Une femme aujourd’hui

Une femme aujourd’hui

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Venticinquesimo film per Robert Guédiguian, Une femme aujourd’hui è incentrato sulla figura di una donna in carriera, Juliette, una manager di successo che lavora in un ufficio della nuova Marsiglia, una donna che ha compiuto un salto sociale venendo da una famiglia umile, di quelle care al regista. Guédiguian racconta quanto sia illusorio il benessere che si vuole raggiunto dal moderno turbocapitalismo. In concorso alla 23ª edizione delle Giornate degli Autori.

La sinistra riparta da Guédiguian

Juliette ha trentacinque anni e sembra avere tutto: un lavoro di alto profilo nel settore finanziario, una bella casa e una vita fatta di continui viaggi. La madre spera di avere dei nipoti, mentre le notti di Juliette sono piene di amanti passeggeri. Un giorno, però, viene aggredita da un collega durante un evento aziendale e il suo mondo crolla. Juliette decide allora di intraprendere un nuovo percorso per dare un senso alla sua esistenza. [sinossi]

Juliette sfreccia con il suo monopattino, con le cuffie alle orecchie, sulla Corniche di Marsiglia, in quella che è una sua mattinata tipica. Si reca al lavoro in un edificio high-tech caratteristico della nuova città protesa verso il futuro. Il suo ambiente lavorativo è un tipico open space, dove i dipendenti appaiono liberi e non inquadrati, messi in condizione di lavorare rilassati, con tutti i comfort compresa una pista per giocare a bocce nelle pause di ricreazione. Lo spazio di lavoro è ampio, luminoso con enormi vetrate che danno sul mare con la vista che si estende fin sulla collina di Notre-Dame-de-la-Garde. Juliette è una manager rampante, una donna in carriera come si sarebbe detto un tempo. Elabora grafici, valuta andamenti di finanza internazionale che espone ai colleghi in assemblea: il suo lavoro è molto stimato. Anche la sua abitazione è eccentrica, in un complesso residenziale, con una piscina privata. Non sembra aver tempo per una vita sentimentale, si concede qualche partner sessuale occasionale, rimorchiato con una app di incontri da cui può essere facilmente bannato se l’incontro degenera in lite. Gli uomini e le persone, sia in campo lavorativo che nella vita privata, sono per lei come dei manichini, come quelli che arredano la sua casa. Questo spaccato di modernità è ben rappresentato nell’ultimo lavoro di Robert Guédiguian, Une femme aujourd’hui, presentato in concorso alle Giornate degli Autori 2026. Curioso vedere come anche un altro grande cantore cinematografico d’oltralpe delle classi umili, come Stéphane Brizé, con la sua ultima opera, Un bon petit soldat, sempre a Venezia, si sia focalizzato sul mondo dei colletti bianchi, su quella borghesia finanziaria del settore terziario che rappresenta sempre di più la creme della società urbana moderna. Juliette ne è un caso esemplare. Rappresenta la felicità – come vedremo illusoria – del turbocapitalismo, la bella vita di chi ha successo nel mondo dell’impresa. Lei che ha saputo affrancarsi da una famiglia umile, perdipiù con una parziale discendenza algerina. Rappresenta il compimento di una delle promesse del liberismo e dell’economia di mercato, ovvero quella di poter raggiungere il benessere materiale con il solo olio di gomito, anche provenendo da un contesto non favorevole. I suoi rapporti con i genitori sono governati dalla anaffettività. Lei fa loro dei regali costosi e originali, come i kimono acquistati in Giappone dove lei compie spesso viaggi di lavoro, tornando spesso a casa con bottiglie di Nikka – il pregiato whisky nipponico – che li lasciano abbastanza freddi, non rientrando nei loro orizzonti culturali, nella tipologia di vestiario e doni cui sono abituati.

Tutta questa bella favola crolla quando la protagonista viene stuprata da un collega dopo uno dei loro party danzanti su una barca che naviga nella baia di una Marsiglia illuminata. Qui la vita di Juliette crolla miseramente. Il suo mondo da favola rivela tutte le ipocrisie su cui è costruito, rivela la sua natura ancora intrinsecamente patriarcale. Anche una donna di potere come lei dovrà difendersi come deve fare una donna in caso di stupro, con i poliziotti che devono sapere se ci sia stata o meno penetrazione o eiaculazione. E con un sistema giudiziario per il quale dovrebbe essere lei a pagare i danni al suo aggressore per la colluttazione successiva. La protagonista ritroverà conforto, fiducia nella vita e nella famiglia, ma anche un amore vero, frequentando un’associazione che gestisce una casa rifugio per ragazze madri, donne abusate e migranti. Li conosce proprio perché sono loro a fornirle subito soccorso dopo l’aggressione. Le appaiono davanti, mentre è in fuga, come una visione salvifica, la visione di un altro mondo possibile. La forza visiva di quell’incontro è dirompente, come quando al rampollo Freder di Metropolis appare Maria con i bambini degli operai. Il mondo della solidarietà e quello delle feste popolari di quartiere, dove si trova la gente comune a mangiare, bere e conversare, dove ciascuno porta qualcosa da condividere, quel mondo tanto caro a Guédiguian, si mostra come l’alternativa vera, genuina a quel surrogato di felicità dell’upper class. Attraverso un’operazione di antitesi, il regista marsigliese torna a farsi cantore di quella convivialità di quartiere, delle piccole comunità di persone semplici, tra le quali vigono principi di solidarietà e aiuto reciproco, amicizia e piacere di vivere. Ciò non toglie che anche in questo contesto si annidino idee reazionarie e razzismo, come quel becero personaggio che esprime sentimenti xenofobi, in modo rozzo e triviale. Il regista non può ignorare, né fingere che non siano diffusi questi sentimenti in tutte le fasce della popolazione. A questo personaggio va aggiunta l’anziana coppia dirimpettaia di Juliette, dalle idee conservatrici e moralistiche.

Sempre legato indissolubilmente alla sua Marsiglia, Guédiguian traspone questa contrapposizione sociale su un piano urbanistico, associando quella bella vita da yuppie 2.0 alla città moderna uscita dal restyling del progetto Euroméditerranée. Gli edifici neofuturisti, l’illuminazione notturna colorata sul porto da luna park. Proprio vicino a uno dei simboli della nuova Marsiglia, il museo MuCEM, avviene l’incontro tra Juliette e il partner sessuale raccattato via app. La Marsiglia storica, quella dei vecchi palazzi e le piazzette diventa il rifugio colorato per stare insieme, fare festa, mangiare, bere, giocare e sorridere. La Porta d’Oriente, il monumento dedicato ai soldati dell’Armée d’Orient e ai militari caduti nei territori lontani dal fronte occidentale, un portico che si affaccia sul Mediterraneo indicando orizzonti e approdi lontani, diventa lo sfondo in cui la madre di Juliette rivela alla figlia di aver scoperto di essere in realtà figlia della domestica algerina di famiglia. Il passato coloniale si manifesta in un trauma famigliare, ma anche, ancora, in immagini urbanistiche, quelle d’epoca di Algeri sotto la bandiera francese, nel quadro fotografico in bianco e nero che campeggia nella casa dei vicini e nel quadretto-cartolina d’epoca che guarda il padre, ideale specchio di Marsiglia nell’altra sponda del Mediterraneo. Quel mare nostrum che apre e chiude il film, nelle riprese del mare, in inquadrature tutte blu che rappresentano quella vocazione mediterranea della città del regista, l’immagine più autentica di una città dalle tante contraddizioni, di stratificazioni, migrazioni e memorie.

Info
Une femme aujourd’hui sul sito delle Giornate degli Autori.

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