Venezia 2026 – Bilancio
Venezia 2026, edizione numero ottantatré della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, chiude i battenti sulla vittoria di Woman Unknown di May el-Toukhy, primo Leone d’Oro battente bandiera danese dai tempi di Ordet di Carl Theodor Dreyer. A uscire davvero trionfatore quest’anno è però il cinema, sia per la varietà della proposta sia per la dimostrazione che si può allestire un programma di qualità anche senza poter contare sull’industria hollywoodiana.
La sera di sabato 12 settembre nei ristoranti, cicchetterie e stand gastronomici del Lido di Venezia le discussioni vertevano come d’abitudine su canovaccio dialettico che partendo dall’assegnazione del Leone d’Oro e di tutti gli altri premi si allargava a un passaggio in rassegna dei titoli più o meno amati e in ultima istanza a una radiografia dello stato di salute del cinema italiano. Nel tempo che intercorre tra gli spaghetti alla Malamocchina e un amaro i commensali se l’erano sicuramente date – dialetticamente! – di santa ragione, magari però concordando su qualche dato generale. Il primo di questi è che, al di là del giudizio sui lavori della giuria capitanata da Maggie Gyllenhaal, si è trattata di un’edizione di ottimo livello, grazie a un programma che era apparso ricco di spunti già allo svelamento della selezione, tra nomi conclamati e la necessità di sopperire all’assenza praticamente assoluta di Hollywood allargando l’occhio a cinematografie che negli ultimi anni si erano fatte pressoché periferiche. Fin dalla partenza con il roboante Ink di Danny Boyle si è avuta poi l’impressione che la squadra di Alberto Barbera fosse stata in grado di annusare lo spirito del tempo, comprendendo come il momento politico internazionale comportasse la necessità di non chiudere i film – e chi i film li presenta o li guarda – in una anacronistica turris eburnea costringendo invece un po’ tutti a fare i conti con il presente e le terribili distonie che porta con sé. Questo non significa che tutte le opere che hanno preso parte alle varie sezioni della Mostra declamassero un qualche credo politico, o un proprio posizionamento, ma che nel vederli con grande frequenza ci si scopriva a leggere in filigrana l’oggi, il contemporaneo. Film, per farla semplice, che possiedono uno sguardo, e non si accontentano di allinearlo alla marea montante. In questo senso Venezia 2026, edizione numero ottantatré della Mostra, ha sfoggiato una mise dinamitarda, battagliera, pronta allo sforzo argomentativo e convincente anche sotto il profilo estetico; il cinema è vivo, non è materia museale, non deve essere costretto a guardare al passato. Esiste, resiste forse, ma sa ancora catturare l’occhio con nitida purezza; sa alimentare dubbi, e vivificare punti di vista; sa parlare la lingua più colta (lo stupefacente Biografía de Jorge Luis Borges del geniaccio argentino Mariano Llinás, tanto per fare un esempio) ma allo stesso tempo conversare con lo spettatore neofita, il più impreparato.
È interessante annotare come lo spauracchio dell’assenza di Hollywood avesse fin da subito increspato le acque. E non è improbabile che proprio la mancanza di alcuni nomi di peso abbia fatto propendere qualcuno dal non raggiungere il Lido per quest’anno, rimandando la trasferta – lavorativa o di piacere – a momenti in cui le star torneranno a occupare il tappeto rosso all’ingresso del Palazzo del Cinema: quale che sia la verità, poco importa. Se è vero che le contingenze costringono ad aguzzare l’ingegno, Barbera ha saputo trasformare una ipotetica défaillance in opportunità, ad esempio ampliando la presenza in laguna del contingente asiatico che ha potuto contare restando solo alla selezione ufficiale su sei film giapponesi, due hongkonghesi, un sudcoreano, un iraniano, un filippino, un taiwanese, un bengalese, un indiano, un thailandese; cifre che negli anni passati con difficoltà si sarebbero potute raggiungere ma che hanno permesso al pubblico lidense di riscoprire estetiche difformi, abitudini culturali altre. In tal senso è particolarmente commendevole che l’ottimo La maison du vent del camerunense Auguste Bernard Kouemo Yanghu torni a casa con ben due premi – il Leone del Futuro dedicato alle opere prime e premio speciale della Giuria per la sezione Orizzonti: il film sarà distribuito in sala in primavera dalla piccola ma combattiva Trent Film di Pietro Liberati –, visto e considerato come l’Africa resti a conti fatti il continente più oscuro anche per molti addetti ai lavori. In questa apprezzabile selezione cosmopolita la parte del gigante numericamente l’ha fatta la pattuglia italiana, presente nel complesso della Mostra (si prendono qui in esame anche le sezioni collaterali Settimana Internazionale della Critica e Giornate degli Autori, su cui si tornerà in modo dettagliato più avanti) con ben trentaquattro lungometraggi. Un numero monstre, non c’è dubbio, ma che se da un lato testimonia un’annata particolarmente conflittuale nel rapporto tra la produzione nazionale e i festival – la Berlinale e Cannes hanno di fatto snobbato i titoli italiani, spingendoli dapprima verso Locarno e quindi verso Venezia e a seguire Roma e Torino –, dall’altro manifesta anche segnali di un cinema meno ombelicale, ed esteticamente desideroso di muoversi distante dalle abitudini incistate degli ultimi anni. Per quanto sbertucciati da una parte di mondo critico (tema su cui sarebbe interessante interrogarsi più di quanto non si faccia: qual è lo sguardo della critica? Quali sono le correnti principali, e come si articolano all’interno delle riviste che coprono i festival?) titoli come L’estranea di Paolo Strippoli, La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini o Serpenti di Roberto De Paolis propongono un’idea di visione che non è preordinata, o abitudinaria.
D’altro canto i “grandi vecchi” del cinema italiano presenti a Venezia – segnatamente Nanni Moretti, che tornava al Lido dopo trentasette anni, e Gianni Amelio – hanno presentato due film tra i più ispirati della loro carriera recente, in questo allineandosi a un programma dove a brillare sono stati anche l’ottantaquattrenne Werner Herzog (il suo Bucking Fastard è stato incompreso da molti, alla stessa stregua di Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto e DAU di Ilya Khrzanovskiy), gli ottantenni Paul Schrader e Barbara Kopple e il settantanovenne Yonfan. Tutto questo mentre la Settimana Internazionale della Critica e le Giornate degli Autori rispondevano solleticando la brama di “nuovo”, tra esordi che sembrano preludere a un fulgido futuro e piccole produzioni anche nazionali in grado di reggere testa al mainstream, qualunque sia il significato di tale termine. Si pensi a lavori come Meteorito di Sebastián Múnera, A veces me entra tristeza, otras veces rebelión di María Aparicio e Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi, l’amore, diretto a quattro mani da Federico Francioni e Samuele Sestieri. L’incontro tra la selezione ufficiale e quella delle due sezioni autonome e parallele è stato vivificante, e proprio per questo viene naturale sottolineare come il sistema di prenotazioni in sala renda difficile per gli accreditati stampa e industry vedere le proiezioni pomeridiane in sala Perla, le uniche che di fatto non si sovrappongono a proiezioni stampa del concorso o del fuori concorso. L’idea di una Mostra raramente negli ultimi anni così dinamica e politica – su tale aggettivo si andrà a concludere questo breve bilancio – sprona ancora di più a chiedere qualche aggiustamento alla Biennale, per far sì che il lavoro di tutti, dal direttore Barbera a scendere, possa trovare un sempre maggior riscontro. I prezzi del Lido sono aumentati ancora di più, ed erano già arrivati a oltrepassare qualsiasi limite di decenza: per un appartamento si arriva a chiedere mille euro e oltre a persona, i prezzi del cibo sono fuori mercato senza che la qualità giustifichi anche solo in parte tali cifre, agli accreditati è stata anche tolta la possibilità di viaggiare gratuitamente sui bus che attraversano il Lido nei giorni della Mostra. Dati che rischiano di tradursi in uno spopolamento sempre maggiore del festival, anche qualora tornassero i grandi titoli hollywoodiani. È lecito chiedere all’amministrazione cittadina di cooperare con la Biennale per far sì che la Mostra torni a essere nei prossimi anni un evento a misura d’uomo, ancor più in anni in cui i costi della vita quotidiana rischiano inevitabilmente di innalzarsi.
In chiusura, la questione politica. È di queste ore la notizia che parte del governo israeliano sarebbe lieta di poter togliere la cittadinanza a Yuval Abraham e Rachel Szor, che coraggiosamente hanno diretto lo sconvolgente NAZA, dettagliato resoconto del genocidio in atto nei confronti della popolazione palestinese che si basa su ventiquattro interviste condotte dai due con membri dell’intelligence israeliana direttamente coinvolti nei bombardamenti e nella scelta degli obiettivi. Se ciò possa o meno accadere lo si scoprirà presto, ma rende con ancora maggior forza come la scelta di posizionare in concorso tale titolo – per di più “a sorpresa”, con un annuncio posteriore di un mese alla conferenza stampa di presentazione del programma – sia da difendere e sostenere, testimonianza di un’edizione della Mostra che come si diceva ha saputo aprire gli occhi sul presente senza paure, né compromessi di sorta. Oltre ai titoli dichiaratamente al centro dell’agone politico (la lotta sindacale dei rider in Union Town di Barbara Kopple, il golpe cileno creato e orchestrato dalla CIA in Wild Horse Nine di Martin McDonagh, gli abomini del mondo del lavoro sotto il Capitale in Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, la lotta di classe in Possible Love di Lee Chang-dong, tanto per fare degli esempi) l’impressione è stata quella di una selezione che avesse voglia di confrontarsi con le disarmonie del contemporaneo, e che sapesse cogliere il senso adamantino della realtà anche in contesti che con il reale hanno poco o niente a che spartire. A ottantatré anni – ma l’anagrafe segna 94, visto che la guerra e altre incombenze hanno reso impossibile lo svolgimento della kermesse in alcune occasioni – la Mostra si riscopre giovane e combattiva. In attesa di scoprire cosa riserverà il futuro è già un risveglio promettente.


Venezia 2026 – Minuto per minuto
Venezia 2026
Venezia 2026 – Presentazione