Un bon petit soldat
di Stéphane Brizé
Con Un bon petit soldat Stéphane Brizé abbandona i languori sentimentali del precedente film per tornare a fare quello che gli riesce meglio, indagare i rapporti di forza nel mondo del lavoro. Ma non più in un contesto operaista come in passato bensì aziendalista, raccontando la dimensione pubblica e privata di Carla Moretti, nuova responsabile delle risorse umane di un’importante compagnia assicurativa. Quando si ritroverà a dover gestire un caso di management tossico e di mobbing all’interno dell’azienda, dovrà mettere in discussione le sue certezze professionali. Brizé indaga il mondo delle corporazioni prima con divertita ironia poi, progressivamente, con toni sempre più cupi e disillusi.
La lgge del lavoro
A 43 anni, Carla è una dirigente brillante e interamente votata al lavoro. Dietro un’apparenza impeccabile nasconde una profonda insicurezza, ma è comunque riuscita a costruirsi una carriera di successo, spesso a scapito della vita familiare. Da poco nominata responsabile delle Risorse Umane di una grande azienda, ha il compito di conciliare il benessere dei dipendenti con gli obiettivi di performance imposti dalla direzione. Ma quando scopre un caso di management tossico, il confine tra compromessi e compromissioni si fa sempre più sottile. Fino al punto di rottura. [sinossi]
Tre anni dopo Hors Saison, Stéphane Brizé e Alba Rohrwacher tornano a incontrarsi in Un bon petit soldat, ma sarebbe difficile immaginare due film più lontani. Tanto il primo si abbandonava ai languori di una relazione sospesa, quanto il secondo ritrova il terreno sul quale il cinema di Brizé ha saputo esercitare negli ultimi anni la propria forza maggiore: il lavoro come luogo di conflitto, dispositivo di potere e progressiva erosione dell’individuo. Non più, però, l’universo operaio e le sue forme più manifeste di precarietà, licenziamento e mobilitazione collettiva. Dopo La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, Brizé sposta lo sguardo verso l’alto, dentro una grande compagnia assicurativa, là dove il conflitto non si presenta più come opposizione esplicita tra capitale e lavoro ma come interiorizzazione dei meccanismi aziendali da parte di chi è chiamato a governarli. Carla Moretti, quarantatré anni, è la nuova responsabile delle risorse umane della Amali. È competente, ambiziosa, interamente votata al proprio lavoro e proprio per questo appare inizialmente come la persona ideale per occupare una posizione nella quale la mediazione tra gli interessi dell’azienda e quelli dei dipendenti dovrebbe costituire la principale ragione d’essere. Il suo compito, tuttavia, è già inscritto in una contraddizione: prendersi cura delle persone mentre si perseguono obiettivi di performance sempre più stringenti. Il lessico aziendale ha trovato da tempo la formula per occultare questa incompatibilità, sostituendo alla parola conflitto quella di benessere, alla pressione la resilienza, alla subordinazione la partecipazione. Brizé non ha bisogno di inventare un mondo particolarmente grottesco per mettere a nudo questa contraddizione, gli basta osservarlo. E infatti la prima parte di Un bon petit soldat è attraversata da una vena comica che nasce soprattutto dal linguaggio: riunioni, slogan, esercizi motivazionali, strategie di comunicazione, formule sulla felicità dei dipendenti e sulla necessità di «avere altri occhi» compongono un universo nel quale la violenza del lavoro contemporaneo viene continuamente ricoperta da una patina di benessere. Il film trova una delle proprie qualità migliori nella capacità di non costruire il mondo aziendale come un semplice bersaglio polemico. Brizé e i suoi co-sceneggiatori evidentemente lo conoscono troppo bene per poterlo ridurre a una caricatura. La satira nasce dalla precisione con cui vengono registrati i rituali, le gerarchie, le formule e soprattutto i rapporti di forza che si nascondono dietro una comunicazione apparentemente neutra. L’azienda contemporanea, insomma, può perfino dichiararsi etica, attenta al benessere dei propri collaboratori, impegnata nell’inclusione. È proprio questa capacità di appropriarsi del linguaggio della cura a rendere più sofisticato il dispositivo di dominio. La vicenda di Carla prende forma quando questa contraddizione diventa concreta, attraverso un caso di mobbing che vede contrapposte due dipendenti dell’azienda. Non c’è dunque, almeno inizialmente, un conflitto immediatamente riconducibile alla tradizionale opposizione tra lavoratore e vertice aziendale: sono due donne che occupano posizioni diverse all’interno della stessa struttura, e il rapporto di forza si esercita attraverso la valutazione delle prestazioni, le aspettative professionali, la pressione quotidiana. Carla è chiamata a stabilire dove finisca l’esigenza legittima di rendimento e dove cominci una forma di abuso che l’azienda non può più fingere di non vedere.
Il conflitto, in questo senso, non è più tra lavoratore e datore di lavoro, ma attraversa la coscienza di chi si trova nel mezzo. La protagonista è contemporaneamente parte del sistema e suo possibile elemento di resistenza. È proprio questa posizione intermedia a rendere il personaggio molto interessante e diverso dalle figure proletarie dei precedenti film di Brizé. La sua alienazione non deriva soltanto da una condizione imposta dall’esterno, è anche il risultato di una lunga adesione personale ai valori del sistema. Carla ha costruito la propria identità sulla performance, sulla disponibilità permanente, sulla capacità di risolvere i problemi e il lavoro è diventato il modo attraverso cui ha imparato a definire sé stessa. Il film è particolarmente efficace quando mostra che questa logica non rimane confinata alla scrivania dell’ufficio. Una delle scene più rivelatrici è quella in cui, durante una comunicazione via Skype, una bambina, figlia di un’amica di Carla, inscena una performance canora. È un momento apparentemente minimo, quasi una parentesi domestica dentro il flusso del lavoro, e proprio per questo assume un peso considerevole: Carla non può o non vuole concedergli spazio e finisce per silenziare la bambina. Il gesto è semplice, quasi automatico, ma dice moltissimo sulla gerarchia ormai interiorizzata dalla protagonista. La voce della vita privata diventa un rumore di fondo da eliminare perché la comunicazione professionale possa continuare. Lo stesso principio ritorna nel rapporto di Carla con il figlio e nelle scene in cui lo aiuta a svolgere i compiti di matematica. Il rendimento scolastico del ragazzo entra nella sfera delle preoccupazioni di Carla attraverso lo stesso vocabolario della performance che domina la sua vita professionale. Il risultato, la valutazione, il successo, l’adeguatezza rispetto agli standard diventano categorie che rischiano di applicarsi indistintamente al dipendente, al figlio e persino a sé stessa. Il «buon piccolo soldato» non è soltanto il dipendente obbediente che esegue gli ordini. È chi ha interiorizzato la disciplina al punto da non aver più bisogno di riceverli. Carla è una soldatessa del sistema perché ne conosce il linguaggio, ne condivide inizialmente le regole e possiede tutte le qualità necessarie per farle funzionare. Il dramma nasce quando scopre che la distanza tra la gestione delle risorse umane e la gestione degli esseri umani è infinitamente più sottile di quanto avesse creduto. A rendere efficace questo passaggio è anche Vincent Lindon, l’attore feticcio di Brizé, che il regista colloca questa volta dall’altra parte del conflitto. Dopo essere stato per anni il corpo cinematografico dell’uomo schiacciato dal lavoro, Lindon interpreta un dirigente che appartiene invece alla parte alta della gerarchia. Ma non è un antagonista caricaturale. Il suo potere nasce proprio dalla capacità di apparire ragionevole, pragmatico, persino affabile, sebbene spietato nelle decisioni (si veda come liquida, all’inizio del film, la raffigurazione della disabilità nel video promozionale dell’azienda). Non ha bisogno di urlare continuamente perché il suo punto di vista è già incorporato nella struttura che dirige. La violenza del suo personaggio risiede nella sua capacità di rendere naturale ciò che, osservato da fuori, appare mostruoso.
Il confronto con Carla è quindi meno manicheo di quanto potrebbe sembrare. Non abbiamo da una parte la vittima e dall’altra il carnefice, ma un sistema nel quale ogni personaggio occupa una posizione e contribuisce, con gradi diversi di consapevolezza, alla sua perpetuazione. È probabilmente questa la ragione per cui Un bon petit soldat funziona nonostante la relativa familiarità del proprio discorso. Nulla di ciò che racconta sulle dinamiche del capitalismo manageriale è davvero inedito. Il mobbing, la competizione esasperata, la retorica della resilienza, la trasformazione della felicità in obiettivo aziendale, la confusione tra cura e produttività sono ormai elementi largamente riconoscibili. Brizé riesce a organizzarli attraverso una scrittura che espunge abilmente qualsiasi elemento didascalico. I dialoghi sono affilati, le situazioni costruite con precisione e il tono, nel corso del film, muta progressivamente dalla commedia satirica al dramma. Alba Rohrwacher accompagna questa trasformazione con una prova sensibile e calibrata, evitando di rendere Carla immediatamente simpatica o di trasformarla in una vittima esemplare. La sua è una fragilità che emerge per incrinature, mentre la sicurezza professionale del personaggio comincia lentamente a cedere. Il volto, la postura, il modo di parlare e soprattutto la gestione dei silenzi, dei pianti e degli sfoghi registrano il progressivo spostamento di Carla da una posizione di controllo a una condizione nella quale le categorie attraverso cui ha sempre interpretato il mondo non sono più sufficienti. Anche l’ottimo montaggio di Géraldine Mangenot contribuisce in modo decisivo a questa dinamica. Il film trova una scansione che non ha bisogno di accelerare artificialmente la tensione: sono la successione delle situazioni, la ripetizione dei rituali aziendali e il progressivo accumulo delle contraddizioni a produrre un senso di pressione. Il lavoro diventa così una macchina temporale dalla quale Carla non riesce più a sottrarsi, e nella quale la dimensione professionale finisce inevitabilmente per contaminare quella privata. E così il «buon piccolo soldato» del titolo finisce per essere una figura tutt’altro che semplice. È colui che obbedisce, certo, ma anche colui che ha imparato a trasformare l’obbedienza in professionalità, la pressione in ambizione, la rinuncia in successo. E finché il sistema funziona non c’è nemmeno bisogno di insegnargli a marciare: conosce già il ritmo.
Info
Un bon petit soldat sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Un bon petit soldat
- Paese/Anno: Francia | 2026
- Regia: Stéphane Brizé
- Sceneggiatura: Coralie Amédéo, Olivier Gorce, Stéphane Brizé
- Fotografia: Antoine Héberlé
- Montaggio: Géraldine Mangenot
- Interpreti: Adrien Bobinet, Alba Rohrwacher, David Talbot, Sharif Andoura, Vincent Lindon
- Colonna sonora: Bertrand Blessing
- Produzione: France 3 Cinéma, Gaumont
- Distribuzione: I Wonder Pictures
- Durata: 102'






Venezia 2026 – Minuto per minuto
Venezia 2026
Venezia 2026 – Presentazione
Le occasioni dell’amore
Un altro mondo
In guerra
Una vita – Une vie
La legge del mercato