Mio zio Jens

Mio zio Jens

di

Brwa Vahabpour con Mio zio Jens riunisce in un appartamento di Oslo due uomini uniti dal sangue e separati da una lingua che uno dei due ha cominciato a perdere. Khdr, zio irruento che presto si fa chiamare Jens, incrina la vita ordinata del nipote e trasforma il concetto di ospitalità in un quesito sull’appartenenza, in una commedia che nasce dall’imbarazzo quotidiano ma sotto il sorriso sa far riaffiorare un discorso sullo sradicamento.

La casa nella lingua

Akam, giovane insegnante di letteratura, vive a Oslo e condivide un piccolo appartamento con alcuni amici. Una notte si presenta alla sua porta Khdr, lo zio proveniente dal Kurdistan iraniano che non vede da quando era bambino. Ha con sé una valigia e un tappeto e dovrebbe fermarsi soltanto pochi giorni; la permanenza si allunga, l’ospite prende confidenza con la casa e gli equilibri della convivenza cominciano a cedere. Adotta persino un nome norvegese, Jens. Fra il dovere verso la famiglia, l’irritazione dei coinquilini e alcuni particolari che incrinano il racconto dello zio, il nipote comincia a interrogarsi sulle vere ragioni del suo arrivo in Norvegia. [sinossi]

Khdr arriva nel cuore della notte con un tappeto e una valigia, un bagaglio minimo destinato però a smuovere equilibri ben più profondi. Occupa una stanza, altera abitudini già sedimentate, prolunga una visita destinata a durare pochi giorni e introduce nell’appartamento un tempo che obbedisce ad altre regole; Mio zio Jens, esordio nel lungometraggio di Brwa Vahabpour, comincia da questo lieve sconvolgimento domestico e lascia che il disagio cresca insieme alla familiarità, finché la domanda su chi sia davvero fuori posto smette di avere una risposta semplice. La casa è il primo luogo in cui l’appartenenza prende corpo nei gesti quotidiani: il nipote (che di nome fa Akam) insegna letteratura, vive con amici norvegesi, conosce i codici del paese in cui è cresciuto e li esercita ormai senza neanche pensarci. Lo zio porta invece con sé un’altra educazione, leggibile nel modo di intendere l’ospitalità, il denaro, l’autorità familiare, perfino la soglia oltre la quale una confidenza può apparire invadenza. Un gesto per lui naturale espone l’altro all’imbarazzo; il più giovane ha ormai interiorizzato abitudini estranee alla vita dello zio. Vahabpour affida questa frizione ai dettagli, tra i quali una cucina occupata o un prezzo da contrattare mostrano due modi ormai diversi di stare al mondo, anche dentro lo stesso legame di sangue. Il punto più doloroso del film passa però dalle parole: la lingua curda, che un tempo per Akam era familiare, davanti allo zio non arriva più con la stessa immediatezza, e non è difficile rendersi conto di come oramai quel vocabolario sia dimenticato. Ma in una lingua sopravvivono l’infanzia, le gerarchie familiari, la qualità di un rimprovero, la possibilità di ferire o perdonare senza ricorrere alla mediazione di qualcun altro. Quando le parole esitano, il Kurdistan smette di essere soltanto un luogo lontano e torna come memoria incompleta, ancora sopravvivente ma in realtà non interamente posseduta. La contraddizione è dolorosa nella sua semplicità: un insegnante di letteratura, abituato a vivere nel linguaggio, scopre che la voce della propria famiglia è diventata la più difficile da raggiungere. Norvegese e curdo distribuiscono diversamente intimità e sicurezza: nel primo Akam possiede i codici del presente, sa come parlare e come muoversi senza esporsi; nel secondo riaffiora una memoria familiare che continua ad appartenergli pur essendogli divenuta meno accessibile. Khdr vive la condizione opposta perché quel passato gli appartiene ancora pienamente, ma per orientarsi nel Paese in cui vorrebbe restare deve affidarsi alla lingua degli altri. Il loro legame si divide così fra due competenze incomplete; ciascuno possiede qualcosa che all’altro manca, e nessuno dei due riesce a ricomporre da solo la casa comune.

Dentro questa frattura acquista rilievo il nome “Jens”. Arrivato dal Kurdistan, lo zio sceglie di rendersi più facilmente pronunciabile nel paese che spera di abitare; il nipote, cresciuto in Norvegia, viene invece costretto dalla visita a riaprire una memoria e una lingua lasciate ai margini. I loro movimenti una volta di più si incrociano con uno che cerca una via verso il presente e l’altro che viene richiamato verso un passato che credeva ormai ordinato. Nel nome norvegese dello zio c’è qualcosa di comico, ma anche una richiesta elementare di riconoscimento: farsi chiamare Jens significa tentare una forma minima di ingresso. Il nipote scopre allora di essersi tradotto molto prima, senza accorgersene. L’ironia all’interno del lavoro portato a termine da Vahabpour nasce in più occasioni da questo scarto fra il modo in cui ciascuno si percepisce e il codice sociale entro cui viene letto. Quando lo zio contratta il prezzo di un lettore dvd, l’imbarazzo del nipote supera la semplice figuraccia, in quanto quel semplice gesto rende visibile il lungo apprendistato che si nasconde dietro una disinvoltura ormai acquisita, con l’interiorizzazione di regole scesa così in profondità da aver fatto dimenticare di averle imparate. Si ride, ma il sorriso conserva una lieve incrinatura. Hamza Agoshi costruisce il personaggio di Khdr/Jens senza cercare di fargli guadagnare immediatamente la simpatia dello spettatore, attraverso un’invadenza irritante, con l’orgoglio che può tracimare nella vanità; poi, dietro quella sicurezza esibita, comincia ad affiorare una precarietà difesa con ostinazione, con l’attore che evita ogni attenuazione sentimentale e lascia che fragilità e scomodità restino inseparabili, così che il passato, quando offre nuove ragioni per comprenderlo, non cancelli mai il disagio prodotto nel presente. Al contrario Peiman Azizpour lavora per sottrazione: il suo corpo si ritrae, osserva, anticipa l’imbarazzo prima ancora che accada; il volto registra contemporaneamente fastidio, vergogna e responsabilità. La vita norvegese ha dato al personaggio libertà e sicurezza, ma gli ha insegnato anche a confinare il passato in una zona apparentemente controllabile. La visita dello zio riporta la parte rimossa dentro il presente e costringe il nipote a interrogare il prezzo della propria integrazione. Poco a poco emerge quella che è la domanda più intima posta allo spettatore da Mio zio Jens: quale parte di sé Akam ha dovuto mettere a tacere per poter vivere? Elina infine, interpretata da Sarah Francesca Brænne, introduce un’ulteriore complicazione, visto che il possibile legame sentimentale con il protagonista incontra il lavoro della donna nei servizi per l’immigrazione, facendo entrare nell’intimità della relazione le stesse regole che decidono se una vita possa restare e a quali condizioni. Il nipote guarda ormai lo zio da più posizioni contemporaneamente. È familiare, cittadino inserito nel paese in cui è cresciuto, uomo che conosce almeno una parte della storia da cui l’altro proviene. Nessuna di queste appartenenze basta a indicargli come agire, e il film trova nella loro sovrapposizione una zona moralmente più interessante della semplice contrapposizione fra accoglienza e rifiuto.

Il concetto di “casa” supera allora i confini dell’appartamento di Oslo. Vive nella lingua che consente di parlare senza tradursi, nel Paese che riconosce legalmente una presenza, nella famiglia da cui ci si è allontanati abbastanza da crederla ormai alle spalle. Il nipote possiede alcune di queste certezze e ne ha perdute altre; lo zio sembra arrivare con pochissimo, eppure porta una memoria che il più giovane non riesce a considerare estranea. Lo sradicamento emerge nelle parole mancanti, nell’imbarazzo di essere ricondotti a una parte di sé che si pensava risolta, nella scoperta che l’integrazione può avere reso la vita più solida senza cancellare la perdita su cui la nuova sicurezza si è costruita. La visita apre così, dentro l’appartamento, una stanza invisibile e antica. Il montaggio di Cătălin Cristuțiu e Brynjar Lien Aune accompagna questo slittamento senza marcarne le svolte. Una situazione domestica inizialmente assurda può farsi inquieta senza che il passaggio venga avvertito; un’informazione omessa o la scoperta di una permanenza in Norvegia iniziata ben prima del racconto offerto al nipote modificano il ricordo delle scene precedenti. Il sospetto non interrompe la commedia, la contamina. Le scene che facevano sorridere acquistano una seconda lettura e la figura dello zio, fino a quel momento ingombrante soprattutto per ragioni quotidiane, comincia a portare con sé un segreto che altera la temperatura dell’intera convivenza. Il film costruisce così la suspense senza cambiare improvvisamente registro, lasciando che nasca dalla stessa materia domestica che aveva prodotto l’ironia. Il tema migratorio trova nel legame fra i due uomini la sua dimensione più intima. Lo sradicamento dello zio è visibile, inscritto nella precarietà concreta di una vita alla ricerca di un luogo in cui restare; nel nipote, invece, si è confuso con l’apparenza di una vita riuscita e per questo è più difficile da riconoscere. La visita restituisce consistenza a una perdita cresciuta in silenzio, mostrando come l’assimilazione possa proteggere e insieme separare, offrire una nuova appartenenza e lasciare nell’ombra parti della precedente. La commozione nasce quando l’identità cessa di apparire come qualcosa di acquisito una volta per tutte e rivela la propria natura più instabile, fatta delle scelte che ci hanno portato altrove, delle perdite che abbiamo lasciato sedimentare e dei legami che, anche dopo anni, continuano a reclamarci. Anche il titolo raccoglie questa tensione: Mio zio Jens accosta il nome scelto nel paese in cui spera di restare al possessivo che lo riconduce a una parentela più antica di qualunque documento e di ogni tentativo di ricominciare. Jens può cambiare nome e resta lo zio; il nipote può avere dimenticato parte della lingua e resta il nipote. Fra queste due permanenze si iscrive il mutamento prodotto dall’emigrazione. Il nome nuovo appartiene al presente, il legame familiare precede entrambi e continua a trattenerli dentro una storia che nessun ritorno potrebbe restituire identica. Vahabpour lascia la famiglia lontana da ogni ricomposizione rassicurante. Il passato da cui ci siamo allontanati continua a vivere dentro di noi anche quando le parole necessarie a nominarlo si sono fatte meno familiari. Un letto offerto per pochi giorni finisce così per aprire una fenditura molto più profonda, perché l’ospite entra nel punto in cui la vita norvegese e la memoria curda avevano smesso di parlarsi. Le due lingue restano imperfettamente riconciliate, come i due uomini che le portano con sé. Ed è in questa incompletezza, più che in qualunque ritorno possibile, che il film lascia intravedere qualcosa che somiglia a una casa.

Info
Mio zio Jens, un trailer.

  • mio-zio-jens-2025-03.webp
  • mio-zio-jens-2025-02.webp
  • mio-zio-jens-2025-01.webp

Articoli correlati

Array
  • Il Cairo 2025

    Clara

    di Partendo da un tragico fatto di cronaca la regista belga Marta Bergman racconta una storia di emigrazione come quelle di tutti i giorni, ma non si limita a questo. Clara è un film di persone e sentimenti, la coppia in fuga come il poliziotto coinvolto nella vicenda.
  • Far East 2022

    my small land recensioneMy Small Land

    di My Small Land è la "piccola patria" di Sarya, adolescente all'ultimo di liceo che è nata nel Kurdistan turco prima che i genitori, quando aveva cinque anni, si trasferissero come rifugiati in Giappone. Ma la terra in cui è cresciuta e della quale si sente parte integrante rifiuta il rinnovo del permesso di soggiorno.
  • Cannes 2018

    Les filles du soleil RecensioneLes filles du soleil

    di In concorso a Cannes 71, Eva Husson vorrebbe raccontare il senso di orgoglio e riscatto delle donne curde che hanno imbracciato il fucile contro l'Isis. E, invece, trasforma il suo film in una maldestra storia di vittimismo, tutta rivolta al passato della protagonista.