Verity

Tratto dal romanzo omonimo di Colleen Hoover, Verity è un thriller erotico (wanna be) barra psicologico ambientato tra i boschi isolati del Vermont, che vede due scrittrici di genere e un marito alle prese con delle verità nascoste. Tra segreti di famiglia e pagine nascoste, nell’inseguire al tempo stesso la suspense e i ribaltamenti, il film fatica a trovare una rotta coerente, smarrendosi tra depistaggi continui, occasioni mancate e una prottratta quanto sterile ambiguità.

Le verità nascoste

Lowen Ashleigh è una scrittrice in difficoltà che si trasferisce nella remota tenuta dei Crawford per fare da ghostwriter alla celebre autrice Verity Crawford. Dopo aver scoperto quelli che sembrano essere gli inquietanti appunti autobiografici di Verity, Lowen deve fare i conti con le torbide e distorte confessioni sul marito di lei, Jeremy – faticando a distinguere la finzione dalla realtà, la manipolazione dall’attrazione e l’opportunità dall’ossessione. [sinossi]

Togliamoci subito il pensiero e parliamo del “tema”: Verity è – o vorrebbe essere – un film sulle verità nascoste, su ciò che giace al di sotto. Sull’ambiguità. Ovviamente, dato che la protagonista (o meglio, l’antagonista, ma è di Anne Hathaway il primo nome sui credits), celebre autrice di romanzi thriller scritti in prima persona dalla parte del villain, si chiama proprio Verity. Insomma, la verità è problematica, in casa Crawford, in quella straordinaria villa Mid-Century Modern in mezzo ai boschi del Vermont (si tratterebbe di Beckoning Path, realizzata da Jens Quistgaard). Uno dei due figli della coppia è morto annegato nel lago prospiciente alla villa, mentre il marito, Jeremy (Josh Hartnett), era fuori casa. In seguito, Verity, vittima di un incidente d’auto, è rimasta completamente paralizzata, incapace di muoversi e di parlare. È in questa situazione che subentra, in casa, un’altra scrittrice. Lowen (Dakota Johnson), è più giovane di Verity, non ha ancora mai pubblicato un bestseller, ma scrive lo stesso genere di libri. E per questo viene scelta come ghostwriter per proseguire la serie di Verity, le cui condizioni marito ed editori preferiscono non dare in pasto al pubblico. La proposta economica è allettante e Lowen accetta di soggiornare per un certo periodo di tempo in casa dei Crawford per frugare tra le note e gli appunti di Verity in modo da poterne completare l’opera. Trova invece, in una chiavetta USB ben nascosta, un romanzo-confessione in cui Verity racconta il rapporto fra lei, il marito e i due figli. E su quello che è successo davvero al lago. E naturalmente scatta anche l’intesa tra la nuova venuta e Jeremy, mentre la moglie invalida giace impotente nella stanza accanto.

Ecco dunque innescato un secondo tema, vecchio come il cinema ma sempre intrigante, almeno sulla carta, che è quello del doppio. E invece no, perché Nick Antosca, lo sceneggiatore che ha adattato il romanzo di partenza di Colleen Hoover (autrice di pessimi bestseller da cestone dell’autogrill, basti pensare a It Ends With Us…), si dà da fare per creare tutta una serie di depistaggi e colpi di scena per ritardare, quanto più possibile la risoluzione dell’enigma. In tutto questo, Verity si proporrebbe anche (il condizionale è d’obbligo) come thriller erotico, quel sottogenere emerso intorno a metà anni ’80 e, dopo un pugno di titoli di grande richiamo, finito ben presto per inondare il vivace mercato domestico dei direct-to-video. Cos’ha di erotico, Verity? Poco, pochissimo. Un paio di scene di sesso che si vorrebbero roventi e che, per essere perfettamente al passo coi tempi e non far storcere il naso del pubblico neo-puritano, vedono sempre lei sopra e lui sotto. Rigorosamente vestiti, sia chiaro. Solo in una scena la sempre splendida Dakota appare nuda, durante un atto “in solitaria”, immersa in una vasca da bagno. E questo, dalla regia, è tutto. E riguardo al thriller? Il regista, Michael Showalter, sceglie una curiosa quanto fallimentare operazione di compresenza di suspense ed effetto sorpresa. Sappiamo già come la pensava Hitchcock sull’effetto sorpresa, per cui non vale la pena ripetersi. Ma la suspense chiede, vuole e pretende infine soddisfazione. Soddisfazione che viene frustrata se si cambiano le carte in tavola di continuo, sempre in nome del depistaggio di cui sopra. Ne consegue che tutto l’intreccio, così promettente alle prime battute, si rivela poi inutilmente macchinoso, per non dire insensato, finendo per buttare a mare (anzi, nel lago) non solo il tema del doppio, ma anche la potenziale e sempre fertile ricognizione dei labili confini tra realtà e fiction, nonché quella tra seduzione e manipolazione.

Verity, perciò, non trova mai la sua ragion d’essere: né come thriller erotico, né come thriller psicologico. Fallisce infatti anche nella creazione di personaggi coerenti e credibili, o anche solo simpatici: alla fine non si parteggia per nessuno, anche perché nessuno di loro si rivela mai davvero intrigante. Persino la stessa Verity, il “buco nero” dell’intera storia, che a un certo punto sembra quasi seguire le orme della leggendaria Ellen Berent di Gene Tierney in quel capolavoro mélo-noir imperituro che è Femmina folle (Leave Her to Heaven, 1945, John M. Stahl). Occasione persa anche per uno dei (pochi) personaggi secondari, la care-taker Anna, interpretata da Irina Dvorovenko, dallo sguardo severo e ambiguo, quasi una pronipote dell’hitchcockiana Mrs. Danvers di Rebecca, la prima moglie (Rebecca, 1940). A un certo punto costei esce di casa e… Boh, chi la vede più? Buttata alle ortiche anche lei. Se Dakota Johnson appare sempre un po’ imbambolata dall’inizio alla fine (ma ci sentiamo di dire che la colpa non è del tutto sua) e Josh Hartnett si barcamena come può sul crinale tra l’immagine del bravo maritino e quella del serial killer psicopatico di Trap di M. Night Shyamalan resta all’attivo solo la prova di Anne Hathaway, alla quale è sufficiente un’improvvisa occhiata torva e obliqua per far gelare il sangue nelle vene. Però non può bastare, e infatti non basta. Più che venire a galla, in Verity la verità resta a galla, come una macchia d’olio che se ne sta in superficie e non intorbida mai le acque profonde.

Info
Verity, un trailer.

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