle (Malkovich) è l’unico veicolo possibile per attraversare questa valle di lacrime, fantasmi e cadaveri, uscendone forse vivi. Quando lui, invece di Godot, sta solo aspettando la Morte. McDonagh non riscrive tarantinamente la Storia, semmai cala dall’alto due diabolici angeli custodi, affidandogli il compito di trovare un impensabile punto di equilibrio tra Inferno e Paradiso. Tra colpa e riscatto, tra la cruda realtà e la liberatoria finzione del cinema. Però, ahinoi, l’11 settembre è alle porte e nessuno salverà Allende.
Info
La scheda di Wild Horse Nine sul sito della Biennale.
- Genere: commedia, drammatico, thriller
- Titolo originale: Wild Horse Nine
- Paese/Anno: Cile, GB, USA | 2026
- Regia: Martin McDonagh
- Sceneggiatura: Martin McDonagh
- Fotografia: Ben Davis
- Interpreti: Ailín Salas, John Malkovich, Mariana Di Girolamo, Paola Giannini, Parker Posey, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits
- Colonna sonora: Carter Burwell
- Produzione: Blueprint Pictures, Film4, Searchlight Pictures
- Distribuzione: The Walt Disney Company Italia
- Durata: 118'
- Data di uscita: 05/11/2026






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