Let Us Through, Dear Ancestors

Let Us Through, Dear Ancestors

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Dopo Magalhães Lav Diaz torna all’origine del male, del martirio del popolo filippino che corrisponde all’occupazione coloniale spagnola, inaugurando una storia di dominazioni e repressioni. Con Let Us Through, Dear Ancestors, nel suo peculiare stile fotografico in bianco e nero, tornando anche all’ambiente della giungla, racconta di un nuovo villain del suo cinema, Padre Enciso, un frate spagnolo intento a far costruire una chiesa grazie al trasporto del materiale da costruzione. Siamo nel 1617, nel pieno della colonizzazione spagnola. Presentato in Venice Open – Fuori Concorso a Venezia 83.

Da ciò che precede

1617. Il frate spagnolo Padre Enciso, encomendero di una delle Islas Filipinas, governa con ferocia implacabile e una libido insaziabile. «Per domare questi selvaggi», proclama. Giustifica la propria crudeltà invocando la salvezza dell’anima attraverso la sofferenza di Gesù. Per gli ospitali e accoglienti indigeni malesi non c’è via di scampo. [sinossi]

«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa», dice Gesù a Simon Pietro nel Vangelo di Matteo, sottolineando anche in chiave metaforica la solidità a fondamento della religione cristiana che si sarebbe diffusa più o meno ovunque sul pianeta, anche portata e imposta con la forza. La colonizzazione spagnola, per esempio, fu strettamente legata alla diffusione del cristianesimo cattolico, soprattutto nei territori delle Americhe e nelle Filippine. Nel secondo caso l’evangelizzazione fu particolarmente importante. Gli spagnoli arrivarono nel 1521 con Magellano e la conquista coloniale vera e propria iniziò alcuni decenni dopo, nel 1565. Missionari cattolici accompagnarono la colonizzazione e si dedicarono alla conversione delle popolazioni locali. Su questi fatti ragiona l’ultimo film di Lav Diaz, Let Us Through, Dear Ancestors (Makikiraan Po), presentato a Venice Open – Fuori Concorso della Mostra del Cinema 2026. Il cinema del cineasta filippino ha da sempre toccato, e contemplato, i momenti storici chiave della tormentata storia del suo paese. Con quest’ultimo film, dopo Magalhães, Diaz sembra voler tornare all’origine del tutto, alla sorgente di ogni male del paese arcipelago, del martirio della sua popolazione, ovvero la colonizzazione spagnole. Il suo cinema aveva finora toccato la fine della stessa, piuttosto che i momenti più terribili della dittatura di Marcos. Let Us Through, Dear Ancestors è espressamente ambientato nel 1617, all’inizio della dominazione che sarebbe durata fino a fine Ottocento.

Il cinema di Lav Diaz è costellato di villain, di personaggi che incarnano manicheisticamente il male, anche come esponenti degli orrori della storia. Qui abbiamo il frate spagnolo Padre Enciso,encomendero – ovvero quel funzionario tra i coloni spagnoli cui la Corona affidava un gruppo di indigeni (encomienda) nelle Americhe o nelle Filippine durante l’epoca coloniale – di una delle isole dell’arcipelago. È intento nell’opera di evangelizzazione, il che equivale a uccidere i ribelli, i contadini, imprigionare gli indigeni soprattutto se continuano a professare i propri culti panteistici o se praticano attività di guarigione di tipo sciamanico, come la guaritrice Babayeng Indimatandong. Qui Lav Diaz affonda nelle radici delle figure dei taumaturghi che popolano il suo cinema, come la sciamana di Century of Birthing, chiarendo così a posteriori il loro ruolo, ovvero quello di rappresentanti di una cultura autoctona ancestrale. La religione cattolica nella società filippina si è comunque spesso mescolata a credenze locali anche a carattere di superstizione. Lo si evince da un classico del cinema filippino come Himala di Ishmael Bernal, ma anche dalle varie figure appartenenti a sette religiose nei film dello stesso Diaz, come Padre Tiburcio sempre di Century of Birthing. Padre Enciso si segnala anche come un predatore sessuale che sfrutta il suo potere per abusare delle ragazze indigene. Dunwen è il suo figliastro, risultando così meticcio. Lav Diaz esprime così quella concezione, propria dei paesi che sono stati colonie spagnole, come molti in Sudamerica, in base alla quale la popolazione si sente discendente da un grande stupro storico. È intento nell’edificazione di una chiesa, classico segno di potere e dominazione attraverso l’indottrinamento, opera che sta portando avanti da una decina di anni. La costruzione rispetta simbolicamente la Chiesa di Pietro nella sua robustezza materica, utilizzando materiali importati, blocchi di marmo trasportati a forza dagli indigeni schiavi. Un’impresa herzoghiana che porterà, una volta terminata la costruzione che nel film non si vede, sicuramente a un edificio stridente ed estraneo al paesaggio circostante. Lav Diaz rappresenta una foresta brulicante di questi blocchi di marmo portati a fatica su carri trainati dagli stessi operai. Quelle rocce sono il vero fardello cristiano, mentre le croci usate dai credenti, gli indigeni indottrinati, sono dei semplici fuscelli intrecciati. Alla fine, Enciso dirà che quella sarà una chiesa di tutti, del popolo, manifestando tutta quella ipocrisia delle religioni che, spesso nella storia, sono state usate come strumento di dominio.

La giungla è molto presente nel cinema di Lav Diaz, ma qui occupa pressoché ogni inquadratura, con i pochi momenti in cui è invece centrale il fiume che comunque quella foresta attraversa. Si tratta di una selva davvero pervasiva, dove le costruzioni umane, le capanne, i villaggi, di legno locale, sono come ritagliate a malapena in piccoli lembi nella vegetazione lussureggiante, come quei tavoli strettamente circondati dalle fronde degli alberi. Si tratta infatti di una foresta vergine, primordiale, in cui l’uomo dell’epoca a fatica occupa i pochi spazi possibili. Il primo vero squarcio antropico sarà appunto quella chiesa, avamposto di deforestazione e sfruttamento delle risorse. Tra gli indigeni ci sono già quelli indottrinati, che fanno il segno della croce, ma anche, e ancora, quelli che hanno mantenuto una cultura animista e rispettano i grandi alberi come antenati. La foresta rappresenta ancora una volta, e a maggior ragione, nel cinema di Lav Diaz, l’agorà, il tessuto connettivo nel quale si muovono le persone del film. Persone che non sono nemmeno particolarmente connotate, nel vestiario, come appartenenti a una determinata epoca storica, come succederebbe in un film storico mainstream che sottolineerebbe l’ambientazione con costumi evidenti. I personaggi del film, soprattutto la povera gente, sono indefiniti, potrebbero appartenere a qualsiasi altro momento della storia. Diaz torna al suo stile più riconoscibile, rendendo quel mondo naturale, quell’intricata vegetazione, con il suo bianco e nero, con inquadrature fisse – non ci sono movimenti di macchina –, in aspect ratio 4:3, quello del cinema classico, come xilografie espressioniste. Un’immagine merita particolare attenzione. I cadaveri di un gruppo di contadini, uccisi dalle milizie di Enciso, giacciono nel sottobosco. Sono coperti di fogliame. La testa del loro bue spunta fuori da quella massa vegetale, quella sostanza organica morta. È l’inizio, il primo strato, di un processo di sedimentazione, di fossilizzazione, che porterà il sottosuolo filippino a diventare una grande fossa comune, accogliendo le vittime di quella violenza che, nell’arcipelago, durerà per secoli.

Info
Let Us Through, Dear Ancestors sul sito della Biennale.

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