Possible Love
di Lee Chang-dong
Presentato in concorso a Venezia 2026, Possible love di Lee Chang-dong riflette sulla società del capitale e sulla teoria dello sguardo, delineando un ritratto amaramente preciso di quel che resta della lotta di classe e della situazione sempre più tesa nella Corea del Sud. Tra le pieghe di un inusuale incontro tra due mondi apparentemente inconciliabili, il grande autore sudcoreano riesce a intrecciare pulsioni umane e fratture sociali, aspirazioni artistiche e traumi nascosti.
Guarda che luna
Due coppie sposate, due mondi che si incontrano attraverso la macchina da presa: un lavoratore licenziato e sua moglie, una documentarista e suo marito. Mentre collaborano alla realizzazione di un film, le loro strade si intrecciano, rivelando differenze profonde e desideri inconfessati… [sinossi]
Non desiderare la roba d’altri. Il decimo comandamento, ma anche (soprattutto) il Decalogo 10 di Kieślowski. Possible love parte da qui, per poi mettere in scena, con un raffinato meccanismo metacinematografico, una riflessione sulla lotta di classe, sulla reazione violenta del governo sudcoreano, sulla (im)possibile comunione d’intenti e sulla differenza di sguardi. Stratificato e sempre minuzioso, Lee Chang-dong sonda una realtà che si sgretola, scovando forse qualche fievole speranza. Forse.
Una linea rossa, nemmeno troppo sottile, attraversa da decenni il cinema sudcoreano. Una ricostruzione, una mappatura, un’autoanalisi. Prima di Possible love, che a breve distanza dialoga con No Other Choice – Non c’è altra scelta di Park Chan-wook (e aggiungendo Parasite di Bong Joon-ho ecco un tris d’assi sulla lotta di classe e sul lavoro), la lista di titoli che scoperchiano il vaso di Pandora sudcoreano è lunga e ci restituisce via via un quadro sempre più chiaro del passato, del presente e probabilmente del futuro. In fin dei conti, da Gwangju (A Taxi Driver) agli assalti delle forze dell’ordine evocati da Lee Chang-dong, passando per il fallito ritorno alla legge marziale del 2024 (The Seoul Guardians), il passo sembra davvero breve: la violenta repressione (ri)messa in scena in Possible love rievoca fantasmi di un passato che ha continuato a covare sotto la pelle di un Paese che guarda fin troppo a destra – la questione Nord\Sud, altro tema apertamente ricorrente nel cinema sudcoreano, ovviamente sospinge Seul verso un capitalismo estremo.
Se lo sguardo e la componente metacinematografica, temi entrambi mai disgiunti dalle riflessioni politiche e sociali (ma anche emotive), rappresentano l’asse portante della pellicola, è nella sequenza della violenta repressione dei manifestanti che il film deflagra sia da un punto di vista spettacolare sia da quello puramente teorico e politico. Dopo aver seguito l’evolvere e il mutare disordinato del documentario che sta cercando di realizzare Ye-ji (colma di buoni propositi ma costantemente fuori tempo: esemplare, in tal senso, la sua ripresa tra le frasche), con realtà e finzione che tendono a sovrapporsi, Lee ci trascina in una sequenza dai contorni non immediatamente identificabili: materiale d’archivio o riprese del film? Pochi istanti, prima dell’inquadratura sempre più ravvicinata dedicata al malcapitato Ho-seok, che ci danno la misura della stratificazione dello sguardo e della poetica di Lee Chang-dong e, al contempo, della difficoltà di fare cinema quando ci si vuole confrontare con la realtà.
La capacità di osservare, leggere e restituire la realtà, qualsiasi essa sia, è l’aspirazione di Ye-ji. L’incapacità è il solco che divide le due coppie, sagacemente speculari, nonostante l’amicizia tra la ricca regista e la ben più modesta Mi-ok. Possible love è anche un film sul desiderio: sociale, economico, sentimentale, sessuale. Si bramano altre vite, altri luoghi, altri corpi. La convergenza tra due mondi così distanti, l’alta borghesia rappresentata da Sang-woo, brillante quanto stolto, e la dimensione operaia combattente ma tragicamente disillusa di Ho-seok, è destinata a deragliare. O forse no, non sempre.
La radiografia di Lee Chang-dong è chirurgica, apparentemente spietata nella sua precisione, eppure portatrice di qualche sfuocata speranza. «Possiamo ancora aspirare alla libertà». Sotto la stessa Luna, lontani dalle sovrastrutture sociali, ci si può scoprire più uguali, forse ci si può persino capire. Però, al contrario, soverchiati dal Capitale ci riveliamo diseguali anche tra pari: è qui la più cupa delle constatazioni di Possible love (nuovamente la sequenza della violenta repressione), un film che nella scrittura e nella messa in scena riesce a moltiplicare punti di vista, racconti, ricordi, sondando e restituendoci la complessità della vita, i suoi mille rivoli, dall’intimo più celato fino al sociale scoperchiato e pulsante.
Info
Possible Love sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Ga-neung-han Sa-rang
- Paese/Anno: Corea del Sud | 2026
- Regia: Lee Chang-dong
- Sceneggiatura: Lee Chang-dong, Oh Jung-mi
- Fotografia: Kim Ji-yong
- Montaggio: Kim Da-won
- Interpreti: Cho Yeo-jeong, Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung
- Colonna sonora: Jung Jae-il
- Produzione: Anonymous Content, NOWFILM, Pinehouse Film
- Durata: 164'







Venezia 2026 – Minuto per minuto
Venezia 2026
Venezia 2026 – Presentazione
The Seoul Guardians
No Other Choice – Non c’è altra scelta
Parasite
Burning – L’amore brucia
A Taxi Driver
Poetry