A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra

A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra

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Nella vita, oltre la vita, davanti alla vita: A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra aspira ai massimi sistemi grazie a una notevole libertà espressiva, spesso approfondita in senso metalinguistico. Ne risulta, per il secondo lungometraggio di Jacqueline Lentzou, un lavoro coraggioso, anche fecondo, e tuttavia privo dell’armonia sufficiente, costretto infine a ripiegare. Nella sezione Orizzonti di Venezia 2026.

Il vento soffia dove vuole?

Un giorno nella vita di Jo, che rimane ammaliata dal canto di Phaedra, sua compagna, e la sera si reca al cinema per incontrarla. Non tutto, però, va come sperato. [sinossi]

Esplorare questioni meta-fisiche attraverso un mezzo peculiarmente ‘fisico’, materiale, ed esplorarle lavorando primariamente sull’aspetto estetico, sensibile, di questo stesso mezzo. Non è banale la via imboccata da Jacqueline Lentzou per il suo secondo lungometraggio, una via che, per quanto già battuta, conduce alle fondamenta del dispositivo cinematografico e – qualora si sposasse, appunto, una prospettiva classicamente metafisica – alle fondamenta del senso, in termini generali. Con un insieme di restrizioni (vita, esistenza individuale, giorno, capitolo), A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra sgombra il campo da ogni ambizione totalizzante: l’occhio è dichiaratamente rivolto, sin dal titolo, a una minuta tranche de vie. Che le risposte – i cenni, quantomeno – alberghino dunque, con uguale o maggior legittimità, nel particolare, nei dettagli? La sequenza d’apertura ha da dire in proposito: Jo è sdraiata sull’erba, sonnecchia, e d’un tratto la sua dimensione si approfondisce. «Mandale il sogno», recita una voce enigmatica, e i dettagli guadagnano la scena: su uno sfondo nero, in un picco di astrazione, si avvicendano oggetti, simboli. La strada della quindicenne Jo è segnata; ossia: la (sua) vita è una questione di segni, è un affare – un gioco – semiotico. E il posizionamento, il lavoro sulla posizione (e l’esser-posizionati) degli sguardi, è tutto. Non a caso, appena dopo il sogno, lo spettatore si trova a soggiornare nell’occhio di Dio: all’interno di un orizzonte più vasto, mappato implacabilmente dalla cinepresa, una visione zenitale intercetta la protagonista nella sua quotidianità. Poi si scende, e A Day in the Life of Jo comincia a dipanarsi per frammenti in modo inconsueto, ché l’impostazione generale è sì da tranche de vie, poco interessata alla narrazione, ma vede a un tempo la presenza degli addensamenti onirici squadernati dall’incipit. Se Bresson notificava sin dal titolo che il condannato a morte sarebbe fuggito, sbilanciandosi in maniera anti-drammatica sul lato del come, Lentzou esibisce similmente una catena di segni che, più che attivare il semplice gioco del riconoscimento, scandisce una traiettoria conclusa da un proiettile annunciato. Tra sensazioni, respiri, mani, tra il sole e la luna, nella luce, nell’acqua, nel cielo, scorre una fetta di tempo «obliquo» in cui Alfa e Omega abitano sempre assieme, ispessendo la marcia inesorabile della pellicola: è – appunto – un capitolo, un giorno, una vita. Jo è attratta da ciò che palpita, dal canto della compagna Phaedra: la cinepresa segue e scompone i corpi e i desideri, va a caccia di emozioni nell’impasto che, tra digressioni narrative e audacie formali, si ricompone via via – esteticamente – nel destino dei singoli. Fin quando, almeno, i singoli non contano più un granché, e lo sguardo si allarga oltre la fisica.

Prende le mosse da un caso di cronaca, A Day in the Life of Jo, che da lì approda all’ultraterreno ponendo una significativa equivalenza. L’esistenza individuale di Jo vien chiusa mentre la ragazza, recandosi al cinema, teneva in vista la (pienezza della) vita, Phaedra. E quando quell’esistenza si chiude, lo sguardo rivolto all’indietro, sub specie aeternitatis, stabilisce una specifica chiave di lettura: i tre spiriti luminosi che appaiono menzionano dei personaggi, un «film-vita», quello di Jo, che è infine un ritaglio delimitato – montato – all’interno di un orizzonte più vasto, reso visibile dalla delimitazione stessa e in grado, insieme, di spandere luce sulle sue porzioni. Certo il punto di vista dell’eterno era presente fin da subito, dai simboli squadernati in sogno, utili per una temporalizzazione, una messa in fila narrativa; e però l’ultima fatica di Lentzou cerca – si diceva – un salto qualitativo più marcato. Fanno da guardiani per l’entrata nell’altra dimensione dei segmenti non-figurativi, materici, che portano l’impasto estetico alla visione e che, appunto, precedono l’apparizione degli spiriti luminosi, coi quali Jo poi colloquia. Si fa strada, allora, l’ipotesi di una forma di comunicazione tra terreno e ultraterreno, il che finisce per rappresentare uno degli elementi di maggiore interesse dell’opera: A Day in the Life of Jo imposta infatti una ‘diegetizzazione’ del proprio afflato poetico che dona smalto alla riflessione semiotica. Abbandonato il corpo, la protagonista accede all’onni-visione e si risolve in puro sguardo: è (anche) lei a star dietro alle oggettive che mostrano il passato e il futuro, una tartaruga, la sosta dell’auto della madre. Ciò che accade e ciò che si vede, i segni che si palesano, guadagnano un senso che esonda rispetto alla mera tecnicità – ‘fisicità’, moralmente oggettiva – dell’immagine cinematografica. Ecco perciò il salto, l’approfondimento, fiaccato però, purtroppo, dalla gestione del segmento propriamente ultraterreno e, in particolare, dal didascalismo dei dialoghi (quasi colloquiali) condotti dai tre spiriti. In rapporto alla tranche de vie, Lentzou opta per un andamento frammentario e tattile che mira a lasciar spazio ai segni e alle emozioni, mantenendo, intanto, il determinismo dei contrappunti simbolici. L’equilibrio tra i due aspetti è complesso, talora precario, ma spesso anche fecondo in termini estetici e concettuali; fanno eccezione, in generale, alcuni snodi pretestuosi in ottica narrativa (come quello riguardante il poliziotto) e certi slanci arthouse difficilmente riconducibili alla diade fisico/metafisico, pezzi di bravura piuttosto inerti. Soprattutto, a mancare è però un’armonia che – come anticipato – comprenda effettivamente il segmento ultraterreno, che permette diversi espedienti non banali e rischia tuttavia, nella figuratività e nel dialogismo, di rallentare il lavoro propriamente estetico, appesantendo la magia che pure spuntava tra i fotogrammi. Si ha come l’impressione che il cuore concettuale del discorso non trovi una piena espressione, che il coraggio di svariate riflessioni e scelte sia ricondotto a forza entro uno schema (metafisico, ideologico) che – di per sé, in mancanza di un’adeguata traduzione estetica, pure adombrata – non ha granché da dire. Restano in ogni caso, assieme a un po’ d’amaro in bocca, delle intuizioni e dei ritmi che lasciano ben sperare.

Info
A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra sul sito della Biennale.

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