Primetime

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Primetime segna l’esordio nel cinema di finzione per il trentenne documentarista Lance Oppenheim, che partendo da fatti realmente accaduti nel 2006 si lancia in una requisitoria un po’ confusa e abbastanza semplicistica contro la società dello spettacolo e l’abuso del diritto di cronaca. Nevrastenico, ambizioso, inutilmente sopra le righe. In concorso a Venezia 2026.

Caccia al predatore…

Usa, 2006: l’emittente televisiva Nbc promuove nella fascia di massimo ascolto To Catch a Predator, condotto dall’aggressivo Chris Hansen, programma in cui dei predatori sessuali vengono attirati dal falsi minorenni e arrestati in diretta, di fronte alla Nazione. [sinossi]

Fuori tempo massimo, visto e risaputo, senza alcun dialogo con il contemporaneo: sono tra le constatazioni meno grevi che si possono fare su Primetime, esordio nel cinema di finzione del giovanissimo documentarista Lance Oppenheim (classe 1996), a parte domandarsi cosa ci faccia un film del genere in Concorso a Venezia. La risposta, parzialmente, la dà forse la produzione A24 che, in un anno senza grandi nomi americani, garantisce alla Mostra un indie movie (Ari Aster è tra i fautori della pellicola – termine non solo metonimico, in questo caso, visto che si tratta di un lavoro girato anche in 35mm) che racconta una storia tanto a stelle e strisce e tanto scritta male dallo sceneggiatore Ajon Singh. Se negli Usa il nome di Chris Hansen (interpretato da uno spaesato Robert Pattinson) si posiziona nell’immaginario collettivo degli ultimi decenni, lo stesso grazie al cielo non vale per il resto del mondo dunque sarebbe stato utile scrivere almeno decentemente il personaggio senza dare per scontato che sia un emblema o evochi qualcosa: purtroppo non è andata così e anche il protagonista è tirato via, privo di coloriture e di interesse. Tratto da una storia vera, Primetime racconta il momento di massimo successo del programma televisivo To Catch a Predator (sarebbe curioso sapere se il titolo guarda più a To Catch a Thief di Hitchcock o a To Kill a Mockingbird di Harper Lee) andato in onda su Nbc dal 2004 al 2007: condotto appunto da Hansen, mattatore istrionico e aggressivo, lo “show” attirava in una casa piena di telecamere dei predatori sessuali che adescavano minorenni online e li faceva poi arrestare in diretta, di fronte a milioni di telespettatori. I presunti “ragazzini” erano in realtà membri del team della produzione, quindi adulti grandi e vaccinati che si fingevano teenager e chattavano con dei maniaci al fine di stanarli e farli prendere dalle forze dell’ordine a uso e consumo del pubblico televisivo. Volgare, ridicolo, incredibile nella sua ripetizione schematica e ai limiti della legalità, lo show piace tantissimo agli americani e fa ascolti da urlo perciò l’emittente propone a Hansen di passare alla fascia oraria con il picco di ascolti, il “primetime” appunto. Per mantenere alta l’attenzione dell’audience e far crescere i numeri, bisogna però alzare l’asticella e trovare storie ancora più morbose ed eclatanti: è qui ovviamente che iniziano i guai seri.

Girato in maniera nevrastenica, con cambi di grana, split screen che richiamano i monitor tv, colori sparati per richiamare il digitale grossolano di inizio Millennio, Primetime è una storia poco originale che non trova il proprio centro gravitazionale. Ma, quando lo cerca, forse è anche peggio risultando ridondante e didascalico: Hansen, alla fine, viene presentato come un tizio ossessionato non solo dagli ascolti (cosa che, in realtà, interessa maggiormente la sua produttrice), ma dal voler “fare giustizia”. La faccenda è suffragata dalla bruttissima parentesi “indiana” che vorrebbe ergersi a parabola morale, in un modo o in un altro, ma soprattutto dalle insistite immagini e dai ricorrenti servizi televisivi che parlano dell’esecuzione di Saddam Hussein: siamo negli Stati Uniti in piena sete di vendetta, diventati giustizieri del mondo con la bava alla bocca e To Catch a Predator risponde sia ai bisogni dei cittadini sul divano che a quelli del conduttore. Perché avere la minima pietà per un maniaco sessuale che adesca volentieri minorenni? Perché non si dovrebbe impiccare un dittatore o con chi minaccia (o anche lontanamente non piace a) Washington? La verità è che il personaggio di Hansen vorrebbe rappresentare un Paese imbarbarito e avere qualche parentela con il protagonista di Taxi Driver (in questo senso, il motivo portante della colonna sonora pare cercare tale connessione), ma il risultato è totalmente fallimentare. Anche perché non hanno alcun senso le sottotrame famigliari o para-sentimentali del protagonista. Il film gira quindi clamorosamente a vuoto e termina già con la prima sequenza in cui viene presentata la dinamica dello squallido programma: il resto delle quasi due ore sono un reiterare stanco in una escalation solo nominale poiché tutto è paratattico. Non ha senso del ritmo, Primetime: se ogni scena è completamente nevrotica dall’inizio alla fine, non esiste dinamica interna, non vi è climax. Quante volte, poi, abbiamo visto e rivisto la rappresentazione della tv sensazionalistica americana? Senza scomodare titoli storici e a loro modo “pioneristici” come Quinto potere di Lumet, 1976, nel 2014 già Lo sciacallo – Nightcrawler sembrava a suo modo superato dai fatti e, in ogni caso, si interessava almeno al rapporto tra network televisivi e utenti dotati di cellulari dunque capaci di superare in velocità e propagazione persino la tradizionale “informazione”. In questo Primetime non c’è invece alcuno spunto degno di interesse se non una generica e irrilevante denuncia circa un certo modo di fare televisione. Ma a chi dovrebbe interessare, nell’epoca dei procedimenti giudiziari a Meta, il ruolo della tv trash? Nell’era dei reel, cosa dovrebbe dirci un lavoro come quello di Oppenheim? Per capire che il punto non è l’ambientazione di inizio secolo, basti pensare a quanto Ink di Danny Boyle, il film che ha aperto la Mostra di Venezia, riesca a parlare all’oggi tirando fuori dalla memoria una vicenda che ha quasi sessant’anni: con Primetime tale riflessione ermeneutica deve essere totalmente sfuggita e quel che ne è scaturito è un esausto e insopportabile film sulla spettacolarizzazione giustizialista in tv. Dispiace lo spreco di un bravo e non banale attore come Robert Pattinson cui non è stata consegnata una parte quanto una serie di battute senza collante. Come al resto del cast. Pasticciato, noioso, inutilmente sopra le righe: un vero disastro.

Info
Primetime sul sito della Biennale.

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