Il massacro

Il massacro

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A nove anni da Metti una notte, Cosimo Messeri torna dietro la macchina da presa con un’opera terza dolorosamente sincera, presentata alle Giornate degli Autori di Venezia 83. Il massacro è un diario di bordo intimo e collettivo che attraversa la crisi professionale e sentimentale del suo autore, fondendo il cinema del reale, l’autofiction e il ritratto dolente di una società iperconnessa ma profondamente isolata.

Il pelo di Bacco

Dopo anni di inattività creativa, schiacciato dal fallimento di diversi progetti cinematografici naufragati a un passo dalla realizzazione, un regista (Messeri) decide di fare i conti con il proprio passato recente. Così, rintraccia e intervista le donne conosciute attraverso le app di dating durante quel periodo sospeso della sua vita. Affiancato da due amici, trasforma quest’esperimento in un film che oscilla tra documentario e confessione personale. Attraverso incontri, ricordi e confronti spesso dolorosi, emerge il ritratto di un uomo alle prese con le proprie sconfitte, le occasioni mancate e il bisogno di ritrovare un senso. [sinossi]

Dopo otto anni di silenzio arriva finalmente Il massacro, opera terza del toscano Cosimo Messeri proiettata nell’ambito delle Giornate degli Autori di Venezia 83 nella sezione Eventi Speciali. Una lunga attesa e un travaglio che sono stati tematizzati all’interno del film. Nel primo episodio di Caro diario (1993) Nanni Moretti, in piena autofiction, girovagava per le strade di Roma in Vespa commentando l’architettura e la specificità di alcuni quartieri romani. Similmente qui a un certo punto è Messeri ad attraversare la medesima città da cima a fondo, in bicicletta, mostrando l’ecatombe delle monosale cinematografiche romane, una vera e propria emorragia iniziata sin dagli inizi degli anni ’90 (il primo decesso ci fu addirittura nel ’78) e peggiorata di decennio in decennio, con il colpo di grazia inferto dalla pandemia (per inciso, secondo accordi stipulati di recente fra la Regione Lazio e le associazioni di categoria, 14 di queste sale dovrebbero godere di una prossima futura riapertura). Cadaveri urbani insepolti, le insegne ancora in bella mostra, ma spente, un passato che non può tornare ma che neanche può essere sostituito. Ma serve ancora fare del cinema, fare dei film? Marco Messeri, padre del regista, di cui si sente soltanto la voce al telefono, cita una frase di Fellini: “Fare film è come costruire aerei in un mondo senza aeroporti”. La vicenda del cane Bacco, il bellissimo bracco di Cosimo che da qualche tempo vive con sua sorella, fa invece eco al terzo episodio del medesimo film morettiano, nel quale però la via crucis tra studi medici e terapie farmacologiche riguardavano Moretti (verso la fine, oltretutto, lo stesso Messeri finirà ricoverato). Nanni Moretti, che aleggia dunque in maniera percepibile lungo tutto il film, si palesa – anche lui solo vocalmente – in un messaggio che lascia alla segreteria di Cosimo, il quale, depresso, ha smesso di farsi vedere e di rispondere alle telefonate. Cerca di scuoterlo dal suo torpore e dal suo silenzio con quel suo sarcasmo tagliente che lascia però trapelare una certa complicità, un rapporto di stima e affetto. Ed ecco allora che, in mezzo a questa desolazione, nasce a poco a poco una flebile spinta a vincere l’inerzia (la propria innanzitutto) e torna la voglia di raccontare e di rappresentare, attraverso uno splendido bianco e nero (la fotografia dal sapore anni ’60 è di Marco Parolin), un mondo in stasi, come assopito o stordito, proprio come il cineasta/attore che pigramente lo attraversa. Una spinta che prende il via anche da Bacco, il cui manto maculato sollecita la pareidolia, smuove un’immaginazione creativa bloccata, disabituata, in panne.

Il massacro racconta dunque la crisi intima e professionale del suo autore, la sua spirale involutiva, la sua incapacità di stare al mondo. Al contempo, attraverso la trovata di intervistare alcune donne conosciute tramite le app di incontri, si fa riflessione al tempo stesso desolante e divertita, nonché spesso sincera in modo disarmante, dello status quo delle relazioni uomo/donna nell’epoca dell’iperconnettività e del virtuale. Una delle donne intervistate è stata una corista dei Pink Floyd, ormai vedova, in seguito alla morte del marito, che aveva scontato del tempo in galera a causa di un incidente stradale. Un racconto sobrio e lucido che lascia il segno. Un’altra, dall’allegria quasi noncurante, racconta di un incontro truffaldino con un uomo che aveva ritoccato la sua foto in modo plateale, ma con il quale alla fine era andata comunque a letto, data la sua passione per l’organo genitale maschile. E poi c’è la transgender: dura, sprezzante, sicura di sé. Sono tutte esperienze di vita e di incontri ai quali Messeri dà voce senza interferire, predisponendosi – e predisponendo il proprio pubblico – all’ascolto. Allo stesso modo, i videomessaggi di una ragazza, disperata e in piena dipendenza affettiva che l’autore non si decide a richiamare, sono, sì, evidentemente “recitati” (ricostruiti o semplicemente inventati), ma non per questo meno reali ed efficaci nel tratteggiare la profonda solitudine e le aspettative tradite che riguardano o possono riguardare tutti, prima o poi. Con la stessa apertura e vulnerabilità, il regista conduce il suo film mantenendo la sincerità e onestà dell’assunto, senza mai sconfinare nel narcisismo ombelicale della autogiustificazione. Nonostante la chiusa possa suonare forse un po’ consolatoria e “riconciliata”, con qualche spiegazione di troppo fornita da Messeri in voice over, Il massacro si rivela un’opera limpida, delicata e vibrante, in grado di (ri)connettere i lembi sfrangiati dell’individuo e della città, del passato e del presente, testimoniando in tal modo l’utilità, ancora, del cinema. Del cinema contro tutto e tutti, anche contro se stessi e i propri demoni. Contuso e malmesso, forse, ma ancora vivo e vitale. A maggior ragione, sarebbe opportuno e bello che qualcuno si prendesse la briga di portarlo in sala.

Info
Il massacro sul sito delle Giornate degli Autori.

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